A Gennaio 2020, poco prima che scoppiasse la pandemia, sullo Stretto di Messina apparve una nave… volante. Il mese dopo, al largo di Barcellona, fu la volta di una specie di città galleggiante che, improvvisamente, si piazzò all’orizzonte con i suoi palazzoni alti e una sorta di piattaforma offshore. Isteria collettiva? Allucinazioni di gruppo? Niente affatto, ci sono anche prove fotografiche e video che, ancora oggi, sono reperibili online.

Addirittura, nel 1833, il Marchese Don Giuseppe Ruffo – che fu Direttore della Reale Segreteria e Ministero di Stato di Casa Reale e degli Ordini Cavallereschi – scrisse in alcune sue memorie che il Lago d’Averno, nell’ordierna Pozzuoli, era di colpo sparito ai suoi occhi durante una battuta di caccia; anzi, non solo sparito, ma sostituito da ampie distese di prati verdi. Ma com’è possibile?

Noi, perciocchè venuti dal Lucrino eravamo rivolti a tramontana, vaghezza di cacciare acquatici uccelli ci conduceva all’Averno; ma quale ci prese maraviglia non più trovando il lago là dove dovea pur essere!

Sulle prime temei che il mio visivo senso si fosse ad un tratto scemato; ma sospingendo gli occhi per i circostanti oggetti, questi mi si offrivano quali io gli aveva cento e cento volte veduto. Perchè avvisandomi trattarsi di un’ottica illusione, veloce mi corse alla mente ed al labbro la Fata Morgana; voce che l’estasi ruppe al mio compagno e lo sbalordimento.

Che addivennero adunque le antiche ed immobili acque dell’Averno?

Elle si erano trasmutate in prati di fresca verdura, in alberi belli e diritti, in colline dolcemente chinate; e tutto ciò notante in leggiera nube di minuta polvere di argento. Null’aura intanto spirava nella bassa regione del lago, mentre al contrario nella superna gruppi di nuvoloni moveansi in giro, ora tignendosi in bianco, ed ora di colore filiginoso, con istantaneo cambiamento e leggiadrissimo contrapposto.

Immoto io contemplava la visione, temendo che si dileguasse; ma la Fata, per così dire, erasi addormita sul lago.

Memoria – Marchese D. Giuseppe Ruffo – 2 dicembre 1833
Le memorie del Marchese Ruffo sul Lago d'Averno e sulla Fata Morgana.
Le memorie del Marchese Ruffo sul Lago d’Averno e sulla Fata Morgana. Fonte: Giuseppe Peluso.

In questa testimonianza ricca di particolari si fa anche riferimento alla “più celebre Morgana dell’universo“, quella delle Due Sicilie: ben nota a siciliani e calabresi. Per giunta accennando ad un coinvolgimento della “fisica della materia“. Il Marchese ci aveva visto lungo! Molto più di chi, per secoli, ha ancorato a questi luoghi leggende di presunte fate o maghe intente a disorientare cittadini e naviganti.

Il mito – L’attuale area di confine che congiunge la Campania settentrionale al Lazio meridionale è particolarmente intrisa di storia e leggende: da qui sono passati antichi greci e romani, ottomani, tribù osche, civiltà orientali e persino focolai di Neanderthal ben documentati dalle incredibili scoperte fatte nelle grotte del Circeo.

E, a proposito di Circeo, è impossibile non andare con la mente alle avventure di Ulisse e al mito della Maga Circe, per qualcuno complementare o addirittura confondibile con quello della Fata (Maga) Morgana. L’idea che avesse scelto il Lago d’Averno come sua residenza risale all’Ottocento e alla “disavventura” del Marchese Ruffo; quindi, in fondo, è piuttosto recente. Ma chi era questa figura a metà tra il mondo reale e quello sovrannaturale?

La mitologia la reputa una creatura dedita alle arti magiche legata al ciclo arturiano e, perciò, ai racconti celtici riguardanti Re Artù e i famosi cavalieri della Tavola Rotonda.

