Elena Donazzan e la responsabilità della politica sulla vicenda della transgender Cloe Bianco

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Elena Donazzan sulla vicenda di Cloe Bianco

Conosciamo bene la posizione dell’Assessora alle pari opportunità della Regione Veneto Elena Donazzan sulla questione dell’omosessualità e sul riconoscimento dei diritti delle persone transgender, per cui non ci meraviglia affatto la sua reazione davanti al suicidio della professoressa Cloe Bianco, avvenuto l’11 giugno 2022.

Le polemiche seguite alle dichiarazioni di Donazzan sulla vicenda sono, pertanto, solo l’epifenomeno di una totale incapacità di considerare il fenomeno per quello che è, cioè la presa d’atto di una condizione esistenziale di disagio interiore di alcune persone, un disagio che richiede necessariamente l’aiuto della società civile, la quale deve leggere correttamente e riconoscere la transizione in atto.

Esattamente due anni fa, infatti, in occasione della pubblicazione dello spot pubblicitario della Diesel su Francesca, la transgender che alla fine della sua transizione diventava persino suora, l’Assessora era intervenuta sui social con un video al vetriolo, in cui evocava addirittura macchinazioni demoniache dietro una simile messa in scena. In quella circostanza Elena Donazzan esprimeva senza mezzi termini la propria posizione, la propria contrarietà al nucleo principale del messaggio del video commissionato dal suo conterraneo Renzo Rosso, ritenendolo perfino inquietante.

Ovviamente, afferma Elena Donazzan, e su questo siamo assolutamente d’accordo, la vicenda della professoressa Cloe Bianco, così come la questione portata all’attenzione pubblica con lo spot della Diesel, non ha nulla a che fare con l’omosessualità, cioè con la preferenza e l’attrazione sessuale o sentimentale di un soggetto nei confronti di un altro soggetto dello stesso sesso, ma è di tutt’altro genere e richiede tutt’altre considerazioni.

Qui, infatti, c’è in ballo una veemente protesta di una persona contro la natura, una protesta che non può essere realizzata se non per mezzo di strumenti avanzati dal punto di vista tecnologico e chimico, come mostrava bene il video a più riprese, evidenziando il fatto che la trasformazione dalla componente maschile a quella femminile avvenisse per mezzo di una pillola.

Ecco, il ragionamento di Elena Donazzan trascura due elementi fondamentali nella tragica vicenda di Cloe e di tutte le persone come Cloe che vivono un’esistenza sul baratro del fallimento e della disperazione, vale a dire la dimensione psicologica e antropologica di un soggetto fragile che chiede aiuto e la dimensione sociale relativa alla responsabilità politica di certe affermazioni che impediscono il riconoscimento dei diritti civili di alcune categoria di persone.

Luca Bianco aveva chiaramente la percezione di essere nato in un corpo sbagliato, che il suo corpo avesse qualcosa di incongruente rispetto alla propria personalità e questo gli generava un certo disagio, un profondo dissidio interiore che molti ragazzi vivono già durante l’adolescenza, quando si comincia a prendere consapevolezza lentamente della propria identità. Molto spesso noi adulti non riconosciamo l’origine di tali angosce, per cui gli esiti tragici maturano in parecchi adolescenti molto prima della transizione, bloccata da una società che non accetta il cambiamento e costringe all’infelicità.

Del resto, l’argomento di Elena Donazzan, cioè il fatto di usare chimicamente un concentrato di ormoni (estrogeni) per indurre il corpo ad una involuzione delle funzioni e delle strutture del sesso biologico di appartenenza, permettendo così la conseguente evoluzione delle funzioni e delle strutture coerenti con l’identità psichica, rasenta una posizione retriva che lascia presagire scenari apocalittici macchinati da ideologie e profezie transumanistiche, non tenendo conto, invece, del fatto che ormai la chimica consente quotidianamente di superare difficoltà ed evitare infelicità. Le donne non usano, infatti, la chimica per fare l’amore evitando di avere figli? Non facciamo ricorso alla chimica e alle protesi tecnologiche per curare i mal di testa, la depressione, gli impedimenti nella deambulazione, per permettere a campionesse come Bebe Vio di conquistare ancora per noi preziosi ed emozionanti trofei?

In secondo luogo, e forse in maniera più preoccupante, ciò che desta perplessità è la legittimazione che un argomentare pubblico da parte di un personaggio politico, come Elena Donazzan ma non solo, offre a pregiudizi e luoghi comuni legati ad un retaggio culturale, che non può che essere fascista, tendente a sottrarre diritti e riconoscimenti a soggetti più deboli, in difficoltà, ma soprattutto portare all’attenzione di quella fetta della società civile privilegiata e maggioritaria il disagio esistenziale, economico, sociale di uomini e donne in difficoltà.

Ecco, se le istituzioni dello Stato non sono in grado di avviare il cambiamento a livello giuridico, considerando che anche il DDL Zan è finito nel dimenticatoio a causa di qualche forma di emergenza in cui siamo costantemente catapultati, è chiaro che la società resterà ancorata ad una cultura retrograda, incivile e vedrà legittimati i propri pregiudizi da personaggi politici che una volta eletti contribuiranno a fermare il cambiamento possibile.

Ad un certo punto, però, è necessario che lo sdegno e lo scoramento lascino il posto alla mobilitazione e lascino intendere ai nostri politici che la collettività, organizzata mediante lo spontaneismo associativo e il mondo della scuola, di cui la professoressa Cloe Bianco faceva parte, possa essere molto più civile dei suoi rappresentanti, incapaci di costruire una società più inclusiva e rispettosa di tutte le diversità che la stessa natura ci mette davanti agli occhi quotidianamente.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021