Dopo ore di attesa il collegio della corte di appello di Venezia, dopo la camera di consiglio per il Processo d’appello BPVi, considerando le prescrizioni intervenute e il “ravvedimento operoso dell’ex vice direttore area mercati, ha comminato ieri, 10 ottobre, le seguenti pene, riassunte nel titolo e pubblicate nel nostro primo lancio (21.20 del 10 ottobre), quasi in tempo reale: 3 anni e 11 mesi a Zonin, Piazzetta e Pellegrini, 3 anni 4 mesi e 15 gg a Marin, Giustini (il “ravveduto” che si è auto accusato ma aprendo molti veli su tutto) 2 anni 7 mesi e 15 gg, assolto Zigliotto. Qui il dispositivo sintetico della sentenza del Processo d’appello BPVi

Zonin era stato condannato in primo grado a 6 anni e 6 mesi, Giustini a sei anni e tre mesi, Marin a sei anni, Piazzetta a sei anni,  Zigliotto e Pellegrini erano stati assolti in primo grado.

Il collegio veneziano è stato presieduto da Francesco Giuliano, con i giudici Alberta Beccaro e David Calabria, il pool dell’accusa era composto dal procuratore generale Alessandro Severi, dalla Dottoressa Paola Cameran col supporto dei Pm del I° grado di Vicenza Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi  (qui tutte le udienze su ViPiu.itqui “Banca Popolare di Vicenza. La cronaca del processo”, il libro/documento sul primo grado da noi pubblicato, ndr).


La cronaca dell’ultima udienza, la venticinquesima, del Processo d’appello BPVI

Ieri, 10 ottobre 2022, si è svolta l’ultima udienza del processo d’appello agli ex manager della Banca Popolare di Vicenza.

Prima della sentenza tocca alle repliche.

La Procura Generale prende la parola con la dottoressa Paola Cameran che contesta alle difese degli imputati fatti specifici tesi a dimostrare la consapevolezza di Zonin del fenomeno “ baciate “ .

Non si tratta, dice, l’accusa di una semplice cornice che “inganna l’occhio dell’osservatore” perché il quadro accusatorio si avvale di episodi precisi, alla luce dei quali secondo la Procura l’allora presidente Zonin mantiene un ruolo predominante nel Consiglio di Amministrazione mentre la sua assidua presenza in banca e il rapporto con Samuele Sorato depongono a favore della tesi di un direttore generale con scarsa autonomia sul presidente.

I cospicui finanziamenti concessi al gruppo Ricucci, di fatto,, per la Procura, decisi da Zonin, le costanti riunioni con il management che Zonin tende a fidelizzare, le sue partecipazioni al Comitato Finanza, l’occhio di riguardo sui trasferimenti di alcuni dipendenti (Rizzi), sono solo alcuni degli episodi dai quali si evince il vero ruolo dell’ex presidente, per non parlare del fatto che le segretarie restavano a sua completa disposizione quando era presente in sede.

I colloqui con i quali intratteneva chi veniva ricevuto duravano ben più dei pochi minuti che sarebbero serviti ad indirizzare il cliente al dirigente di turno, segno che le decisioni erano prese in quella sede.

In Cda, prosegue l’accusa, sono state deliberati 414 milioni di baciate e Giustini ha testimoniato che il Consiglio  era a conoscenza dell’operatività della banca in tema di correlate, così come è lo stesso ex vice direttore generale per l’area mercati a riferire che Zonin era a conoscenza dell’operazione Palladio e quindi del fenomeno delle lettere di garanzia.

L’imputato, poi, sapeva che c’era una certa tensione sul mercato secondario, lo riferisce lo stesso Gronchi, con indubbi riflessi sul patrimonio di vigilanza, anzi  l’ex ad parlava con Zonin del problema di svuotare il fondo acquisto azioni.

Infine, Cameran ricorda il licenziamento Sorato, deciso in totale autonomia dal presidente, dopo le indicazioni di BCEe la vicenda dal teste Pitacco, l’unico ad aver riferito di aver parlato con Zonin dei finanziamenti ricevuti dalla banca.

