Perché nell’Odissea il Circeo appare come un’isola? La risposta è nella Grotta delle Capre

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Grotta delle Capre, Circeo.
Grotta delle Capre, Circeo.

Un antro lungo solo 35 metri ed alto, al massimo, tra i 15 e i 20 contiene le tracce un affascinante segreto geologico che ha avuto un ruolo fondamentale nell’interpretazione di un luogo dell’Odissea. Siamo nella Grotta delle Capre, sul Circeo, testimone di millenni di evoluzioni climatiche e paleoecologiche che hanno a che fare, addirittura, anche con l’ultima glaciazione!

Nel cercare le corrispondenze geografiche tra i luoghi visitati da Ulisse e i territori odierni, molti studiosi sono concordi nell’identificare l’isola di Eea – la dimora della Maga Circe – proprio con il promontorio del Circeo. D’altronde, anticamente quest’antro era conosciuto col nome di “Grotta della Maga” perché, secondo la leggenda, era proprio qui che Circe elaborava i suoi incantesimi. In effetti, esistono anche altre ipotesi (c’è chi ha pensato all’acropoli di Terracina, fondendo il culto della dea Feronia al mito di Circe, a Ponza o addirittura a Ustica) ma nessuna appare altrettanto convincente; eppure, il Circeo non è certo un’isola con il pelago tutto d’intorno che la stringe e ghirlanda. La versione che ha guadagnato più credito nel tempo è quella secondo la quale il promontorio, visto da Gaeta o da Sperlonga, può sembrare proprio un’isola con la sommità che pare sorgere dall’acqua. Ma c’è una insospettabile spiegazione geologica a tutto questo che è anche più sorprendente.

Le grotte del Circeo.
Le grotte del Circeo. Fonte: ParcoCirceo.it.

Il ruolo della Grotta delle Capre – Il Circeo è invaso da piccole, medie e grandi cavità che ne costituiscono una preziosissima anima sotterranea. Abbiamo visitato virtualmente la Grotta Guattari, diventata famosa per averci regalato una finestra sul mondo dei Neanderthal, e la Grotta del Presepe, così chiamata per le strane sagome delle sue stalattiti e stalagmiti. Oggi ci inoltriamo nella Grotta delle Capre, sul versante meridionale del promontorio in area “Quarto caldo”.

L’ampiezza di questa cavità è anche il motivo del suo nome peculiare: nonostante il suo ingresso difficoltoso, infatti, un tempo era utilizzata come ricovero per le greggi ed era, quindi, frequentata perlopiù da pastori. È raggiungibile sia via mare che da terra, grazie ad un sentiero.

Il suo valore speleologico è notevole: ricca di cunicoli e aperture interne, la grotta è capace di condurre i suoi visitatori in una sezione molto profonda della montagna e, proprio per questo, ha sempre incuriosito molto studiosi e appassionati che hanno cominciato ad esplorarla sin dall’Ottocento.

Nel 1936 sono cominciati studi sistematici ad opera del paloeontologo e geologo Alberto Carlo Blanc e le scoperte fatte sono state innumerevoli. Sono stati riportati alla luce ben 12 strati di terreno da cui si sono dedotte informazioni importantissime riguardo le evoluzioni geologiche, climatiche e paleoecologiche avvenute durante l’ultima glaciazione: all’epoca della Würm – che ha coinvolto anche diverse zone dell’Europa – il mare si trovava ad un livello ben più alto (di circa 8 metri) di quello odierno, invadendo completamente l’intero sito. Il promontorio, quindi, appariva isolato, proprio come fosse un isolotto e soltanto con la glaciazione cominciò l’evaporazione dell’acqua di mare che, depositandosi sotto forma di ghiaccio e neve sui grandi ghiacciai polari, abbassò il suo livello con una regressione marina di diversi chilometri che dilatò, di conseguenza, i territori costieri.

Fondamentale è stato lo studio dei datteri di mare (litodomi) ritrovati conficcati nella roccia che hanno fermato per sempre quella realtà così lontana nel tempo; ma il ritrovamento più incredibile del sito è stato quello dei resti di un ippopotamo, probabilmente alla ricerca del contatto con il mare in una cavità che offrisse temperature più miti rispetto al gelo esterno. Tanti anche i reperti relativi ad oggetti tipici delle usanze neandertaliane e curiosa la presenza in loco di legno d’abete che testimonia lo strano ciclo naturale che, durante la glaciazione, ha spinto una specie montana come questa a svilupparsi al livello del mare.

Lo scheletro di un bambino ritrovato nella Grotta delle Capre.
Lo scheletro di un bambino ritrovato nella Grotta delle Capre. Fonte: Circei.

Il ritrovamento dello scheletro di un bambino – Recentemente è stata avanzata l’ipotesi di una grotta utilizzata come antico luogo di sepoltura in occasione di rituali particolari; nel 2016, infatti, una fortuita coincidenza (c’è chi parla di uno scavo clandestino e chi di un gruppetto di turisti che si sarebbe ritrovato davanti questo scenario apparso sotto una porzione collassata di pavimento) ha portato alla luce i resti di uno scheletro di un bambino custodito all’interno di un’anfora romana. L’Enchytrismòs era un tipo di inumazione molto comune in tempi preistorici in cui i corpi dei bambini venivano deposti in vasi di terracotta (pithos) in posizione rannicchiata e sistemati in un anfratto di roccia, in un’area diversa da quella riservata agli adulti, ricoperti da un cumulo di pietre che li lasciava visibili sulla superficie del terreno. Durante la Repubblica Romana e fino all’Alto Impero pare che questo tipo di pratica fosse comune, ma non ci sono ancora risposte univoche su una possibile datazione di questi resti. Le ossa, in ogni caso, sono state recuperate dalla Sovrintendenza.

E chissà quali altri segreti hanno da svelarci le grotte del Circeo.

Grotta delle Capre.
Grotta delle Capre. Ph: Bruno Furi.