
(articolo di Diego Silvestri* sul fine vita, da VicenzaPiù Viva n. 308, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
In Italia esiste una legge sull’interruzione di gravidanza. Io abortirei? Userei questa possibilità se fossi incinta? In che condizioni lo farei? Mi sentirei di farlo? Le risposte a questi leciti interrogativi sono soggettive perché riguardano una mia condizione, addirittura una rappresentazione di una mia possibile condizione, che faccio fatica a immaginare perché sono lontano da una mia possibile gravidanza. Le risposte possono essere sì o no, lo farei o non lo farei, pensando a me stesso e interrogando la mia coscienza. Se la risposta fosse: non lo farei mai per motivi miei personali, che riguardano la mia cultura, la mia storia di vita, le cose in cui credo, non ci sarebbe stranezza alcuna, anzi sarebbe salvaguardato il principio di scelta e libertà personale. Se la mia risposta invece fosse: siccome io non lo farei mai, allora anche tutte le altre donne non dovrebbero farlo e penso sia giusto impedirlo per i miei motivi personali, la mia cultura, la mia religione, eccetera, sarebbe un tentativo di sopruso contro la libera scelta degli altri, posizione da condannare. Se poi quest’ultima risposta venisse da un gruppo di rappresentanti politici che volessero impedire questo diritto (in alcuni Stati l’aborto è diventato un diritto costituzionale), non sarebbe esagerato parlare di lesione di un diritto conquistato e di imposizione etica.
In Italia esiste la legge sul divorzio. Io divorzierei? Userei questa possibilità se fossi sposato? Scioglierei quel che era per sempre? Anche qui interrogherei la mia coscienza. Continuerei a soffrire nella mia relazione coniugale o mi solleverei? Domande intime lecite che permettono risposte e libertà personali proprio perché c’è una legge che ci permette di non sentirci condannati dentro un matrimonio sbagliato e che permette a chi vuol mantenere questo vincolo coniugale vissuto come valore indissolubile a non essere obbligato da alcuno a divorziare. Libertà! Ma se qualcuno si ergesse a sostenere che, visto che per me il matrimonio è un vincolo indissolubile, è un sacramento, anche tu, persona diversa da me, non devi scioglierlo mai (magari ti suggerisco le scappatoie per sopportarlo ’sto matrimonio), credo che sarebbe evidente l’imposizione di una credenza di un gruppo religioso, che va rispettato e onorato, sulla vita civile delle altre persone che considerano l’unione matrimoniale diversamente rispetto al gruppo che vuole impedire la libertà altrui imponendo una propria visione etica, spirituale e amorosa sulla vita agli altri.
Ci sarebbero altri esempi, oltre ad aborto e divorzio, di legislazione su temi che hanno scosso o ancora scuotono le coscienze di qualcuno, come si usa dire. Nonostante lo scuotimento di qualcuno, i principi di tutela di diritti personali e personalissimi non si toccano, pena una perdita della nostra libertà, della libertà di tutti.

dell’associazione Luca Coscioni, con Diego Silvestri
Come mai il dibattito sul fine vita, su diritti riconosciuti e conquistati, non assume queste argomentazioni rispettose e laiche?
Sul tema del fine vita c’è ipocrisia. Lo dice Luca Zaia, rivolgendosi ai rappresentanti della politica, regionali e nazionali, e ai suoi amici leghisti.
C’è ipocrisia istituzionale e propagandistica quando il tema del fine vita viene ridotto a interrogativi del tipo: «Concediamo o non concediamo? I familiari devono essere d’accordo? Si può scegliere solo se prima».
«Il fine vita c’è già», dice il governatore regionale più amato dagli italiani. E si riferisce alla possibilità per ogni cittadino malato e sofferente di richiesta di morte immediata in presenza di precise condizioni, di possibilità d’interruzione di qualsiasi trattamento anche vitale, senza alcuna motivazione o giustificazione, di presa in carico palliativa in caso di scelta di rifiuto dei trattamenti salvavita, di applicazione delle disposizioni che una persona sceglie per se stessa, di indiscusso rispetto nei confronti di chi sceglie se proseguire cure e trattamenti in corso di una malattia oppure no, di possibilità di pianificare le complicanze di una malattia e dare consenso oppure no al conseguente trattamento salvavita. Tutto questo c’è già.

