
Il numero 306 di VicenzaPiù Viva, in uscita martedì 31 marzo in edicola e online per gli abbonati con L’altra Vicenza n. 10 in omaggio, è attraversato da un filo conduttore: la responsabilità, tra memoria e scelte future. Protagonista è Giorgio Sala, ex sindaco novantottenne, esempio di servizio pubblico sobrio e consapevole, che invita a custodire la memoria come dovere civico.

Accanto a questa lezione, il dossier sul fine vita (con interventi di padre Gino Alberto Faccioli, Daniele Berbardini, l’intervista a Emilia Laugelli, l’analisi dei dati di Salvatore Borghese e tanto altro ancora) affronta un tema urgente e irrisolto, tra etica, legge e dignità personale. Il numero si muove così tra passato e futuro, mettendo al centro le domande cruciali della comunità, senza offrire risposte facili ma restituendo complessità, partecipazione e consapevolezza collettiva.
VicenzaPiù Viva n. 306 con Giorgio Sala, Emilia Laugelli (inOltre)…
Vi proponiamo in anteprima alcuni passaggi dell’intervista della nostra Federica Zanini a Emilia Laugelli. Appena andata in pensione, la dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ulss 7 Pedemontana e responsabile del telefono antisuicidi regionale, nato nel 2012 e pioniere in Italia, racconta quanto intenso sia il lavoro di ridare speranza a chi la vuole fare finita e quello di accompagnare chi è condannato a morte dalla malattia.
Dottoressa Emilia Laugelli: il fine vita degli altri ti resta dentro per tutta la vita.
… La dirigente dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Ospedale di Santorso è nota in particolare alle cronache, ma soprattutto alla gente, per l’eccezionale telefono antisuicidio, che ha diretto e coordinato fin dalla nascita nel 2012 e che ha seguito molti casi di aspiranti suicidi per aver perso tutto o quasi tutto col crollo delle banche popolari venete, quella di Vicenza e l’altra di Montebelluna.
… Proprio nel giorno in cui la intervistiamo festeggia, infatti, al traguardo di una carriera intensa, con le tante emozioni ancora da riordinare e “domare”, il suo primo giorno di pensione: lunedì 23 marzo 2026.
Che effetto le fa? Sa già che cosa farà in futuro?
Mi devo ancora abituare. Ho lavorato fino a venerdì scorso e anche se non ho rimpianti e ho anzi le idee chiare sulle mie priorità per il futuro (ndr: stare più tempo possibile con la mamma anziana che vive in Calabria, coccolarsi i tre nipotini di 6, 4 e 2 anni e godersi la famiglia in generale), non è facile smettere un lavoro come il mio, davvero molto intenso, potente. So già che non manderò in pensione la mia naturale propensione a mettermi a disposizione degli altri, ma intanto posso dire con fermezza che per me è stato un onore toccare la parte più sensibile e fragile delle persone, trattare il loro dolore con tutta la cura che merita. Mi sono appena ritirata e non ho ancora progetti, tanto meno lavorativi, nonostante le tante proposte dal settore privato. No, ho assolutamente bisogno di uno stop, ne ho bisogno per imparare a staccarmi da quella che è stata la mia vita, legata indissolubilmente a quella degli altri e, per oltre un decennio, con reperibilità 24 ore su 24 e con un carico di dolore e un dispendio di energie inimmaginabile.
È davvero difficile immaginare… Non è che per sollevare l’altro si mette tutto il carico sulle proprie spalle, sul proprio cuore fino a non reggere più?
È uno degli aspetti da imparare a gestire e che deve far parte della formazione degli psicologi specializzati in questo ramo. Io ho avuto modo di lavorare con un team eccezionale. Ci vuole formazione, professionalità ma soprattutto empatia. Quello dello psicologo è un mestiere particolare: devi capire chi hai davanti, instaurare un contatto perché non esistono manuali o ricette universali e infallibili. Puoi lavorare bene solo decifrando quello che la persona ti trasmette, direttamente o indirettamente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone fragili, diffidenti e la loro richiesta di aiuto va spesso decodificata. Io personalmente posso dire di avere quasi sempre trovato la giusta sintonia dopo i primi 3-5 minuti di colloquio. Il segreto è sicuramente anche una predisposizione personale, ma soprattutto non dimenticare mai che chi si rivolge a te non è il malato di cancro o di depressione, ma una persona. Un essere umano con nome e cognome, con un suo vissuto unico, con le sue personali fragilità che per primo deve rivedere, e imparare ad accettare, il suo nuovo ruolo di paziente. Una persona che si trova a dover affrontare un nuovo percorso e, ottenuta la sua fiducia, deve fargli capire che sei lì per percorrerlo insieme…
In edicola tutta l’intervista e di seguito gli indici del numero 306 di VicenzaPiù Viva e quello del n. 10 de L’altra Vicenza in omaggio con VicenzaPiù Viva.







































