La Vicenza degli orrori, l’incredibile storia del “grattacielo” Everest: con oltre 30 metri abusivi di altezza scampò all’ordine di demolizione

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Il grattacielo Everest in una ripresa aerea
Il grattacielo Everest in una ripresa aerea

E dietro la chiesa di S. Felice s’innalzò il mostro più alto di Vicenza. Che dovunque tu sia, ti ossessiona con la sua presenza”. Comincia con questo giudizio tranchant uno scritto del grande storico dell’arte e docente universitario Renato Cevese del 24 giugno 1976 (“Per Vicenza” Cierre Edizioni), dedicato al grattacielo Everest di viale Torino. “Se ti affacci dal piazzale della Vittoria – continua Cevese – lo vedi spaesato e stupido ai margini del centro antico, tra i grevi e spiazzati casoni di viale Milano e di piazza Bologna”.

A sinistra dell'Everest la torre merlata della basilica di san Felice
A sinistra dell’Everest la torre merlata della basilica di san Felice

Dopo quarantacinque anni, l’impressione è la stessa: un palazzone grigio e decontestualizzato che s’impone con la sua mole in mezzo a edifici molto più bassi e molto – troppo – vicino al complesso religioso della Basilica romanica intitolata ai santi e martiri Felice e Fortunato. “Incombe violento – aggiunge il fondatore del Centro Studi Palladio – sulla stupenda chiesa di S. Felice e sul suo campanile dalla cella merlata: emblema della speculazione e dell’incultura”.
Collocare proprio in quel punto della città una struttura di quasi sessanta metri d’altezza non è stato né casuale né forzato. L’Everest s’inserisce, infatti, nella creazione del rione di viale Milano alla metà degli Anni Cinquanta del Novecento, un vero affronto alla città per la sua posizione a ridosso del Centro Storico, di Campo Marzo, di Monte Berico e, appunto, di san Felice.

La nuova zona è inserita nel Piano Regolatore Generale firmato dal prof. Plinio Marconi, approvato nel 1958 dal Consiglio Comunale, che prevede la edificazione di palazzi con sviluppo verticale ben maggiore rispetto all’esistente. Non c’è dubbio che sia sbagliato posizionare un quartiere con queste caratteristiche in relazione al contesto urbanistico e ambientale. Ma bisogna riempire una vastissima area lasciata libera nel dopoguerra dalla Ferrotranvie Vicentine, proprietaria direttamente o a mezzo di controllate dei terreni, e, a ponente, dal Foro Boario. Qui gli urbanisti (e gli speculatori, secondo Cevese) danno vita alla “zona bene” della città, in cui sposta la propria residenza la nuova ricca borghesia.
Il sogno di vivere nella pseudo modernità di una “Manhattan vicentina” è di un provincialismo desolante. Il fatto di abitare a due passi dal centro, dal parco e dal colle è considerato un privilegio, nessuno s’accorge della distonia di questi palazzoni con le prossimità.
La storia del Condominio Everest comincia nel 1955, è lunga otto anni e molto complessa. Il 9 agosto il Consiglio Comunale approva la costruzione di “quattro fabbricati a torre dell’altezza massima di ml. 47,00” e il 23 settembre il sindaco autorizza la costruzione del primo. Ma il cantiere non parte. Ci sono problemi di altezza: il Regolamento Edilizia e Ornato del Comune su gran parte del centro città pone un limite di 22 metri, derogabile per costruzioni monumentali o di particolare natura. È però ammesso superarlo per Viale Milano e dintorni, anche se gli edifici non hanno quelle caratteristiche.
Tutto resta fermo per oltre un anno. L’8 febbraio 1957 quattro privati (Elisa Nodari, Dirce Denti e i fratelli Vittoriano e Edgardo Zanon, proprietari dei terreni) presentano al Comune una richiesta di autorizzazione a costruire in viale Torino un palazzo di dieci piani e alto 38 metri. Allegano il progetto dell’ingegner Girolamo Gemo. Sia l’Ufficio d’Igiene che la Commissione di Edilizia e Ornato lo bocciano, la seconda perché “supera l’altezza massima prevista dal Piano Regolatore”.
Due mesi dopo la Fratelli Zanon e la Immobiliare Domini (che hanno sostituito gli originali richiedenti), cercando di superare il no del Comune, presentano un progetto alternativo che inquadra il futuro grattacielo in una zona di edilizia residenziale ad esso omogenea. È un piano di lottizzazione (pure firmato dall’ingegner Gemo), che investe tutta l’area a ovest di viale Torino fino a via Genova e prevede la costruzione di ben quattordici fabbricati di altezze diverse per una cubatura complessiva di 103.000 metri cubi. L’Everest ci guadagna quasi venti metri in altezza: da 38 passa a 56 metri. Il 13 dicembre 1957 il sindaco approva il piano.
Finalmente si parte. Il 3 gennaio 1958 il Comune autorizza il nuovo richiedente, la Condominio Everest che ha come amministratore Gino Zanettin, alla costruzione del grattacielo ma avvisa il titolare della licenza che deve ottenere il nulla osta del Ministero Lavori Pubblici per la parte eccedente i 22 metri di altezza. Ci vogliono ben nove mesi per elaborare la domanda di deroga e, nel frattempo, la Soprintendenza, il Magistrato alle Acque e il Ministero della Pubblica Istruzione prendono di mira il nuovo fabbricato e l’operato piuttosto disinvolto del Comune. Intanto però i lavori sono cominciati, anzi il fabbricato ha già raggiunto i 33 metri. Ma la deroga non è stata ancora chiesta e tanto meno ottenuta. Il Comune prende paura e il Sindaco emette un’ordinanza di sospensione dei lavori il 9 agosto 1958. Il 12 settembre arriva anche l’ordine ministeriale in tal senso. Il Comune boccheggia: deve rispondere alla Prefettura degli abusi edilizi autorizzati. Sostiene che il fabbricato riveste una “particolare importanza” nell’economia edilizia e urbanistica della città, ammette di aver concesso la licenza “per una non esatta interpretazione della legge” e confessa di trovarsi in “una posizione particolarmente delicata” nei confronti del licenziatario. Nei mesi successivi la situazione peggiora: la deroga in altezza non è concessa, la richiesta di sanatoria è respinta e, a metà luglio del 1959, il Ministero ordina la demolizione della parte eccedente. Il Comune, ormai alla disperazione e terrorizzato dall’ipotesi di dover risarcire i danni al costruttore, chiede l’intervento di Mariano Rumor, leader vicentino della DC e ministro dell’Agricoltura. La Everest Costruzioni Edilizia s.p.a, che ha intanto bellamente finito di costruire il grattacielo, fallisce perché non può vendere gli appartamenti privi di licenza edilizia.
Questa incredibile storia finisce in un nulla di fatto. Il grattacielone vicentino sopravvive integro, diventa abitabile, non risultano indagini giudiziarie o amministrative. La città deve tenersi la bruttura per saecula saeculorum.