Tutto questo c’è grazie alle battaglie e alla disobbedienza civile degli attivisti dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato in testa. Ricordare che dietro alle scelte di fine vita ci siano state le mobilitazioni e le azioni legali della Coscioni, non è solo un rispettoso atto didascalico nelle materie di storia e di giurisprudenza, ma un esercizio mentale che ci fa bene ripetere per capire l’attualità.
Tutto iniziò venti anni fa con Piergiorgio Welby che fu aiutato a morire, su sua richiesta dopo anni di malattia muscolare, interrompendogli la respirazione artificiale alla quale era appeso, previa sedazione per evitargli l’angoscia dell’ultimo respiro. Ebbene, quel che fece il medico Mario Riccio, disobbediente dell’Associazione Luca Coscioni, era quello che non doveva fare nessun medico, ma che poi fu riconosciuto come atto sanitario che si poteva invece fare, se il malato lo richiede. Il medico che aiutò Welby a morire per interruzione del trattamento non fu condannato non per qualche normativa o legge del momento, ma grazie ai principi della nostra Costituzione del 1946 e grazie al codice deontologico medico che mettono il soggetto malato, lucido e consapevole, in primissimo piano nella sua capacità di dare consenso al prosieguo delle cure vitali e il medico nella condizione di prestarsi alla richiesta del malato, la cui volontà di autodeterminazione è indiscutibile. Punto.
Le successive azioni di disobbedienza civile da parte dell’Associazione Luca Coscioni hanno trovato accoglimento nei principi costituzionali e nella Legge 219/2017 sul consenso informato e sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento che riprende tali punti fermi della nostra Costituzione e li attua in precisi diritti di scelta sanitaria.
Anche la risposta/sentenza della Consulta alla disobbedienza di accompagnamento di DJ Fabo, la pietra di volta della disobbedienza che ha portato alla cosiddetta sentenza Cappato che rende non punibile l’aiuto ad una persona che in certe precise condizioni vuole porre fine alle proprie sofferenze tramite auto-somministrazione di farmaco letale, trae la sua ragione nei principi della Costituzione, annullando in parte quel che era presente nel codice Rocco del 1930.
Va detto, quindi, che quello che abbiamo fatto come Associazione, da Welby in poi, va visto concretamente come lo svelamento di diritti che già esistevano (azioni che non andavano fatte, ma che poi si scopre che potevano essere fatte!) con le conseguenti applicazioni di legge e sentenze con valore di legge.
Tutto questo ora, con la proposta di legge governativa sul fine vita, è sotto attacco e va difeso, in sintonia con l’opinione della stragrande maggioranza dei cittadini del Nord Est, secondo un recente sondaggio, favorevole addirittura all’aiuto diretto eutanasico del medico. Non siamo noi, cioè, che abbiamo portato controcorrente questi temi, ma è chi si oppone a questi temi sulla libera scelta nel fine vita, fondati su principi indiscutibili, che sta andando contro la corrente del diritto acquisito e contro il sentire pubblico. Chi si oppone sostiene la bontà del modo paternalistico di trattare cittadini, pazienti e morenti secondo una mentalità protettivo-autoritaria che sembrava intoccabile ma che non si regge su costrutti legali, mentalità e pratica che ripongono solo sul medico ogni possibile giusta scelta sui trattamenti da fare o non fare, senza che il paziente possa in un qualche modo dire la sua.
Perché, quindi, nel dibattito politico sul fine vita, ritornato in auge di recente in Veneto per la ri-proposta di discussione della legge regionale promossa due anni fa dall’Associazione Luca Coscioni, non si affrontano gli aspetti pratici, ovvero gli strumenti reali che abbiamo a disposizione come cittadini per gestire al meglio la malattia secondo principi e diritti, invece di spostare la questione sul dilemma che lacera ancora le coscienze individuali?
In altre parole: perché prevale la volontà di silenziare i diritti nel fine vita, di farne una questione intima e non politicamente pubblica, da servizio sanitario nazionale, rispetto ad una adeguata informazione che possa incentivare scelte responsabili da parte dei cittadini e dei pazienti?
Associazione Luca Coscioni
Da anni l’Associazione fornisce informazioni su leggi e sentenze in materia di fine vita con incontri informativi aperti a tutti o con sportello individuale gratuito (cellulavicenzapadova@associazionelucacoscioni.it)
È attivo da inizio 2021 il Numero Bianco nazionale 06 9931 3409 per fare luce sulla conoscenza di questi diritti (DAT, cure palliative, interruzione delle terapie, pianificazione condivisa delle cure, aiuto medico alla morte volontaria, Amministratore di Sostegno, donazione del corpo alla scienza).
Piergiorgio Welby era affetto da una grave forma di distrofia muscolare che lo aveva portato alla paralisi quasi completa e alla dipendenza dalla ventilazione meccanica.
Negli ultimi anni della sua vita comunicava attraverso un sintetizzatore vocale e chiese pubblicamente il diritto di interrompere i trattamenti che lo tenevano in vita.

Fabiano Antoniani detto DJ Fabo, dopo un incidente stradale nel 2014, rimase tetraplegico e cieco con sintomi di sofferenza intrattabile e grave perdita di autonomia fisica.
Fu accompagnato in Svizzera da Marco Cappato per morire con il suicidio medicalmente assistito, come aveva chiesto. Si somministrò la sostanza letale mordendo un comando con la bocca.







































