
All’origine della caduta del fascismo il 25 luglio 1943 vi sono sostanzialmente la decisione di entrata in guerra di Mussolini – certamente opportunistica, ma coerente con la natura geneticamente imperialistica del regime -, i continui bombardamenti e le distruzioni conseguenti, la penuria dei beni di prima necessità, il deterioramento rapidissimo delle condizioni di vita, la perdita di vite umane, l’inanellarsi delle disfatte sui campi di battaglia dalla Grecia all’Africa settentrionale alla Russia, l’approfondimento di quella crisi di fiducia tra masse popolari e regime che è iniziata nel 1938 con il declino economico, lo strappo delle leggi razziali, l’avvitamento progressivo verso la guerra e che solo una scelta neutralista avrebbe permesso di evitare.
Lo sfibrarsi del tessuto civile e la prostrazione della Paese sono le condizioni in cui matura la transizione dalla crisi sociale alla crisi d’autorità che porta alla caduta della dittatura.
Lo scenario: dai cambi ai vertici della gerarchia al Gran Consiglio del fascismo
I cambi ai vertici delle forze armate (da Pietro Badoglio a Ugo Cavallero a Vittorio Ambrosio quali capo di stato maggiore) danno conto di uno sfilacciamento dei rapporti tra il re e Mussolini. Segretario del PNF (Partito nazionale fascista) – dopo alcune figure incolori e prive di autonomia e spessore politico – arriva l’esperto e ortodosso Carlo Scorza. Peraltro in seno alla cupola dei gerarchi fascisti emerge una dialettica tra chi – come Roberto Farinacci – propone di rinsaldare i rapporti con l’alleato germanico e chi – come Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni – è orientato verso un disimpegno dell’Italia dalla guerra nel quadro di un recupero di ruolo e di autorevolezza dell’istituzione monarchica; l’obiettivo è di limitare il cesarismo monistico del potere mussoliniano senza però produrre un cambio di regime dal fascismo.
Gli Alleati nel frattempo alla Conferenza di Casablanca (gennaio 1943) optano per l’indefettibile richiesta alle potenze nemiche di “resa incondizionata”, scelta che elimina qualsiasi illusione per i gruppi dirigenti tedeschi e italiani di poter optare per una pace separata con Mosca o con Washington.
Più orientati verso un colpo di stato sostanzialmente filomonarchico sono invece i vertici militari (Ambrosio e Castellano in primis) i quali ritengono necessaria la stipula di un accordo armistiziale con gli Alleati, ma il re, punto di riferimento unificante per tutti coloro che sono impegnati a costruire un’alternativa a Mussolini o semplicemente la auspicano, è indeciso, temporeggia, nonostante i continui contatti tenuti dal ministro della Real Casa Pietro Acquarone e il tempo si consuma e la situazione complessiva si aggrava nell’aspettativa di un evento che renda praticabile l’ipotesi di un governo militare. Il re esita perché spera che Mussolini convinca Hitler ad avallare una pace separata con gli Alleati oppure che i tedeschi si accordino con i sovietici in modo tale da permettere di appesantire il dispositivo bellico dell’Asse nel Mediterraneo; inoltre il re teme una chiamata in correo per il rapporto di intrinsecatezza tra la Monarchia e il regime e paventa che un cambio di regime preluda al disfacimento dell’istituzione monarchica. Agli antifascisti fa capire di non essere disponibile a lasciare loro tutto lo spazio libero, con i militari invoca la primazia di una soluzione politica diversa dall’atto di forza, ai fascisti frondisti chiede un appiglio costituzionale a legittimazione di un suo intervento. Questo sarà comunque tardivo e del tutto condizionato . dalla volontà di assicurare la permanenza dell’istituto monarchico.
Ma la situazione precipita con l’invasione della Sicilia il 9-10 luglio e con un’ondata di bombardamenti senza precedenti tra cui la capitale; a Feltre l’incontro tra Mussolini e Hitler si chiude con un nulla di fatto: il fuhrer si profonde in lunghissimi monologhi, Mussolini non ha il coraggio di porre il tema dello sganciamento dell’Italia dalla guerra e torna a Roma anticipatamente a seguito della notizia del terribile bombardamento della capitale.
Alcuni gerarchi fascisti chiedono la convocazione del Gran Consiglio del fascismo non più riunito dal 1939 e Mussolini accetta con il duplice intento di irrobustirsi politicamente con il re e di ostacolare lo scivolamento verso forme integralistiche di dittatura di partito caldeggiate dalla componente filotedesca del partito. Dino Grandi formula un ordine del giorno integrato da Bottai che viene comunicato a numerosi membri del Gran Consiglio; anche il segretario del PNF Scorza e Mussolini nonché il re ne sono informati. In esso si chiede l’“immediato ripristino di tutte le funzioni statali”, la restituzione al sovrano dell’“effettivo comando delle forze armate” e della “suprema iniziativa di decisione”.