Di fianco al grattacielo è sorto un supermercato al posto nell'ex-area Domenichelli
Di fianco al grattacielo è sorto un supermercato al posto nell’ex-area Domenichelli

Qui gli articoli della rubrica “La Vicenza degli orrori”


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Gianni Poggi
Gianni Poggi risiede e lavora come avvocato a Vicenza. È iscritto all’Ordine dei giornalisti come pubblicista. Le sue principali esperienze giornalistiche sono nel settore radiotelevisivo. È stato il primo redattore della emittente televisiva vicentina TVA Vicenza, con cui ha lavorato per news e speciali ideando e producendo programmi sportivi come le telecronache delle partite nei campionati del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, i dopo partita ed il talk show «Assist». Come produttore di programmi e giornalista sportivo ha collaborato con televisioni locali (Tva Vicenza, TeleAltoVeneto), radio nazionali (Radio Capital) e locali (Radio Star, Radio Vicenza International, Rca). Ha scritto di sport e di politica per media nazionali e locali ed ha gestito l’ufficio stampa di manifestazioni ed eventi anche internazionali. È stato autore, produttore e conduttore di «Uno contro uno» talk show con i grandi vicentini della cultura, dell’industria, dello spettacolo, delle professioni e dello sport trasmesso da TVA Vicenza. Ha collaborato con la testata on line Vvox per cui curava la rubrica settimanale di sport «Zero tituli». Nel 2014 ha pubblicato «Dante e Renzo» (Cierre Editore), dvd contenente le video interviste esclusive a Dante Caneva e Renzo Ghiotto, due “piccoli maestri” del libro omonimo di Luigi Meneghello. Nel 2017 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza il documentario «Vicenza una favola Real» che racconta la storia del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi e G.B. Fabbri, distribuito in 30.000 copie con il quotidiano. Nel 2018 ha pubblicato il libro «Da Nobile Provinciale a Nobile Decaduta» (Ronzani Editore) sul fallimento del Vicenza Calcio e «No Dal Molin – La sfida americana» (Ronzani Editore), libro e documentario sulla storia del Movimento No Dal Molin. Nel 2019 ha pubblicato per Athesis/Il Giornale di Vicenza e Videomedia il documentario «Magico Vicenza, Re di Coppe» sul Vicenza di Pieraldo Dalle Carbonare e Francesco Guidolin che ha vinto nel 1997 la Coppa Italia. Dal 9 settembre è la "firma" della rubrica BiancoRosso per il network ViPiù, di cui cura anche rubriche di cultura e storia.