Dimissioni Santanché, Zaia al Ministero del Turismo? Altre ipotesi: Malagò, Caramanna, Malan, Sallemi

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Luca Zaia, presidente del Consiglio Regionale del Veneto

Il totonome per la successione al ministero del Turismo è ufficialmente aperto, con il profilo di Luca Zaia che guadagna centralità nelle ipotesi di un rimpasto di governo a Roma.

L’attuale Presidente del Consiglio regionale del Veneto, archiviata l’opzione del terzo mandato, e al centro nel recente passato di ipotetiche “chiamate” a Roma, viene indicato come il possibile innesto di peso per sostituire la dimissionaria Daniela Santanchè.

Oltre alla suggestione che porta a Luca Zaia, restano in campo i nomi di Gianluca Caramanna, responsabile turismo di Fratelli d’Italia, e di Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di FdI, ricordando che il suo nome era circolato già in passato per una promozione in un dicastero. Tra le opzioni tecniche spunta anche quella di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni, mentre per un riequilibrio geografico si valuta la figura del senatore siciliano Salvo Sallemi (FdI).

Le dimissioni di Daniela Santanchè sono arrivate al culmine di un braccio di ferro logorante, risolto solo dall’intervento diretto della premier Giorgia Meloni. Dopo gli addii forzati di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, la presidente del Consiglio ha voluto chiudere il cerchio per “rimediare a degli errori” legati alle vicende giudiziarie dei coinvolti.

Il logoramento tra la premier e la titolare del Turismo è maturato mentre Giorgia Meloni si trovava ad Algeri per trattare sugli approvvigionamenti di gas. La delusione umana per i troppi procedimenti giudiziari ha spinto Palazzo Chigi a emettere una nota ufficiale senza precedenti per chiedere il passo indietro della ministra.

Nonostante la resistenza di Daniela Santanchè, che avrebbe cercato garanzie per una futura ricandidatura, il pugno duro della premier non ha lasciato margini di manovra. La mediazione condotta da Ignazio La Russa ha portato infine a quello che nei corridoi del Senato è stato definito come un “parto miracoloso”.

La situazione era diventata insostenibile a Montecitorio, dove la maggioranza non ha opposto resistenza alla calendarizzazione della mozione di sfiducia delle opposizioni. Il timore di un voto punitivo interno, simile al precedente storico di Filippo Mancuso, ha accelerato l’ufficializzazione dell’addio avvenuta nel tardo pomeriggio.