“Il costo della transizione ecologica”. Perché si parla ancora del nucleare?

centrale che sfrutta energia nucleare
centrale nucleare

“Una volta il nucleare teneva unita l’Europa, adesso la divide”, scriveva qualche tempo fa il settimanale britannico The Economist. Contemporaneamente alla nascita della Comunità economica europea, con i Trattati di Roma del 1957, viene istituita anche la Comunità europea dell’energia atomica, meglio conosciuta come Euratom. L’organizzazione internazionale aveva il compito di coordinare la ricerca sul nucleare in Europa. Dal 1967 l’Euratom confluì nella Commissione europea.

Le potenzialità che offre il nucleare sono però rimaste sempre il punto di forza energetico di molti Paesi dell’Ue. E se ne sta tornando a parlare con la crisi energetica. Nonostante oggi lo sfruttino solo 13 Stati, mentre altri, come l’Italia, he pure aveva una tecnologia di avanguardia nel settore, l’hanno bandito. (qui tutti gli articoli della nostra rubrica “Il costo della transizione ecologica”)

Perché conviene il nucleare

Produrre energia elettrica tramite la fissione nucleare produce tantissima energia a (quasi) zero emissioni di anidride carbonica. È quindi una forma di energia relativamente pulita, anche se non rientra nelle energie rinnovabili. Ma è affidabile nel fornire corrente giorno e notte. Contrariamente agli impianti eolici e solari che producono energia per massimo il 40% del tempo in cui l’impianto è in funzione, una centrale nucleare produce energia per quasi il 90%.

Ad esempio la Francia produce oltre il 70% dell’energia elettrica con il nucleare, la percentuale più alta del mondo. E questo spiega come mai moltissimi si siano espressi a favore dell’implementazione del nucleare dopo l’inizio della crisi energetica, dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani alla stessa presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen. Le critiche a queste “uscite”, però, non sono mancate.

I pericoli del nucleare

Le centrali nucleari presentano, infatti, seri problemi a livello ambientale e di pubblica sicurezza per le scorie radioattive. Dopo gli incidenti di Three Mile Island (1979) negli Stati Uniti, Chernobyl (1986) nell’ex Unione sovietica e Fukushima in Giappone nel 2011, la politica energetica in vari paesi è cambiata. Anche l’Italia, dopo i referendum sul nucleare del 1987 e 2011, ha deciso di chiudere gli impianti in funzione.

Gli esperti oggi si dividono tra chi ritiene che il nucleare sia da utilizzare, migliorando la tecnologia per ridurre al minimo i rischi, e chi invece pone il veto a qualsiasi riapertura. Secondo alcuni dati, il numero di vittime provocate per l’intero processo di generazione di un’unità di elettricità proveniente dal nucleare è il più basso: 0,07 morti per terawattora. Il tasso più alto ce l’ha il carbone, con 24.6 morti.

Ma qui andrebbe detto che, sulla base dei dati oncologici della Bielorussia, i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl nei 70 anni successivi all’incidente sono stimati in 270mila, di cui 93mila letali. “Nucleare? Una Chernobyl in Val Padana farebbe milioni di morti”, avvertiva nei giorni scorsi il premio Nobel Giorgio Parisi sul Corriere della Sera. Il tema, quindi, è abbastanza spinoso.

Le nuove frontiere del nucleare

Un nuovo approccio al nucleare è ricavare energia dalla fusione nucleare, invece che dalla fissione (come si è fatto fino ad oggi). Invece che scindere gli atomi come nella fissione, questa nuova tecnica libera energia unendoli, ovvero facendo fondere gli atomi. Questa tecnica richiede una tecnologia molto avanzata, vista l’altissima temperatura a cui si opera (circa 50 milioni di gradi Celsius). Il progetto sperimentale di una centrale con reattori a fusione si sta sviluppando in Francia.

Si chiama Iter e potrebbe essere operativo già nel 2025, dopo anni di lavoro. Il funzionamento prevede la produzione di un plasma di fusione, un gas (ad esempio l’idrogeno) ionizzato ad altissima temperatura, che possa generare più potenza di quella necessaria per ottenere il plasma stesso. Questa è la vera sfida. A livello teorico la tecnologia potrebbe essere più sicura delle centrali che sfruttano la fissione. Ma il meccanismo sfrutta lo stesso processo che alimenta il sole. E questo fa capire quanto la cosa sia ai limiti della natura.