
(articolo di Daniele Bernardini, da VicenzaPiù Viva n. 308, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)
Il primo maggio 2026 ha lasciato questo mondo Alessandro Leone Zanardi, detto Alex (59 anni): pilota di Formula 1, nel 2001 subì l’amputazione di entrambi gli arti inferiori per un gravissimo incidente. Trovandosi in questa situazione, si dedicò al paraciclismo, vincendo quattro ori e due argenti olimpici a Londra 2012 e Rio 2016. Nel 2020, mentre era in handbike per una staffetta benefica, si scontrò con un camion che lo ridusse tra la vita e la morte, costringendolo ad un lungo percorso di sofferenza.
Alex ha testimoniato che, anche nelle situazioni più ostili, si può dare un senso alla vita e goderne le bellezze. Lui ci ha creduto e si è impegnato a fondo per dimostrarlo e farlo capire anche a noi. Non possiamo che ringraziarlo per averci fatto partecipi di questo suo contagioso amore per la vita, verrebbe da dire nonostante tutto.
Come ha detto papa Francesco, Alex ha saputo fare della disabilità una lezione di umanità. A supportarlo nel suo cammino aveva una robusta realtà familiare, della quale era consapevole e grato. Non mollava mai; Alex non risulta abbia mai chiesto di essere aiutato a morire. Per vivere certe situazioni con lo spirito sempre positivo di Alex bisogna possedere una statura morale non comune. Non tutti ce l’hanno, così come non tutti hanno un contesto di relazioni capace di dare il sostegno necessario.
Può quindi succedere che, di fronte a situazioni altrettanto difficili, una persona non riesca a vedere vie d’uscita o non voglia avviarsi verso una sempre maggiore dipendenza. Così, mentre ringraziamo Alex per quanto ci ha testimoniato e dimostrato, al tempo stesso dobbiamo rispettare scelte diverse, ma non meno impegnative e coraggiose, fatte da altre persone, che arrivano liberamente e responsabilmente a chiedere di essere aiutati a morire senza troppa sofferenza per sé e per i familiari. La vita va amata, non idolatrata: va amata la vita vissuta (e Alex si è sempre impegnato a viverla), non la mera vita biologica.
La dignità di una persona coincide con la possibilità di fare scelte libere e consapevoli e vederle riconosciute dalla comunità. Indubbiamente degna è stata la vita di Alex Zanardi. Parimenti degna va considerata la vita di chi, versando in situazioni altrettanto difficili, sceglie consapevolmente e responsabilmente di interromperla, se divenuta per lui insostenibile. Nel numero scorso di questa rivista abbiamo letto la storia del sig. Roberto, che, gravemente ammalato e senza prospettive di guarigione, chiede solo di essere aiutato a concludere la vita a casa sua e nel modo più sereno possibile…
Vorremmo poter vivere in un mondo che rispetti le scelte libere e responsabili di tutte le persone mature e consapevoli, soprattutto quando hanno a che fare con la vita e la morte. Nessuno deve essere forzato ad accettare a tutti i costi condizioni difficili da sopportare, così come nessuno deve essere forzato a chiudere i conti con la sua vita in analoghe situazioni.
Non permettiamoci di giudicare l’entità della sofferenza altrui, perché non c’è cosa più soggettiva della sofferenza. Non esistono due sofferenze uguali, così come non esistono due persone uguali e, quindi, non è corretto paragonare storie diverse. La sofferenza risente molto del contesto in cui si manifesta; pertanto, su di essa si può influire agendo, appunto, sul contesto, ma questo non sempre è possibile o sufficiente. Devono essere messe in atto tutte le forme di sostegno (mediche, psicologiche, economiche…) per le persone sofferenti e per le loro famiglie e quindi è giusto cercare di combattere ogni situazione che porti una persona a chiedere di morire… A volte, però, questi sostegni concretamente non ci sono, non bastano o vengono consapevolmente rifiutati.
Alex, con la sua voglia di sfruttare la vita fino all’ultima goccia e altre persone, che invece ritengono (dopo aver valutato altre opzioni) per sé più saggio e dignitoso chiedere di interrompere la vita… meritano uguale rispetto.
Nessuna persona e nessuna situazione deve essere strumentalizzata a favore di questa o quella causa… Limitiamoci a difendere la dignità delle persone e delle persone sofferenti in particolare, sapendo che questa passa attraverso il rispetto della loro volontà, che una comunità civile deve sempre tutelare.
L’autore. Daniele Bernardini, Medico ospedaliero pensionato, per 10 anni nel Comitato etico per la pratica clinica dell Ulss 8. Ora opera nella Fattoria Il PomoDoro per l’inclusione di persone con disabilità ed è responsabile della Scuola del lunedì.





































