Il coraggio di prendere la parola contro il pensiero unico. “Filosofia in Agorà”. Donatella Di Cesare, Orsini e gli analisti censurati

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Donatella Di Cesare e Alessandro Orsini
Donatella Di Cesare e Alessandro Orsini

Non è certo un bel clima quello in cui uno studioso o una studiosa debba fare molte premesse metodologiche e proferire assunzioni di responsabilità prima di esporre pubblicamente le proprie analisi e i propri dis-corsi. Tuttavia, è quello a cui assistiamo oggi con docenti di prestigiose università, che da queste vengono retribuiti per quelle analisi, ma che poi vengono fraintesi, ridicolizzati, censurati, zittiti, e i cui corsi vengono sospesi e differiti. È capitato al prof. Alessandro Orsini, rintuzzato dalla LUISS per le sue spiegazioni così chiare e assolutamente contrarie all’invasione russa, a Paolo Nori, messo nel limbo dalla Bicocca solo perché voleva fare il suo corso su Dostoevskij, alla filosofa Donatella Di Cesare, messa nei rango dei putiniani e ridicolizzata perché ha osato richiamare la complessità dei fenomeni storici per esprimere, sostanzialmente, una posizione pacifista, contraria all’uso della armi, per non parlare poi del giornalista Marc Innaro epurato dal Tg1 perché pare avesse messo in evidenza il maldestro gioco della NATO di intruppare il confine russo.

Ci sembra, insomma, che in questo clima, che già era esacerbato dalla crisi pandemica, sia diventato molto difficile esprimere analisi e prendere la parola sulla questione della crisi ucraina, soprattutto se si tratta di prodursi in narrazioni diverse da quelle ufficiali, sostenute dal governo, dai più, dai media. Ci sembra, in sostanza, che, da un punto di vista meramente metodologico (euristico si dice in filosofia un procedere discorsivo che vuole favorire la ricerca di nuovi risultati), esprimere dubbi sulla guerra in corso, collocarsi in un una posizione mediana, “né con Putin né con la NATO”, provare a decentrare il punto di vista della narrazione mediatica ufficiale da parte di persone che, in virtù della encomiabile posizione che occupano, rischiano seriamente di compromettere la propria credibilità sia diventato immediatamente un titolo di demerito e non, invece, un evidente segno di attendibilità dei loro discorsi, se non altro per il coraggio esibito nel prendere la parola.

E così oggi tocca alla filosofa Donatella Di Cesare essere definita “cinica pacifista”, trovandosi al centro della polemica mediatica, per aver tentato di prendere le distanze dalla narrazione dominante sul “Putin male assoluto”, ma non per giustificarlo, bensì per capire meglio la posta in gioco, per cercare di esprimere dei dubbi sull’intervento armato della NATO, per aver osato interrogarsi al di là delle semplificazioni sui buoni e sui cattivi, insomma, solo per prendere precauzioni nel leggere i complessi fenomeni storici, soprattutto quando ci sono di mezzo integralismi e nazionalismi.

Eppure, vorremmo ricordare anche alla Di Cesare, ma con molta umiltà e solo per il paragone metodologico-euristico, che fino a qualche mese fa era proprio lei a scagliarsi contro una commissione di esimi suoi colleghi filosofi, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben in testa, i quali tentavano di esprimere “dubbi e precauzioni” sulla gestione politica della pandemia, sulla narrazione dominante relativa alla necessità del green pass, accusando lo stesso Agamben di negazionismo, dal quale aveva anche tentato di salvarlo perché con il suo prendere la parola aveva dato la stura ai no-vax destrorsi, ma, soprattutto, perché la filosofa riteneva che: «i danni sono ulteriori e difficilmente stimabili, a partire da un sovrappiù di discredito gettato sulla filosofia».

E, allora, manifestando il pieno appoggio tanto alla Di Cesare oggi, quanto ad Agamben ieri, per le loro analisi laterali, per il loro metodologico invito all’interrogazione, all’esercizio del dubbio, alla precauzione, alla problematizzazione, ad evitare semplificazioni per comprendere la complessità dei fenomeni, che poi è esattamente il lavoro che un filosofo o una filosofa deve fare e che deve essere assolutamente ascoltato, ci è venuta in mente una preziosa presa di posizione sul prendere la parola (Parresia in greco) del 1983 al’Università di Berkley di Michel Foucault, un altro filosofo scomodo per molti, al punto da suscitare diffidenza tra la maggior parte dei colleghi americani in quella circostanza. In quel testo, che riteniamo fondamentale sia per l’attività di filosofi sia per quella di giornalisti, dal titolo Discorso e Verità nella Grecia antica, Foucault scriveva: «Quando un filosofo si rivolge a un sovrano, a un tiranno, e gli dice che la sua tirannide è pericolosa e spiacevole, perché la tirannide è incompatibile con la giustizia, in quel caso il filosofo dice la verità, crede di stare dicendo la verità, a ancor più, corre un rischio (giacché il tiranno può adirarsi, può punirlo, può esiliarlo, può ucciderlo)»[1].

È esattamente quel coraggio di prendere la parola per dire cose inusuali, critiche e contrarie alla linea ufficiale di chi ci governa che ci fa amare la filosofia, che fa della filosofia una disciplina ancora attuale e costitutivamente libera, assolutamente necessaria nell’Agorà, il segno che anche la minoranza ha diritto di esistenza e di parola in una società che vuole ancora ritenersi civile.

È esattamente da quel coraggio di prendere la parola per raccontare liberamente, invece, che molti giornalisti dovrebbero ripartire per fare un buon servizio, per avvicinarsi alla costruzione di una narrazione che si propone di dire il vero, dismettendo l’elmetto e issando la bandiera della pace che, per quanto possa essere ridicolo, è in realtà, un gesto di grande coraggio.

Solo dal coraggio, che proviene da tutti i soggetti che decidono con assunzione di responsabilità e rischio personale, di prendere la parola si può costruire un’etica della verità che conduca ad una narrazione in equilibrio, come ci ricordava Remo Bodei nell’Introduzione a Foucault: «in sé stesse tali pratiche [discorsive e non discorsive] non sono né vere né false: lo diventano però a un momento dato, quando – elevate a oggetto di dibattito e contesa – dividono i partecipanti alla discussione proprio sul terreno della verità o falsità»[2]. Rifuggire dal pensiero unico deve rimanere un imperativo etico e metodologico; l’intimidazione, l’offesa gratuita e la calunnia all’interno del dibattito non devono farci desistere dalla necessità di ascoltare, accogliere e sostenere il dialogo a tutti i livelli, non foss’altro che da praticanti di filosofia e giornalismo interpretiamo il sostegno alla libertà di parola come una missione civile che non può mai venire meno.

[1] M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli, Roma 2019, p. 7.

[2] R. Bodei, Dire la verità, in M. Foucault, Discorso e verità, cit., p. IX.


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a cura di Michele Lucivero

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