
Le crisi di Meloni e Trump si riflettono nei recenti avvicendamenti ai vertici: in Italia sono usciti Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, con Piantedosi, Urso e Nordio osservati speciali; negli Usa Trump ha perso o licenziato Kristi Noem, Joe Kent e ora Pam Bondi. Il dubbio politico è se si tratti di strategia o di prime reazioni a un calo di consenso inatteso.
Le crisi di Meloni e Trump, le teste cadute e quelle a rischio
Le crisi di Meloni e Trump assumono oggi i contorni di una gestione politica fortemente segnata dalla necessità di reagire a un calo di consenso e a battute d’arresto istituzionali.
In Italia, dopo la sconfitta referendaria, il quadro si è già mosso con uscite eccellenti e non certo volontarie come Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, mentre restano in una posizione delicata i nomi di Matteo Piantedosi, Adolfo Urso e soprattutto Carlo Nordio.
Negli Stati Uniti il parallelismo è ancora più evidente. Donald Trump ha prima “perso” Kristi Noem, “degradata” per le uccisioni a Minneapolis non tollerate dagli americani, poi ha incassato le clamorose dimissioni di Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, in aperta polemica con la guerra in Iran, e ora ha licenziato la procuratrice generale Pam Bondi.
Il caso Kent è particolarmente significativo: non si tratta di una semplice sostituzione, ma di una dimissione politica di alto profilo motivata dal dissenso sulla linea militare della Casa Bianca. La sua uscita, seguita dal licenziamento oggi di Bondi, la ministra della Giustizia finita nel mirino per la gestione del caso Epstein bocciata da Trump che voleva silenziarlo, rafforza l’idea di una Casa Bianca attraversata da tensioni profonde, tra operazioni militari giudicate avventate e la recente bocciatura della Corte Suprema sul fronte dei dazi.
Il filo comune delle crisi di Meloni e Trump è l’uso dei cambi di figure chiave come risposta a una fase di pressione politica.
Da una parte, il messaggio è quello del decisionismo; dall’altra, resta il dubbio se questi movimenti rappresentino un reale rilancio o il sintomo di leadership sotto pressione, alle prese con la necessità di recuperare consenso.
Resta allora la domanda politica di fondo: questi avvicendamenti sono davvero il segno di una strategia di rilancio oppure rappresentano il sintomo di un crescente panico da perdita di consenso?
Sia Giorgia Meloni sia Donald Trump sono leader abituati a una forte centralità personale e a una gestione del potere fondata sulla percezione di solidità e controllo. Proprio per questo, una caduta di consensi non prevista e non abituale rischia di produrre reazioni rapide, talvolta nervose, con la ricerca immediata di responsabilità interne.
Le crisi di Meloni e Trump sembrano oggi raccontare proprio questo: non soltanto un riassetto politico, ma il possibile segnale di due leadership che, per la prima volta dopo una lunga fase di forza, mostrano il timore concreto di perdere terreno.
Se i cambi ai vertici continueranno con questa intensità, il sospetto che si tratti più di scarica barile da panico che di ricambi strategici diventerà sempre più difficile da ignorare.





























