Scuola del lunedì, Cunico Jegary: la cultura cimbra è un’identità viva, non un monumento morto

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La cultura cimbra e le sue tracce nelle Terre Alte vicentine sono state al centro della lezione tenuta da Andrea Cunico Jegary alla Scuola del lunedì lunedì scorso 19 ottobre dopo la lezione dedicata a san Francesco, alla pace e alla salvaguardia del creato. Migrazioni germaniche, trasformazione del paesaggio, toponimi, parole e forme comunitarie raccontano un’identità ancora viva, da conoscere senza ridurla a folklore. Lunedì 26 ottobre, dalle 15 alle 17, Chiara Volpato, la docente di psicologia sociale dell’Università di Milano-Bicocca guiderà un incontro sui meccanismi che producono e legittimano le disparità.

Cultura cimbra, dalle migrazioni germaniche ai segni ancora presenti nel territorio vicentino

Una montagna da considerare come spazio abitato, trasformato e governato dalle comunità, non come un paesaggio immobile da osservare a distanza. È la prospettiva proposta da Andrea Cunico Jegary durante l’incontro della Scuola del lunedì del 19 ottobre, svoltosi nella sede di via Rismondo 2 a Vicenza e documentato dal video integrale della lezione, destinato alla copertina dell’articolo e presente sulla nostra App LaPiù Tv.

Il titolo scelto per l’appuntamento, “Una montagna di identità culturale, non un monumento morto”, riassume il nucleo della relazione: la cultura cimbra non appartiene soltanto al passato e non coincide con un repertorio di curiosità linguistiche o tradizioni da museo. Continua invece a emergere nel paesaggio, nei nomi dei luoghi, nei cognomi, nelle contrade, nelle forme di organizzazione del territorio e in alcune parole sopravvissute nell’uso quotidiano.

Una geografia cimbra più ampia dei confini amministrativi

Cunico Jegary ha collocato le diverse comunità locali all’interno di una più estesa “dimensione cimbra”. Una geografia culturale che non coincide con gli attuali confini comunali, provinciali o regionali, ma collega territori accomunati da migrazioni prevalentemente germaniche e da modalità simili di insediamento nelle Terre Alte.

L’espressione «Disa un dez saint galaiche», traducibile con “questa e quella sono uguali”, è stata utilizzata per evidenziare la parentela tra comunità diverse. Non significa cancellarne le particolarità, ma riconoscere un elemento fondativo comune: gruppi di popolazione che, in epoche successive, si stabilirono nei territori montani e contribuirono a renderli abitabili e produttivi.

La cultura cimbra viene così presentata come un fattore di unione, non come un’etichetta che isola una minoranza alla periferia della storia. La montagna, in questa lettura, non è marginale: è il centro di una civiltà che ha elaborato conoscenze, regole e soluzioni adatte a condizioni ambientali difficili.

Il paesaggio come risultato del lavoro umano

Disboscamenti controllati, bonifiche, apertura di pascoli, organizzazione delle acque, costruzione di percorsi e suddivisione degli spazi agro-silvo-pastorali hanno progressivamente “addomesticato” le Terre Alte. Il paesaggio montano attuale non è quindi soltanto un prodotto della natura, ma anche l’esito del lavoro e delle scelte compiute dalle comunità nel corso dei secoli.

La relazione ha invitato a leggere prati, boschi, sentieri, malghe e contrade come parti di un sistema. Dietro la loro disposizione si possono riconoscere esigenze economiche, forme di cooperazione e rapporti con le risorse comuni. Anche la gestione collettiva dei beni e l’autogoverno della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni appartengono a questo patrimonio storico.

La federazione dei Sette Comuni, costituita nel Medioevo e rimasta in vita fino all’inizio dell’Ottocento, sviluppò infatti proprie forme di amministrazione e di utilizzo comunitario dei beni agro-silvo-pastorali. Alcuni principi legati alla proprietà collettiva sono sopravvissuti ben oltre la fine dell’istituzione.

Toponimi e parole come documenti storici

Una parte importante dell’intervento è stata dedicata alla toponomastica e al lessico residuale germanico. I nomi dei luoghi non sono elementi neutri: possono descrivere la conformazione del terreno, il tipo di vegetazione, una funzione produttiva o la presenza di un antico insediamento.

Quando il significato originario viene dimenticato, il toponimo continua comunque a custodire una traccia della comunità che lo ha utilizzato. Studiare questi nomi significa perciò ricostruire una parte della storia locale attraverso parole rimaste incorporate nel territorio.

Lo stesso vale per cognomi, soprannomi familiari e termini entrati nei dialetti. La cultura cimbra non sopravvive soltanto dove la lingua è ancora parlata in modo organico: affiora anche in frammenti linguistici che spesso vengono pronunciati senza conoscerne più l’origine.

L’Ecomuseo Cimbro dei Sette Comuni

Dal 2017 Cunico Jegary promuove il progetto dell’Ecomuseo Cimbro Sette Comuni, nato come rete di percorsi accessibili e segnalati che permette di esplorare il territorio attraverso la mobilità dolce.

Lungo i tracciati, installazioni dedicate ai toponimi illustrano l’origine cimbra dei nomi e alcuni passaggi della storia millenaria dell’Altopiano. L’obiettivo non è trasferire gli oggetti del passato dentro un edificio, ma permettere di leggere direttamente i luoghi nei quali quella storia si è formata.

L’ecomuseo interpreta infatti il territorio nel suo insieme come patrimonio: sentieri, boschi, contrade, testimonianze del lavoro, tradizioni e parole diventano parti di un racconto unitario. Il progetto ha ricevuto nel 2022 la Bandiera verde della Carovana delle Alpi di Legambiente per la valorizzazione ambientale e storica degli antichi percorsi e per l’attenzione alle radici cimbre.

Anche il Museo e Istituto di cultura cimbra di Roana svolge un lavoro di tutela e divulgazione della lingua, delle tradizioni e del patrimonio etnografico dell’Altopiano.

Conservare senza trasformare la montagna in una vetrina

Il rischio segnalato dal titolo della lezione è quello di considerare la montagna un “monumento morto”: uno spazio da proteggere separandolo dalle persone che lo abitano oppure da utilizzare come semplice scenario turistico.

La conservazione della cultura cimbra richiede invece comunità capaci di riconoscere il proprio patrimonio, trasmetterlo e adattarlo al presente. La tutela non riguarda soltanto edifici, reperti o vocaboli, ma anche la possibilità di vivere e lavorare nelle Terre Alte, mantenendo un rapporto consapevole con il paesaggio.

Da questa prospettiva, identità e apertura non sono in contrasto. Conoscere le proprie radici permette di dialogare con altri territori e di costruire forme di turismo culturale che non consumino i luoghi, ma ne facciano comprendere la storia.

La lezione della Scuola del lunedì ha così restituito l’immagine di una cultura cimbra diffusa e stratificata. Una presenza talvolta poco visibile, ma ancora leggibile nei nomi, nei percorsi e nell’organizzazione delle comunità montane vicentine. Non il ricordo immobile di un mondo scomparso, dunque, ma una chiave per comprendere il territorio e immaginarne il futuro.