È il 10 ottobre 1992 quando Richard Hunter, vice segretario della Federazione mondiale per la salute mentale (WFMH) istituisce la Giornata della salute mentale, un’occasione di incontro e confronto tra esperti del settore, politica e società per sensibilizzare sull’importanza della salute mentale e sulla lotta contro i pregiudizi e le credenze errate sulla terapia psicologica, una delle più grandi barriere per l’accesso alle cure.

Può capitare ancora oggi che qualcuno pensi: «dallo psicologo ci vanno i matti», «può bastare lo sfogo con un amico quando qualcosa non va», «se si va in terapia è meglio tenerlo segreto per non essere giudicati» oppure «una persona con disturbi psichiatrici può essere pericolosa».

Per sensibilizzare alla lotta contro i pregiudizi e le credenze errate sulla salute mentale, il mese di ottobre su tutto il territorio nazionale vedrà una serie di eventi divulgativi e informativi.

Oggi, rispetto al passato la psicologia è diventata “a portata di clic”, questo perché oltre ai tradizionali incontri in studio, c’è la possibilità di fruire di psicoterapia online e consulenza psicologica online, attraverso un telefono cellulare, un tablet o un personal computer con videocamera e microfono. Confesso che anni addietro ero scettica sull’efficacia della consulenza online, ma ho dovuto ricredermi a fronte della  soddisfazione dei miei pazienti, che hanno la possibilità di usufruire di un percorso anche se si trovano all’estero o hanno difficoltà negli spostamenti, oltre al fatto che riescono ad ottimizzare il tempo.

I disturbi mentali sono le condizioni maggiormente prevalenti e disabilitanti di cui soffre la popolazione generale, ancor più con l’avvento della pandemia da Covid-19, con un aumento del 25% dell’ansia generale e della depressione a livello mondiale, in particolare nei giovani, con ricadute in termine di costi per l’economia globale. Si stima che ogni anno si perdano circa 12 miliardi di giornate lavorate a causa di depressione o ansia, con un costo di quasi mille miliardi di dollari.

«È tempo di concentrarsi sugli effetti negativi che il lavoro può avere sulla nostra salute mentale», ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS): «Il benessere dell’individuo è una ragione sufficiente per agire, ma una cattiva salute mentale può anche avere un impatto debilitante sulle prestazioni e sulla produttività di una persona».

Poiché le persone trascorrono gran parte della loro vita al lavoro, un ambiente di lavoro sicuro e salubre è fondamentale. Complice anche la pandemia, la forza-lavoro si sente arrabbiata, triste e demotivata. Tanto che, in massa, sta rivalutando le sue priorità e sta mettendo il suo benessere prima di tutto, anche prima di un contratto a tempo indeterminato e di un lavoro poco stabile.

L’insoddisfazione trova le sue radici in: scarso equilibrio lavoro-vita privata, eccessivo carico di lavoro, scarsa flessibilità, cattivi rapporti con il team e con il management, scarsa definizione dei ruoli e delle mansioni in azienda.

Ma, allora, cosa rende veramente felici i lavoratori?

Secondo uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review, un buon livello di soddisfazione vale, in media, un aumento della produttività aziendale del 31%, vendite del 37% più elevate e livelli di creatività tre volte superiori. Ma come ottenere tutto ciò? Aumentare i salari non basta. Fondamentale è la promozione di un modo di lavorare piacevole e salutare, creando condizioni e spazi in cui i dipendenti possano sentirsi appagati e stimolati.

Ancora una volta, a fare la differenza è l’attenzione al benessere delle persone e alla loro salute mentale da parte delle imprese. Riconoscere che degli individui stanchi e demotivati non possono essere produttivi e che le organizzazioni hanno ormai una vera responsabilità sociale verso le persone e il loro benessere psicologico.


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a cura di Michele Lucivero

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