In memoria di Luana D’Orazio, il racconto di Giorgio Langella: “La seconda morte di Elle”

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Luana D'Orazio e il macchinario sequestrato (invano?) dai magistrati
Luana D'Orazio e il macchinario sequestrato (invano?) dai magistrati

Sono passati cinque anni da quando Luana D’Orazio rimase stritolata da un orditoio tessile durante un incidente sul lavoro a Montemurlo (Prato). Una morte orribile di una giovane donna e mamma di 22 anni dovuta a un incidente, colpa di una “macchina assassina”, di una tragica fatalità, della fretta, della distrazione … Niente di tutto questo. È stato un “omicidio sul lavoro”, quello che i governi si ostinano a non riconoscere come tale. Una di quelle “morti bianche”, come vengono definite con il risultato di renderle più accettabili (sì, i termini hanno importanza nella percezione della gravità reale degli eventi), come quella di Mattia Battistetti, di Laila El Harim, di tanti altri come i morti della Marlane di Praia a Mare o quelli che spariscono alla vita nei campi.

Non morti bianche, quindi, ma veri e propri omicidi che quasi sempre restano impuniti, senza responsabili.

Oggi vogliamo ricordare che quell’orditoio che ha stritolato Luana è emblema di un sistema spaventoso che ha reso il lavoro una condanna e chi lavora solo degli strumenti, ingranaggi che servono a produrre profitto. E vogliamo ricordare che chi ha coscienza non può restare indifferente ma deve lottare con rabbia contro lo stato delle cose presente.

Lo facciamo con un breve racconto scritto quando si apprese della sentenza che, in pratica, non rendeva giustizia a Luana D’Orazio.

In memoria di Luana D’Orazio

LA SECONDA MORTE DI ELLE

(ma come si può)

Lesse la parola e … ma, diocristo, com’è possibile che ci sia questa latitanza di giustizia, questa assenza di umanità, persino di fronte a una morte tanto orrenda … mi sarò sbagliato … rilesse attentamente … no, no, era proprio così, la parola era patteggiamento, accolto dal pubblico ministero e, quindi …

Bestemmiò di nuovo verso il cielo, il sole e tutte le nuvole e il sistema che permetteva questo …

Elle era morta, ingoiata dalla macchina mentre era al lavoro … la macchina assassina, qualcuno aveva persino scritto … eh no, carimiei, l’avevano manomessa di proposito, rendendola pericolosa per andare più veloci e la macchina aveva fatto solo il suo mestiere di produrre tessuti e, così, non si era fermata quando … un incidente sul lavoro … lesse … un assassinio vero e proprio … bestemmiò … eh sì, perché le macchine non pensano, eseguono … e chi aveva dato l’ordine di togliere le protezioni aveva deciso, eh sì, deciso, che non poteva succedere … e, invece …

Elle e i suoi pochi anni finirono in maniera orribile … un brivido lo colse … provava dolore, un dolore acuto che gli impediva di distogliere lo sguardo da quelle parole che gli urlavano contro lo spavento di vivere nella crudeltà del normale … eh, no, signorimiei, non c’è nulla di normale in quella sentenza che, in pratica, non punisce i responsabili e che non rende giustizia ma cancella per la seconda volta la vita di Elle, il suo sorriso, i suoi occhi che …

Lesse che avevano escluso le sicurezze per facilitare il lavoro di chi operava sulla macchina … e così, la pena era diventata irrisoria … e poi c’era la condizionale, un risarcimento in denaro … diodidio, ma come si può anche solo pensare di scambiare la vita, sì, tutta la vita e il futuro con una manciata di soldi? E che siano pochi o tanti è indifferente … ma come si può? … come si può? … ripeté come faceva spesso sua madre verso la fine della sua esistenza … come si può?

Si asciugò gli occhi e si accorse che il suo dolore era niente in confronto a quello che doveva aver provato Elle nel momento nel quale si accorse che finiva tutto là, al suo terrore, alla desolazione del dolore eterno che dovevano provare i suoi cari … niente … lui, in effetti, Elle neanche la conosceva eppure pensava spesso a cosa doveva essere stato quell’incidente … eh, no, perdio, quell’omicidio …

Eh, si, lo pensava spesso e qualche volta, tentando di convincersi di poterlo ricordare, l’aveva pure vissuto in uno di quegli incubi che affollavano il suo sonno … e si era svegliato con una sensazione di vuoto gelido e insostenibile … ma perché continuo a pensarci, a ricordare quello che ho solo letto in qualche giornale? … perché? … forse solo perché sono ancora, e per fortuna, umano?

Si passò una mano sul viso per coprirsi gli occhi e nascondere le lacrime … ma cosa posso fare … si domandò … soltanto piangere di fronte a tutto ciò?

Così, improvvisamente, ebbe la sensazione di essere diventato inutile.

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Giorgio Langella
Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.