Iran, l’altra guerra: ecco come il conflitto sta colpendo la tecnologia globale

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(Adnkronos) – La Corea del Sud non confina con l'Iran. Non ha soldati sul campo. Non è parte di nessuna alleanza militare in Medio Oriente. Eppure, nelle prime quattro giornate di borsa dopo l'inizio del conflitto, il suo mercato azionario ha perso il diciotto per cento del proprio valore, il calo più rapido dal 2008. Oltre cinquecento miliardi di dollari svaniti in pochi giorni. Non per via di missili o sanzioni. Per via dell'energia. È questa l'altra guerra che, oltre al prezzo del petrolio e della benzina, porta la crisi nel settore della tecnologia, soprattutto nella produzione di chip e nei data center.  Per capire cosa sta succedendo bisogna guardare una mappa. Lo Stretto di Hormuz è un corridoio d'acqua largo poco più di cinquanta chilometri, tra l'Iran e la penisola arabica. Da lì passa circa un quinto di tutto il petrolio mondiale. E da lì passa quasi tutto il petrolio che alimenta le fabbriche sudcoreane di chip. La Corea del Sud importa circa il settanta per cento del suo petrolio dal Medio Oriente, e praticamente tutto viaggia attraverso Hormuz. Quando lo stretto si è chiuso, il problema è diventato immediato. Le due grandi aziende sudcoreane di semiconduttori, Samsung e SK Hynix, insieme controllano l'ottanta per cento della produzione mondiale di un tipo di memoria fondamentale per l'intelligenza artificiale, e quasi il settanta per cento di un altro tipo usato in ogni computer e telefono del pianeta. Entrambe hanno perso oltre il venti per cento del loro valore in borsa nel giro di due giorni. "La guerra in Iran non ha creato questo problema", scrivono Darcie Draudt-Véjares, ricercatrice del Carnegie Endowment for International Peace, e Tim Sahay, co-direttore del Net Zero Industrial Policy Lab alla Johns Hopkins University. "Ha semplicemente reso evidente quanto quella dipendenza sia diventata pericolosa".  Quello che il conflitto ha reso visibile non è una crisi nuova. È una crisi vecchia che nessuno aveva risolto. La Corea del Sud, pur essendo uno dei Paesi più avanzati al mondo nella produzione di tecnologia, produce ancora la maggior parte della sua energia bruciando petrolio e gas importati. Ha rimandato per anni il passaggio alle energie rinnovabili. Ora paga il conto. Il nuovo grande complesso industriale in costruzione a Yongin, a sud di Seul, destinato a diventare il più grande polo di produzione di chip al mondo e ad aprire in parte nel 2027, avrà bisogno da solo di sedici gigawatt di energia: circa il diciassette per cento di tutta la domanda nazionale al picco. Chi lo alimenterà, e con cosa, è una domanda ancora senza risposta definitiva.  Non è la prima volta che una crisi geopolitica mette in discussione la tenuta di queste filiere produttive. La pandemia aveva bloccato le fabbriche. La guerra in Ucraina aveva complicato l'accesso al neon, altro gas usato nella produzione di chip. Ogni crisi ha il suo materiale, il suo punto debole nascosto.  C'è poi un secondo fronte, quello delle materie prime usate direttamente nella produzione dei chip. Due in particolare sono sotto osservazione: l'elio e il bromo. Il 2 marzo scorso, alcuni droni iraniani hanno colpito un impianto nel Qatar. Non era una raffineria di petrolio, non era una base militare. Era una fabbrica di elio. Il Qatar produce oltre un terzo dell'elio mondiale. Dopo i droni iraniani, l'impianto di Ras Laffan è rimasto offline. Phil Kornbluth, presidente di Kornbluth Helium Consulting, ha detto che è ormai difficile immaginare uno scenario in cui l'interruzione duri meno di due o tre mesi, con altri quattro o sei mesi prima che le forniture tornino alla normalità. L'elio è lo stesso gas che gonfia i palloncini, ma nelle fabbriche di chip serve a mantenere temperature e condizioni molto precise durante la lavorazione. Non ha sostituti pratici. Il bromo, invece, serve a incidere i circuiti sui chip. Quasi due terzi della produzione mondiale viene da Israele e Giordania, due Paesi al centro, in modi diversi, della crisi regionale. "C'è un rischio moderato sui materiali critici. L'elio è quello che stiamo monitorando con più attenzione", ha detto Peter Hanbury, partner della divisione tecnologica di Bain & Company, alla Cnbc. "Il Qatar è una delle principali fonti. Canada e Stati Uniti sono anch'essi grandi fornitori", ha aggiunto, lasciando intendere che alternative esistono, ma richiedono tempo per essere attivate. L'industria globale dei semiconduttori vale quest'anno circa mille miliardi di dollari. È su questa industria che poggiano il cloud, l'intelligenza artificiale, i pagamenti digitali e buona parte delle comunicazioni mondiali. Una interruzione prolungata delle forniture non sarebbe solo un problema economico. Sarebbe un problema di infrastruttura globale, e questa guerra sta mostrando con chiarezza quanto quelle infrastrutture siano fragili.  C'è però un altro problema, ancora meno visibile. Il primo marzo scorso, droni iraniani hanno colpito due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti e una terza in Bahrain. Non erano basi militari. Erano gli edifici dove vivono i dati di milioni di persone. Dopo gli attacchi, i residenti di Dubai e Abu Dhabi si sono svegliati senza poter pagare un taxi, ordinare da mangiare o controllare il proprio conto in banca. Nvidia ha chiuso temporaneamente i suoi uffici a Dubai. Google ha avuto decine di dipendenti bloccati nella stessa città per le cancellazioni dei voli. Chris McGuire, che ha lavorato sulla sicurezza tecnologica al Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto Biden e oggi è ricercatore al Council on Foreign Relations, ha detto al Guardian che se le grandi aziende tecnologiche vogliono continuare a investire in Medio Oriente, dovranno farsi una domanda molto concreta: "Se si vuole davvero puntare sul Medio Oriente, forse significa mettere la difesa missilistica sui data center". "Questo è solo l'inizio degli attacchi ai data center", ha aggiunto McGuire. "Oggi sono l'obiettivo meno importante che saranno mai stati. Da qui in poi, con l'intelligenza artificiale sempre più centrale per l'economia e per le operazioni militari, la loro importanza non può che crescere". (di Angelo Paura) 
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