Della seduta del Gran Consiglio convocato tra il 24 ed il 25 luglio non è redatto alcun processo verbale. Vi sono tuttavia numerose rievocazioni postume dei componenti molte delle quali però viziate da una sorta di autoassoluzione o di enfatizzazione del proprio ruolo.
Mussolini si sofferma a lungo sui rovesci militari, ma ne attribuisce la responsabilità ai generali ed evoca l’inadeguatezza dei soldati e la remissività della popolazione. Gradualmente soprattutto grazie a Grandi e Bottai la riunione si trasforma in una battaglia politica aperta e in una sorta di processo al regime personale di Mussolini. La maggior parte dei presenti tuttavia ritiene che l’ordine del giorno Grandi porti ad un ridimensionamento del ruolo di Mussolini, ma non all’abbattimento del regime. Solamente Grandi e Federzoni – stando alla loro testimonianza – si propongono di superare la dittatura mussoliniana e di ricostituire la monarchia costituzionale pre-fascista. L’alleanza con la Germania è difesa unicamente da Farinacci e pochi altri (tra cui Scorza, Farinacci, Buffarini), mentre i voti a favore del documento Grandi sono diciannove (tra cui De Bono, De Vecchi, Grandi, De Marsico, Acerbo, Federzoni, Rossoni, Bottai, Marinelli e Ciano) e si registra una astensione.
Durante la seduta Mussolini appare abulico, remissivo, consapevole – come ha notato lo storico Emilio Gentile – della demolizione del suo carisma e rassegnato alla propria “eutanasia politica”
Il giorno dopo Mussolini si reca nel pomeriggio in udienza dal re. È persuaso di essere ancora indispensabile ai fini di una trattativa con Hitler che porti l’Italia fuori dalla guerra con il consenso tedesco ed è convinto di poter spiegare la natura essenzialmente solo consultiva dei pronunciamento del Gran Consiglio, ma il re comunica a Mussolini di avergli tolto la fiducia e di aver nominato al suo posto il maresciallo Pietro Badoglio. L’ex-duce è consegnato ai carabinieri e condotto prima nell’isola di Ponza e poi sul Gran Sasso da dove poi sarà liberato dai paracadutisti tedeschi.
Nell’intero Paese si scatena una gioia incontrollabile perché la convinzione generalizzata è che con la caduta di Mussolini la guerra sia finita. La “dura replica della storia” demolisce quei sentimenti e apre la pagina più tragica della storia italiana: l’implosione dello Stato dopo l’8 settembre, l’occupazione tedesca, la costituzione della Repubblica Sociale Italiana e la guerra civile che porterà immani devastazioni, enormi lutti ed inaudite sofferenze.
25 luglio:l’analisi storica sulla caduta del regime
Certamente il 25 luglio è anche l’esito di due congiure, una monarchica e l’altra di alcuni gerarchi, ma questa interpretazione è riduttiva. La storiografia più recente lega la caduta del fascismo al peso dei suoi stessi errori consustanziali alla natura del movimento prima e dello Stato totalitario e imperialista poi. Ecco allora che Luca Baldissara parla di “esaurimento dall’interno di una esperienza storico-politica” e Nicola Labanca di un complesso di eventi e di soggettività che disegnano il contesto scenico in cui si rappresenta il dramma teatrale dello sgretolamento dello Stato totalitario: l’enormità autoevidente della rovina sul terreno militare; il malcoltento crescente e sempre più visibile del popolo italiano; la lenta riorganizzazione dell’antifascismo; il colpo di Stato approntato dai militari; la fronda di alcuni eminenti gerarchi fascisti; le esitazioni del re e il suo tardivo intervento; la volontà del Terzo Reich di impedire che l’Italia slitti nel campo avversario; la spinta degli Alleati all’avanzata nella penisola italiana pur senza assurgere questa a quadrante principale della penetrazione angloamericana nell’Europa dominata dai tedeschi.
L’asimmetria temporale tra cambio di regime e cambio di alleanze determina conseguenze pesantissime per il destino del Paese. Il governo Badoglio sarà una soluzione autoritaria, militare e monarchica in sostanziale continuità con la dittatura fascista rispetto al quale solo il CLN e la Resistenza si porranno come effettivi soggetti impegnati a costruire la democrazia.


