È, quindi, il turno dei legali di parte civile. L’avv. Ceci per Banca d’Italia, parte offesa, si dice incredula sulla figura di un presidente che nulla sapeva della gestione della banca: una persona al vertice di un istituto che gestisce risparmi per trenta miliardi non può non conoscere i meccanismi di funzionamento dell’istituto di credito, tanto più che era lui a scegliere i suoi dirigenti.

L’avv. Bertelle nella sua replica, per le parti civili “private”, ha sostenuto la conoscenza da parte di Zonin del problema dei fondi esteri e che Zonin apriva filiali della banca ove comperava aziende che poi venivano regolarmente finanziate dalla banca stessa.

L’avv. Ciccotto ha, poi, esposto fatti riferiti dal teste Esposito, ex dipendente BPVi,  sull’esistenza di storni dai conti correnti di cui non sapeva darsi spiegazione, ma sappiamo, dice il difensore, che gli storni erano collegati alle baciate, e che il teste riferisce di richieste di controllo sia al comitato deputato a tali verifiche che all’Audit e, infine, infine al Consiglio di Amministrazione di cui facevano parte sia Zonin che Zigliotto.

La parola per le repliche è stata data quindi ai professori Ambrosetti e Padovani, difensori di Zonin.

Ambrosetti, riprendendo i temi cari all’accusa, si è chiesto in cosa consistono le contestazioni mosse a a Zonin: di avere un certo ascendente sui suoi dirigenti? È chiaro, ha sostenuto il docente, che la figura di un grande imprenditore spicca e funge da punto di riferimento in un ambiente dove sino a qualche anno prima a dirigere le varie realtà bancarie locali erano chiamati personaggi di secondo piano. Ma questo non significa che Zonin dovesse essere a conoscenza di tutto e se, poi, si dice che l’agenda della segreteria di Zonin, tenuta signora Lizza, era strapiena, Zonin si assentava dalla banca per giornata intere e quindi cosa si è inteso provare? Nulla.

Meneguzzo, continua il legale vicentino (che, come ha ricordato, investì lui stesso nella Banca Popolare di Vicenza, in cui rappresentanza ebbe anche dei ruoli non secondari), è un importante imprenditore, era a cena con Zonin ma questo non dimostra che il presidente sapesse delle correlate. Inoltre, cronometrare la durata degli appuntamenti di Meneguzzo con Zonin cosa prova? Poi non dimentichiamo, ha detto Ambrosetti, che Meneguzzo stesso ci riferisce che l’operazione con Palladio finanziaria tutto fosse fuorché una baciata.

Dipingere Zonin come il padre padrone del Cda non ha molto senso, in consiglio c’erano personalità come Monorchio, Breganze, professori universitari, uomini di grande cultura ed esperienza e Zonin se avesse voluto circondarsi di fantocci avrebbe scelto per il suo Cda persone del genere? Anche questo è poco credibile.

Lo stesso Gronchi ci ha riferito, dice l’avv. Ambrosetti, che a decidere all’epoca era lui, anche se si confrontava con Zonin.

Infine, non dimentichiamo, incalza il difensore, che Zonin quando incontrò Giustini e Piazzetta lo fece per vederci chiaro, voleva capire cosa stava accadendo, come testimonia il fatto che prendesse appunti.

La difesa Zonin ha invece portato prove a discarico su specifici fatti e prove non smentite dal processo, neppure dal teste Pitacco, a giudizio di Ambrosetti non credibile perché la sua deposizione non è supportato da dati documentali.

Il professor Padovani con veemente esposizione a difesa del suo assistito ha replicato smontando le tesi accusatorie perché suffragate da circostanze peraltro non ritenute neppure all’altezza di indizi, in quanto ha ribadito che “noi abbiamo la prova che in Cda queste operazioni non passavano”, in Cda, ha aggiunto, “sono passati i finanziamenti non le baciate”.

È Sorato, ha aggiunto il difensore, che cerca la sponda con il Cda, per sostenere la sua estraneità ai fatti, ma la tesi non convince perché il vero dominus della banca era proprio Sorato, che frapponeva uno schermo fra la struttura della banca e il presidente.  In tal senso depongono tutti i dipendenti dell’istituto, ha aggiunto l’avv. Padovani, e la cosa è confermata dallo stesso Cauduro quando riferisce che dal 2008 tutta la struttura della banca è in mano a Sorato, né vi è la prova di un accordo fra Zonin e Sorato per la conduzione dell’istituto.

