Le donne e le mamme nella scienza tra discriminazione ed emancipazione

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Le donne nella scienza
Le donne nella scienza

Nel giorno della festa della mamma vorremmo riflettere sul ruolo della donna nella società, spesso relegata esclusivamente al compito biologico di mamma e poco valorizzata per le sue facoltà intellettive e le sue abilità nei vari campi lavorativi. Nel momento in cui si pensa ad una carriera in ambito scientifico, infatti, nell’immaginario comune della nostra società si figura subito l’immagine di un uomo ben vestito, in giacca e cravatta.

Ma un uomo…e perché non si pensa alle donne oppure ad una mamma con il pancione?

È innegabile che all’interno della nostra società sia presente un grande gap tra uomo e donna (per fortuna attenuatosi negli ultimi anni), non solo per quanto riguarda i propri diritti e l’emancipazione, ma anche in merito al mondo del lavoro: in Italia, infatti, le donne laureate in discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) costituiscono il 17%, contro il 36,8% degli uomini laureati nelle suddette materie.

Nel corso dei secoli numerose donne hanno dato il proprio contributo in campo scientifico-tecnologico, dall’antichità ad oggi. Basti pensare ad Ipazia di Alessandria, astronoma, matematica, e filosofa della Grecia del IV-V secolo, Hildegard von Bingen, monaca benedettina dell’XI secolo nota per i suoi studi nel campo dell’erboristeria, e poi Rosalind Franklin scienziata più vicina ai giorni nostri, che più delle altre ha sofferto la discriminazione di genere da parte dei suoi colleghi uomini. Questi sono solo alcuni esempi. Eclatante è il caso della Franklin, ricordata per il suo impegno nella cristallografia a raggi X e nella ricerca della struttura del DNA. La scienziata, infatti, oltre a subire numerosi episodi di discriminazione, innanzitutto dal padre, il quale inizialmente non voleva che la figlia studiasse chimica a Cambridge, poi ha subito le angherie dei ricercatori con i quali lavorava, in particolare Maurice Wilkins, James Watson e Francis Crick. Il rapporto con i colleghi non era per nulla facile e privo di attriti: la Franklin, da donna indipendente quale era, non voleva essere trattata come una semplice assistente di laboratorio, come invece i suoi colleghi avrebbero voluto, tanto che, per sminuirla ulteriormente, veniva definita “la terribile e bisbetica Rosy”.

Purtroppo, il suo atteggiamento, non visto di buon occhio dagli scienziati con cui lavorava, le è costato il mancato riconoscimento della scoperta della struttura del DNA, una delle più importanti che siano mai state fatte: senza il suo contributo, infatti, Watson, Crick e Wilkins non avrebbero né scoperto la doppia elica né vinto il premio Nobel per la medicina nel 1963. Lei, infatti, fu esclusa dai risultati delle ricerche per motivi puramente discriminatori e per di più gli esiti dei suoi studi, che permisero al gruppo di scienziati di elaborare la moderna teoria in merito alla struttura del DNA, le furono sottratti dai tre impropriamente.

La Franklin però non avrebbe vissuto tanto a lungo da poter vedere i suoi detrattori conseguire il premio Nobel che le sarebbe spettato: infatti la scienziata morì nel 1958 a causa di un tumore ovarico, provocato probabilmente dalla continua esposizione ai raggi X nei laboratori. Solamente negli ultimi decenni i suoi meriti sono stati riconosciuti e la sua figura è stata rivalutata.

Le cause del divario presente tra uomo e donna, in campo scientifico e non solo, sono molteplici (principalmente stereotipi, pressione sociale…), così come molteplici sono le iniziative atte al suo ridimensionamento (Goal numero 5 dell’Agenda 2030, quote rosa, certificazione della parità di genere…). Sembrerebbe impensabile che nel 2023 ci si faccia ancora influenzare dal sesso di un individuo per valutarne la propria persona e le competenze, eppure esiste ancora chi pensa che esistano mestieri “da maschio” e “da femmina”, che le donne debbano essere relegate alla condizione medievale di angelo del focolare o che l’uomo debba essere forte e virile per essere credibile agli occhi della società.

La figura di Rosalind Franklin e di tutte le altre scienziate e studiose che hanno subito questo tipo di discriminazione, e che hanno lottato per farne fronte, non devono essere solo fonti di ispirazione per le donne e le mamme che ambiscono al realizzarsi in campo scientifico, ma anche per gli uomini convinti che esse non debbano e non siano in grado di intraprendere questa strada.

di Giuseppe Catalano del Liceo Da Vinci di Bisceglie.

Giuseppe Catalano
Giuseppe Catalano

Il mio nome è Giuseppe Catalano, sono nato nel 2004 e attualmente frequento il Liceo scientifico “L. da Vinci”, opzione scienze applicate a Bisceglie. Sono appassionato di teatro e musical, in particolar modo di quelli in stile Broadway, e di tutto ciò che riguarda le arti performative in generale. Apprezzo la lettura di generi vari, nello specifico romanzi, testi teatrali e divulgazioni scientifiche. Mi piace cimentarmi nella scrittura di poesie e componimenti in prosa.


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a cura di Michele Lucivero

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