
Le difficoltà della Nazionale di calcio non dimostrano che gli italiani non sappiano soffrire. I successi di atletica, nuoto, ginnastica, pallavolo e tennis raccontano uno sport italiano capace di sacrificio e continuità quando competenza, programmazione e organizzazione prevalgono sulle rendite.
Un Ferragosto che parla chiaro
La terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali di calcio rischia di alimentare ancora una volta il luogo comune più comodo: gli italiani non avrebbero voglia di soffrire, allenarsi e competere. Il 15 agosto, però, altri azzurri hanno risposto con i fatti. Agli Europei di atletica di Birmingham Andy Díaz Hernández ha vinto il triplo con 18,15 metri, quarta misura di sempre, mentre Andrea Dallavalle ha conquistato il bronzo. Nella marcia, Sofia Fiorini ha vinto la prova della maratona stabilendo il record mondiale in 3 ore 15 minuti e 11 secondi, con Alexandrina Mihai argento nella mezza maratona.
Questi risultati hanno portato l’Italia in testa al medagliere con 17 podi, otto dei quali d’oro. Non sono lampi isolati: la spedizione azzurra era partita con il record di 132 qualificati, segnale di una base larga e di un sistema che produce qualità. Anche il record italiano di Eloisa Coiro negli 800 metri racconta profondità, non soltanto punte d’eccellenza.
Dalla pedana alla piscina
Agli Europei di ginnastica artistica di Zagabria Manila Esposito ha aggiunto un altro oro nel corpo libero. Nel nuoto, la continuità costruita attorno a campioni come Gregorio Paltrinieri, Thomas Ceccon, Simona Quadarella, Benedetta Pilato e Sara Curtis conferma che il ricambio può convivere con l’esperienza. Discipline meno ricche del calcio continuano così a trasformare sacrifici individuali, competenza tecnica e programmazione federale in risultati internazionali.
Volley, tennis, rugby e basket
Le nazionali maschile e femminile di pallavolo hanno reso abituale la presenza dell’Italia ai vertici. Il tennis maschile e femminile ha conquistato titoli dello Slam e trofei a squadre, mentre il rugby ha guadagnato credibilità tecnica e il basket prova a riemergere. Cambiano le discipline, ma ritorna lo stesso metodo: vivai, tecnici preparati, responsabilità chiare, selezione meritocratica e capacità di lavorare nel tempo.
Il problema non è la capacità di soffrire
Lo sport italiano smentisce dunque l’alibi antropologico con cui il calcio giustifica la scarsità di giocatori italiani in Serie A e i fallimenti della Nazionale. Gli atleti azzurri sanno soffrire eccome, spesso con compensi, strutture e attenzione mediatica incomparabilmente inferiori. La differenza non è nel carattere nazionale, ma nella cultura organizzativa.
Fuori dal calcio, federazioni e staff hanno imparato più spesso a programmare, correggere e valorizzare competenze. Il calcio, protetto dalla propria ricchezza, continua invece a discutere di formule, stranieri e calendari senza affrontare fino in fondo formazione, qualità degli allenatori e responsabilità dei dirigenti. Le medaglie di questo Ferragosto non consolano una crisi: mostrano la strada per uscirne.






































