“Il costo della transizione ecologica”. I rincari dell’energia tra Cina, Russia e mercato ETS ricadono sulle bollette

Rincari energia bollette
Rincari energia

Prima di parlare di transizione ecologica, nello specifico bisognerebbe parlare di transizione energetica (qui tutti gli articoli della nostra rubrica “Il costo della transizione ecologica”). Sta qui l’emergenza a cui la Cop26 in corso a Glasgow sta cercando di impostare dei rimedi. Nei giorni scorsi si è arrivato all’obiettivo di ridurre del 30% le emissioni di metano entro il 2030, oltre che allo stanziamento di un fondo per salvare il pianeta dalla deforestazione. Ma quello che arriverà al cittadino, alla fine, è la bolletta. E per arginare l’aumento dei costi dell’energia al momento non si è ancora arrivati a un accordo.

Come ha comunicato a luglio Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, il costo dell’energia ha iniziato a correre negli ultimi mesi, portando a un aumento dei costi di luce e gas, rispettivamente del 29,8% e del 14,4%. Praticamente una famiglia per l’elettricità nel 2021 pagherà in media 631 euro, circa 145 euro in più rispetto a quanto ha pagato nel 2020. Ma i costi, purtroppo, sono destinati a salire anche nel 2022. Le cause di questo exploit sono diverse, ma legate tra loro. Innanzitutto l’aumento della domanda di energia causato dalle basse temperature di quest’inverno. Ma anche la ripresa delle attività dopo l’allentamento delle misure anti-Covid.

Russia e Cina

Ci sono poi le quotazioni del gas naturale – in Italia la prima fonte di produzione dell’energia elettrica – in significativa ascesa. Un anno fa il gas costava 40 euro per megawatt/ora, oggi invece costa 150. Un altro aspetto riguarda la Russia. Gazprom, l’azienda di Stato, non è riuscita (o non ha voluto) garantire all’Unione europea più forniture rispetto a quelle previste dai contratti. In ballo ci sarebbero degli interessi che riguardano il Nord stream 2, il gasdotto prossimo all’inaugurazione che collegherà la Russia  alla Germania attraverso il mar Baltico. E l’Italia si trova in balia di questi eventi, visto che importa l’80% dell’energia, di cui un terzo solo dalla Russia.

Tra le ragioni di questo aumento c’è anche un’altra transizione energetica, che non è la nostra, ma quella della Cina. Pechino fornisce oltre il 50% dell’acciaio mondiale e per produrlo si è impegnata a dismettere il carbone per passare al gas naturale. La Cina, dopo il Covid, è infatti diventata il più grande importatore di gnl (gas naturale liquefatto), una buona notizia per la sostenibilità ambientale, essendo il gas ritenuto più “pulito” del carbone.

Ma tutti questi fattori rappresentano comunque un salasso per le casse dello Stato italiano. Quest’anno pagherà circa 9 miliardi in più per il fabbisogno energetico, di cui 5,5 a carico dei cittadini (esenti quelli con i redditi più bassi). Con il decreto del 23 settembre 2021, infatti, il governo è riuscito a calmierare gli aumenti, ma solo per alcune categorie. La Spagna, invece, è riuscita a recuperare oltre 5 miliardi tassando i big dell’energia.

Il mercato dell’ETS

Un’altra causa dell’aumento delle bollette, questa volta più vicina a noi, sta nelle quotazioni dell’Emissions Trading System europeo (ETS), il sistema di scambio e limitazione delle quote di emissione di gas serra che l’Unione europea ha lanciato nel 2005 con l’obiettivo di ridurre i gas serra. Il prezzo dei permessi di emissione è infatti passato dai circa 30 euro/tonnellata di CO2 a 60 euro.

Fino al 2018 era addirittura inferiore a 10 euro/tonnellata di CO2. Questo balzo delle quote di emissione, però, ci fa tornare alla principale causa dell’aumento delle bollette energetiche, ovvero la ripartenza delle attività di tutto il mondo. Una ripresa per la quale, a causa della scarsità di riserve di gas, è stato necessario fare maggiormente ricorso al carbone. Ma il carbone, essendo più inquinante, ha fatto impennare la domanda di permessi di emissione. Insomma, un cane che si morde la coda.

In ogni caso, secondo gli esperti, i costi dell’energia saliranno comunque per via delle politiche di carbon pricing che l’Europa sta mettendo in pratica. Un sistema sicuramente virtuoso per la lotta al cambiamento climatico, ma che potrebbe rivelarsi nocivo se si ripercuoterà sulle famiglie, soprattutto quelle con i redditi più bassi. Per questo a livello europeo si sta discutendo di redistribuire il gettito delle aste degli ETS alle famiglie in quantità proporzionale al reddito. Quanto ricavato dalle aste sui permessi di emissione, al momento, è ripartito tra gli Stati membri. Quello degli ETS, comunque, è un mercato ancora in evoluzione e che andrà perfezionato in futuro. Oggi, ad esempio, rimangono ancora esclusi i settori del riscaldamento e dei trasporti. Solo quest’ultimo impatta per il 14% delle emissioni di CO2.