Mps, Il Sole 24 Ore: “Vendita del Mef a tappe. Spunta l’opzione fondazioni”

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Monte dei paschi di Siena MPS
Monte dei paschi di Siena MPS

Il Ministero dell’Economia e delle finanze al lavoro per il disimpegno delle proprie quote in Monte dei Paschi di Siena (Mps). Il Mef, che detiene il 26,7% dell’istituto, ha come orizzonte temporale giugno 2024, quando scadrà il termine per la dismissione concordato con l’UE e vaglia almeno due possibilità: collocamento lampo e cessione diretta a terzi.

In quest’ultimo scenario a intervenire potrebbero essere le stesse attuali fondazioni azioniste di Mps, come ipotizzato da Il Sole 24 Ore oggi in edicola.

Più in generale – si legge – l’impressione, negli ambienti finanziari, è che la cessione allo studio contempli una vendita da parte del Tesoro di una quota sensibile del capitale: si parla in proposito di un pacchetto fino al 16%, non necessariamente operando secondo il copione delle ultime due tranche. Come noto, a novembre 2023 il ministero dell’Economia ha realizzato il collocamento di un primo pacchetto del 25% di Siena per 920 milioni, per poi procedere a marzo con la vendita di un altro 12,5% per altri 650 milioni.

Oggi, invece, una delle ipotesi allo studio prevederebbe un alleggerimento della quota pubblica da realizzarsi non esclusivamente tramite il mercato, o quanto meno solo in parte. Il tutto con l’obiettivo di creare un nocciolo duro di azionisti a Siena, ancora in via di definizione, magari nella prospettiva futura di un successivo matrimonio”.

Le fondazioni tra cui figurano tra cui la Fondazione Mps, Cariplo e Compagnia di San Paolo – ricorda il quotidiano economico – detengono attualmente quote pari all’1,2%, mentre i soci detengono il 59,29%, Anima l’1%, Eurizon il 4,4%, i fondi Mediolanum l’1,5% e, infine fondi americani e inglesi, azionisti come il Governo della Norvegia (1,4%), Norges Bank con l’1,5% e Vanguard con il 2,5%.

“Lo schema operativo su ci sta ragionando negli ambienti vicini al Mef – ancora Il Sole –, del resto, va in parallelo con il carotaggio, che pure rimane in corso, volto a selezionare un partner industriale: il mercato guarda pur sempre a UniCredit, BancoBpm e Bper, che rimangono i tre soggetti indiziati per un possibile merger con Siena. Partner che però, per motivi diversi, e con sfumature diverse, per ora rimangono alla finestra.

La strada per l’M&A, del resto, segue il diktat degli impegni presi con Bruxelles. «La scarpetta è pronta, il 2024 credo debba essere l’anno buono», ha sottolineato nelle scorse settimane il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rispondendo alla domanda se quest’anno possa essere quello giusto per trovare un partner alla banca senese, considerata “Cenerentola” tra le banche italiane. Input chiari, che segnalano la volontà esplicita del Tesoro di uscire da Siena. Ma a cui, va detto, fanno da contraltare anche alcune spinte di segno opposto provenienti dall’ala più “sovranista” della Lega, che accarezza pur sempre l’idea di mantenere il controllo statale sul Monte per farne a tutti gli effetti una banca pubblica. Da qua, appunto, l’ipotesi di sondare il mondo delle Fondazioni, soggetti che potrebbero anche consentire un’uscita in più step al Mef, magari lasciando al Tesoro il “pallino” sull’ultima tranche del capitale, così da decidere il futuro industriale della banca una volta che gli scenari saranno più maturi, concordemente con l’Ue.

Per il Governo, d’altra parte, l’uscita da Mps fa gola per i possibili incassi: l’intero pacchetto del 26,7% ai prezzi attuali, ieri in rialzo di un altro 2,27% a 5,09 euro, può valere intorno agli 1,7 miliardi. Non male dopo le due operazioni che – sfruttando il cospicuo rally registrato dal titolo, cresciuto di oltre il 130% nell’ultimo anno – hanno fruttato un incasso complessivo attorno a 1,6 miliardi, esattamente quanto iniettato dal Governo nell’aumento di capitale da 2,5 miliardi realizzato a fine 2022″.

Fonte: Il Sole 24 Ore