In tutto Haiti si protesta per l’aumento spropositato dei prezzi del carburante, con cui nel Paese si fa quasi tutto. I leader regionali l’hanno descritta come una guerra civile a bassa intensità, lasciando i residenti della capitale tagliati fuori dal mondo esterno e lottando per i beni di prima necessità come acqua potabile e cibo.

Si tratta un nuovo ciclo di disordini nella nazione caraibica afflitta dal peggioramento delle condizioni di vita, dalla fame, dall’inflazione record, dalla spirale della violenza delle bande e dall’instabilità politica aggravata dall’assassinio ancora irrisolto del presidente Jovenel Moïse avvenuto lo scorso anno.

Sono tutti contro il primo ministro ad interim Ariel Henry, considerato un provocatore dai cittadini e il cui piano è quello di traghettare il Paese verso le elezioni e vincerle: “È un’ulteriore prova della sua arroganza. La nostra miseria peggiorerà”, dicevano i testimoni in piazza al Washington Post.

Funzionari che monitorano da vicino Haiti affermano che i politici e gli uomini d’affari che finanziano le bande potrebbero esacerbare i disordini, sfruttando l’indignazione generale per costringere Henry a revocare le misure economiche che danneggiano le loro entrate.

La sua decisione di più che raddoppiare il prezzo della benzina e del diesel questa settimana potrebbe ridurre i profitti del lucroso commercio di carburante del mercato nero, che è controllato da gruppi di élite haitiane.

Su insistenza degli Stati Uniti sono state intensificate le ispezioni portuali, scoprendo grandi carichi di armi e munizioni illegali, e hanno aumentato le entrate fiscali provenienti dalle importazioni legali a spese dei trafficanti.

Fonte: The Vision