Molti problemi interpretativi, inoltre, ha aggiunto il difensore, anche legati alle perizie della difesa e dell’accusa (si pensi alla disquisizione se il fenomeno baciate si concretizzi ex post o ante finanziamento), nascono dal fatto  che in una banca popolare è normale che il socio sia finanziato dalla banca, come ha detto il Dr Sansone, ispettore di Banca d’Italia.

In definitiva ha concluso il difensore manca anche la prova di un “ruolo propulsivo direzionale che non può essere affidato a singoli episodi”, invece abbiamo un soggetto che, informato del problema, prende appunti, il che dimostra che nulla sapeva.

La difesa Zigliotto con l’avv. Manfredini in replica al collega di parte civile Ciccotto ha, quindi, chiuso la discussione dicendo che in merito alle operazioni di storno il suo assistito Zigliotto non era componente del comitato di controllo. Peraltro, Domenichelli aveva, poi, riferito che in Cda veniva portato un mero riassunto nel quale Esposito ribadiva che non c’erano problemi di liquidità. Infine, sugli storni, ha concluso Manfredini, se ne discusse solo ad ispezione in corso.

Chiuse le repliche il collegio del Processo d’appello BPVi si ritira in una lunga camera di consiglio, da cui esce alle ore 20.30, quando il presidente dà i lettura della sentenza  di cui riepiloghiamo la breve sintesi già riportata quasi in tempo reale e aggiungiamo alcuni dettagli, per modo di dire, rinviando per la lettura completa al dispositivo sintetico allegato: “Zonin Giovanni è condannato alla pena ridotta di anni 3 e mesi 11 di reclusione, Piazzetta Andrea alla pena ridotta di anni 3 e mesi 11 di reclusione, Marin Paolo alla pena ridotta e rideterminata ad anni 3 mesi 4 e giorni 15 di reclusione, Giustini Emanuele alla pena ridotta ad anni 2 mesi 7 e giorni 15 di reclusione, Pellegrini Massimiliano, assolto in I° grado, in accoglimento dell’appello della Procura e delle parti civili è condannato alla pena di anni 3 e mesi 11 di reclusione, è rigettato l’appello della Procura della Repubblica di Vicenza nei confronti di Zigliotto Giuseppe la cui assoluzione è, quindi, confermata”.

Viene, anche, disposta la revoca della confisca nei confronti degli imputati per l’intero importo pari ad euro 963.000.000 (circa un miliardo), e su questo punto si preannunciano non poche polemiche, anche extra giudiziarie, da parte dei soci azzerati della BPVi,  viene ridotta la pena pecuniaria nei confronti di Banca Popolare di Vicenza in LCA quale responsabile degli illeciti amministrativi ex Decreto legislativo 231/2000 ad euro 207.900 ed è infine revocata la provvisionale disposta a favore di Banca d’Italia e Consob (anche su questa revoca si discuterà, in senso opposto, come se palesasse un sia pur timido dubbio sulla non proprio convincente estraneità dell’organo di controllo rispetto al crac della banca vicentina).

Gli imputati vengono, infine, condannati al pagamento delle spese di difesa delle parti civili come da separato elenco .

L’ultima udienza del Processo d’appello BPVi, quindi, dopo la lettura si è chiusa alle ore 20.50, mentre le motivazioni verranno depositate nel termine di 90 giorni come per legge.


L’articolo è a firma dell’avv. Fulvio Cavallari, che, con avv. Marilena Bertocco, ha seguito per noi gran parte delle udienze.

Entrambi sono esponenti di Adusbef Veneto e rappresentanti di parti civili ma la massima loro attenzione deontologica ai fatti rappresentati nelle udienze del processo d’appello BPVi e la loro specifica competenza legale sono le ragioni per cui abbiamo affidato a loro e non a colleghi giornalisti la cronaca delle udienze, pur se con la mia dovuta supervisione come direttore responsabile di ViPiu.it, sempre disponibile a raccogliere e rendere note eventuali osservazioni di ogni tipo di tutte le parti interessate