Non a caso, la Fata Morgana è anche patrimonio culturale siciliano: si diceva che vivesse in castelli fluttuanti sulle acque; dimore fantastiche e incredibili, impossibili da raggiungere dagli uomini, tanto da spingerli a lanciarsi in mare e ad annegare, affollando i fondali dello Stretto di Messina. Una leggenda locale, infatti, racconta di un re conquistatore vissuto all’epoca dei barbari che, arrivato in Calabria, si sarebbe ritrovato davanti un’isola vulcanica bellissima, ricoperta di distese di aranci e ulivi, zampillante nel centro di fumo e fuoco. Era una calda giornata d’agosto e, mentre meditava per capire come raggiungerla, ebbe una visione: una donna che gliela promise in dono. Il mare era una tavola, non c’erano venti e quell’isola, la Sicilia, per qualche motivo sembrava “avvicinarsi”. Si distinguevano persino gli uomini che scaricavano le merci dalle navi. Il re, sicuro di poterla raggiungere in poche bracciate, si tuffò in acqua e cominciò a nuotare. Mentre affogava, Morgana sorrideva.

Il nome di questa fata, in effetti, ha a che fare con il mare: etimologicamente, deriva dal gallese antico Morcant, composto dai termini mor (mare) e cant (cerchio). Può essere interpretato, quindi, come “cerchio del mare”. Secondo il mito sarebbe la sorellastra di Artù, nonché discepola, come lui, di Merlino: invidiosa delle arti magiche del fratellastro, spende quasi tutta la vita a cercare di creargli danno fino alla riconciliazione finale, dopo l’ultima leggendaria battaglia; ed è proprio lei a portarlo ad Avalon per curare le sue ferite.

Il filo “italiano” della vicenda, poi, arriverebbe ai piedi dell’Etna, dove Morgana avrebbe condotto Artù per poi trasferirsi, appunto, sullo Stretto.

La scienza – Ma come spiega la scienza questo fenomeno ottico così curioso?

Avete presente quando guardate il posto in cui vi trovate attraverso la fiamma di un accendino in primo piano? O quando l’asfalto rovente, in estate, sembra contaminare le immagini del circondario rendendolo dai contorni indefiniti e “tremolanti”? L’effetto è più o meno lo stesso anche se più rilevante.

Gennaio 2020. La "nave volante" sullo Stretto di Messina. Credits: Messina Today.
Gennaio 2020. La “nave volante” sullo Stretto di Messina. Credits: Messina Today.

Quando aria particolarmente calda si scontra con aria molto fredda (e, quindi, in condizioni di inversione termica) si modificano le normali regole della riflessione (un raggio che viene riflesso su una superficie, come quella dell’acqua) e della rifrazione (un raggio che passa da un mezzo – come l’aria – ad un altro – come l’acqua – con diversi indici di rifrazione). Il gradiente termico (cioè la differenza di temperatura tra i due strati) è così elevato che si forma un condotto atmosferico (uno strato orizzontale nella bassa atmosfera grazie al quale i raggi luminosi tendono a seguire la curvatura della Terra, subendo una minore attenuazione) che rifrange la luce – e, perciò, distorce e deforma gli oggetti, che noi percepiamo grazie allo spettro visibile – rendendoci diversa e alterata anche la visione di grandi laghi, immensi castelli e palazzi di città.

Insomma, questione di fisica: tutto ciò che, in passato, appariva come magico o inspiegabile, in realtà, ha trovato una sua motivazione con il progresso scientifico e lo studio dei fenomeni nei quali siamo da sempre immersi; anche quelli più singolari.

D’altronde, è proprio grazie al miraggio della Fata Morgana che Richard Wagner ha potuto realizzare quell’imponente opera de “L’Olandese Volante” che, a sua volta, poggia le fondamenta su un’altra leggenda, forse anche più macabra, ispirata da questo effetto ottico: quella della nave fantasma destinata a solcare in eterno i mari perché condannata a non poter mai ritornare a casa. In effetti, con la temperatura dell’acqua del mare che – in alcune condizioni – potrebbe essere molto diversa tra gli strati in prossimità della superficie e quelli sovrastanti, oltre che tra il mare stesso e l’aria, una nave al di là dell’orizzonte di osservazione potrebbe diventare improvvisamente visibile per effetto di quella particolare rifrazione che si genera quando i raggi luminosi provenienti da lontano si incurvano verso il basso, dando l’illusione di vedere una figura più vicina e dai contorni inquietanti e indefiniti.

"Una riva circondata da rocce", bozzetto di Tito Azzolino per L'Olandese Volante, Atto I, di Wagner (1878).
“Una riva circondata da rocce”, bozzetto di Tito Azzolino per L’Olandese Volante, Atto I, di Wagner (1878). Fonte: Wikipedia.