
Alla quattordicesima edizione di Identità Golose, mentre i grandi palcoscenici celebravano i nomi più attesi, la Sala Blu 2 costruiva in sordina uno dei racconti più interessanti dell’intero congresso.
Ci sono edizioni di un congresso che si ricordano per un grande nome sul palco, e altre che restano impresse per una domanda. La quattordicesima edizione di Identità Golose, ospitata dal 3 al 5 marzo negli spazi del Mi.Co – Milano Congressi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Attorno al tema scelto per il 2018 — il Fattore Umano — il celebre appuntamento internazionale dedicato alla cucina e alla pasticceria d’autore ha riunito chef, artigiani, professionisti dell’accoglienza e appassionati in un calendario fittissimo di lezioni, degustazioni e approfondimenti. Eppure, mentre i riflettori più forti illuminavano i grandi palcoscenici, un racconto più intimo e riflessivo cresceva in parallelo, quasi in sordina, e finiva per diventare una delle chiavi di lettura più interessanti dell’intera manifestazione.
Il cuore silenzioso del congresso
Quel racconto aveva un indirizzo preciso: la Sala Blu 2. Sabato 3 marzo, mentre l’Auditorium principale apriva i lavori celebrando la Calabria e i percorsi del Dossier Dessert, la Sala Blu 2 si trasformava nel cuore pulsante di Identità Naturali. Sarebbe un errore leggerla come un semplice palinsesto secondario: è stata piuttosto un osservatorio privilegiato, il luogo dove il tema portante del congresso veniva interpretato da una prospettiva laterale e, proprio per questo, illuminante. Perché se il fattore umano è la mano, la storia e la sensibilità di chi cucina, da nessuna parte come qui quella mano si misura direttamente con ciò che la natura mette a disposizione.
La scelta più coraggiosa della sezione è stata quella di non definirsi. Identità Naturali non ha provato a incasellare la “cucina naturale” dentro un’etichetta rigida o un manifesto da sottoscrivere. Al contrario, ha aperto le porte a filosofie culinarie anche molto distanti tra loro, tenute insieme da un solo filo: il legame aperto, mai scontato, tra l’ingrediente e chi lo lavora.
Le voci sul palco
Un programma volutamente plurale, capace di spaziare dalle radici più locali agli sguardi di respiro internazionale:
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In apertura — Daniela Cicioni e Corrado Assenza (Caffè Sicilia) tracciano le prime linee del dibattito.
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Identità e territorio — Francesco e Vincenzo Montaruli (Mezza Pagnotta), l’approccio contemporaneo e senza timori di Floriano Pellegrino e Isabella Potì (Bros), e la cucina d’altura di Alessandro Gilmozzi (El Molin), che porta in sala il linguaggio essenziale della montagna.
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Sguardi internazionali — Oleksii Kiosiev presenta il proprio metodo di preparazione delle salse; Virgilio Martinez(Central) accompagna la sala in un viaggio immersivo tra la biodiversità e i paesaggi gastronomici del Perù.
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Sinergie nel piatto — un intervento a due voci tra Maria Solivellas (Ca’n Anton) e Viviana Varese (Alice).
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In chiusura — Simone Salvini, tra i punti di riferimento della cucina vegetale, riporta l’attenzione sulla purezza e sulle possibilità del mondo verde.

































