Fine vita a Spazio Aperto all’incontro del 14 ottobre a Spazio Aperto, la nuova sede di VicenzaPiù e L’Altra Stampa che in viale Verona 35 a Vicenza accolgono lettori e cittadini. Diego Silvestri dell’Associazione Luca Coscioni ha spiegato le differenze tra interruzione dei trattamenti, sedazione palliativa profonda, suicidio medicalmente assistito ed eutanasia. Al centro del confronto sul fine vita il consenso informato, la situazione del Veneto, la sofferenza psichica e il diritto della persona a scegliere consapevolmente.
Da Piergiorgio Welby alla normativa veneta sul fine vita: a Spazio aperto un confronto sul diritto di decidere e sulla necessità di accompagnare le persone più fragili
Il fine vita a Spazio Aperto è stato affrontato ieri, mercoledì 14 ottobre, attraverso un confronto durato oltre un’ora con Diego Silvestri, psichiatra, già responsabile di un centro di salute mentale e coordinatore della cellula Vicenza-Padova dell’Associazione Luca Coscioni.
L’incontro, intitolato L’impegno per i più fragili e il fine vita, si è svolto nella sede di Spazio Aperto in viale Verona 35 a Vicenza coma parte del programma del mese di ottobre. Federica Zanini, autrice dell’intervista allo psichiatra su VicenzaPiù n. 311 in edicola e online per gli abbonati, ha condotto il dialogo, aperto dall’intervento di Giovanni Coviello.
La registrazione integrale, curata da Valter Fabris e pubblicata in copertina, consente di seguire un confronto che ha cercato prima di tutto di distinguere concetti spesso sovrapposti nel dibattito pubblico.
Silvestri: «Non è un liberi tutti»
Silvestri ha ricostruito il percorso iniziato vent’anni fa con Piergiorgio Welby e proseguito con l’accompagnamento in Svizzera di Dj Fabo da parte di Marco Cappato. Vicende nelle quali l’Associazione Luca Coscioni ha scelto la strada della disobbedienza civile per portare davanti ai tribunali questioni che la politica non aveva ancora regolato.
Il punto di partenza, secondo Silvestri, resta il consenso informato: una persona adeguatamente informata può rifiutare o interrompere un trattamento sanitario anche quando tale decisione può condurla alla morte.
«Non esiste una vita con la V maiuscola contrapposta alla volontà della persona», ha sostenuto il medico, richiamando il principio dell’autodeterminazione. Una libertà che, ha precisato, non coincide tuttavia con l’assenza di regole: «La normativa non è un liberi tutti. Non basta essere depressi e chiedere di morire: esistono condizioni e procedure molto precise».
Consenso informato e cure palliative
La legge 219 del 2017 riconosce il diritto al consenso informato e disciplina anche le disposizioni anticipate di trattamento. Silvestri ha sottolineato che l’informazione non può ridursi alla semplice firma di un modulo: il paziente deve conoscere diagnosi, alternative, conseguenze e possibilità terapeutiche prima di decidere.
Un altro passaggio dell’incontro ha riguardato le cure palliative, che dovrebbero affiancare il percorso terapeutico senza essere riservate esclusivamente agli ultimissimi giorni di vita.
«Mentre l’oncologo cerca di guarire, il palliativista cerca di non far soffrire e di garantire la migliore vita possibile secondo le scelte della persona», ha spiegato Silvestri.
Il medico ha riconosciuto la qualità di diverse esperienze vicentine e venete in generale, ma ha evidenziato anche carenze di personale, assistenza psicologica e servizi domiciliari. Il diritto alle cure palliative, dunque, non può restare soltanto formale: deve tradursi in una rete realmente accessibile alle persone e alle famiglie.
Sedazione profonda, suicidio assistito ed eutanasia: le differenze
Una parte centrale della serata è stata dedicata alle differenze tra le diverse procedure.
La sedazione palliativa profonda continua viene applicata, in presenza di sintomi refrattari, per sottrarre il paziente alla sofferenza attraverso la perdita controllata della coscienza. Non consiste nella somministrazione di un farmaco letale e rientra nel percorso delle cure palliative.
Nel suicidio medicalmente assistito, invece, è la persona interessata ad azionare il dispositivo o ad assumere il farmaco predisposto. La sentenza della Corte costituzionale legata al caso Dj Fabo ha individuato quattro condizioni: patologia irreversibile, sofferenze ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli.
La domanda viene esaminata da una commissione medica multidisciplinare e sottoposta al comitato etico. La normativa approvata in Veneto, ha spiegato Silvestri, disciplina tempi e organizzazione della procedura, che era già possibile sulla base della pronuncia costituzionale.
L’eutanasia è invece un atto diverso: è il medico a somministrare direttamente il farmaco letale. In Italia non è consentita.
La sofferenza psichica e un problema ancora aperto
L’incontro ha affrontato anche uno dei temi più complessi: le richieste provenienti da persone affette da patologie psichiatriche.
Silvestri ha riferito che attualmente in Italia la sola sofferenza psichica non consente di accedere al suicidio medicalmente assistito. A Vicenza, secondo quanto dichiarato durante la serata, alcune domande sono state respinte perché la patologia psichiatrica non rientra nelle fattispecie previste.
Ma l’Associazione Luca Coscioni sta lavorando alla definizione e alla diffusione di strumenti di valutazione che permettano agli specialisti di esaminare queste situazioni senza partire automaticamente dal presupposto che una persona con un disturbo psichico sia incapace di decidere.
Il confronto con esperienze straniere, dalla Svizzera al Canada, mostra però quanto sia difficile fissare un confine tra tutela della persona fragile, capacità di autodeterminazione e rischio di considerare irreversibile una condizione ancora curabile.
Una testimonianza personale: «Aver potuto scegliere mi ha dato pace»
Tra i momenti più intensi della serata, la testimonianza di una partecipante che ha raccontato la propria esperienza con un tumore raro, diagnosticato dopo mesi di cure inefficaci e un lungo periodo di sofferenza.
Quando non vedeva più prospettive, aveva preso contatto con l’Associazione Luca Coscioni e predisposto quanto necessario per recarsi in Svizzera. La successiva diagnosi e la possibilità di sottoporsi a un intervento le hanno permesso di scegliere diversamente.
«L’avere scelto è stata la mia fortuna. Quella possibilità mi ha lasciato una pace interiore che sento ancora», ha raccontato. Una testimonianza che ha ricondotto il dibattito dalla dimensione normativa alla vita concreta delle persone e delle loro famiglie.
Non una battaglia per la morte, ma per la libertà della persona
Nella parte conclusiva, Silvestri ha ricordato che l’attività dell’Associazione Luca Coscioni non riguarda soltanto il fine vita. Comprende la libertà della ricerca scientifica, la procreazione medicalmente assistita, i diritti delle persone disabili e il contrasto ai divieti che limitano ricerca e autodeterminazione.
Il confronto di Spazio Aperto ha mostrato quanto sia riduttivo dividere il campo tra chi difenderebbe la vita e chi promuoverebbe la morte. Il nodo sollevato durante l’incontro è un altro: garantire informazioni corrette, cure adeguate e procedure rigorose affinché la persona possa decidere senza essere abbandonata né costretta.
La registrazione completa dell’incontro con Diego Silvestri restituisce anche le domande, le testimonianze e i passaggi più complessi di una discussione che difficilmente può essere racchiusa in uno slogan.




































