Rapporto Inps, nel 2025 i lavoratori dipendenti hanno superato soglia dei 21 milioni

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(Adnkronos) – Nel 2025 i dipendenti hanno superato per la prima volta la soglia dei 21 milioni. Rispetto al 2024 l’incremento è stato di circa 250.000 unità, pari all’1,2%, un valore inferiore a quello medio (tasso medio annuo) dell’intero periodo 2019-2025 (+1,6%). All’aumento dei dipendenti si è accompagnato un modestissimo aumento del numero medio di giornate retribuite (+0,2%). Esse risultano 255,2 pari all’81,8% delle 312 giornate teoricamente retribuibili in un anno. Erano 254,6 nel 2024 e 252,8 nel 2019. E’ quanto si legge nel XXV Rapporto annuale dell’Inps presentato oggi a Roma. La femminilizzazione, misurata dalla quota di lavoratrici, è cresciuta quasi impercettibilmente: è pari al 45,18% nel 2025, contro il 45,16% nel 2024 e il 44,92% nel 2019. Più significativo l’incremento in termini di intensità di impiego: nel 2025 per le donne il numero medio di giornate retribuite è risultato pari a 253 contro 251,8 nel 2024 e 249,7 nel 2019. Mentre la femminilizzazione procede seppur molto lentamente, decisamente più intensi risultano altri due trend demografici: la crescita degli stranieri e il rilievo dell’invecchiamento. 

La quota di lavoro dipendente svolto da stranieri nel 2025 risulta pari a poco più di 3 milioni di lavoratori, il 14,3% del totale: un dipendente su 7. L’anno prima incidevano per il 13,7%, nel 2019 per l’11,4%. L’incremento è tutto attribuibile alla componente extracomunitaria, passata da 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel 2025, con un ritmo medio annuo di crescita del 6,8%, sostanzialmente confermato anche nell’ultimo anno (+6,5%). La componente comunitaria, rappresentata in gran parte da lavoratori rumeni, risulta invece ormai stabilizzata attorno a mezzo milione di unità. Oltre al numero, per i dipendenti stranieri è aumentata anche l’intensità di impiego (seppur tuttora inferiore alla media generale): per gli extracomunitari si è passati da 217 giornate retribuite nel 2019 a 224 nel 2025, per i comunitari da 214 a 233. 

L’incidenza degli immigrati è settorialmente molto eterogenea. In quattro aree – sommando extracomunitari e comunitari dell’Est Europa – è pari o superiore al 25%: si tratta dell’industria leggera del made in Italy (tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-legno-mobile), delle costruzioni (28,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione e dei servizi di supporto (tra cui il lavoro somministrato, le attività di vigilanza, pulizie, servizi per il paesaggio). Valori elevati e in crescita, tra il 15 e il 20%, si registrano anche per altri importanti comparti manifatturieri (metalmeccanica, alimentari), per i trasporti-magazzinaggio e per altre attività di servizio. Si tratta quindi di settori in cui i processi di immigrazione sono arrivati a rappresentare un lavoratore su quattro. La presenza straniera è ancora marginale solo in alcuni ambiti come i servizi di rete e il credito – non a caso a retribuzione pro capite più elevata della media – oltre che ovviamente nel settore pubblico. 

Nel settore privato non agricolo, nel 2024, la quota di imprese con almeno un contratto di lavoro agile si attesta intorno al 3%, mentre nel settore pubblico al 17%. E’ quanto si legge nel XXV Rapporto annuale dell’Inps presentato oggi a Roma. L’adozione del lavoro agile risulta maggiormente concentrata nelle imprese di grandi dimensioni e nel settore pubblico: le imprese con più di 100 dipendenti presentano le percentuali più elevate di adozione, raggiungendo fino al 51,8% nel settore privato non agricolo (2020) e al 56,8% nel pubblico (2024). Le piccole imprese (0-15 dipendenti) mostrano, invece, una diffusione molto più contenuta, con valori generalmente inferiori al 5% nel privato e compresi tra il 7% e il 17% nel pubblico.  

Dal punto di vista temporale, dopo il picco del 2020 legato alla pandemia, la quota di imprese che adottano lo smart working tende a ridursi leggermente nelle piccole e medie imprese del settore privato, mentre nelle grandi imprese, soprattutto nel settore pubblico, i livelli rimangono elevati o addirittura aumentano negli anni successivi. Nel settore privato le donne sono più rappresentate tra i lavoratori che svolgono almeno una parte della propria attività da remoto rispetto agli uomini. Nel settore pubblico, invece, la situazione si inverte e questo dipende dal fatto che nei settori dove c’è maggiore concentrazione di donne, come nella scuola o nella sanità, il ricorso al lavoro da remoto è limitato. 

L’adozione del lavoro da remoto mostra una significativa eterogeneità territoriale. Il Nord-Ovest presenta sistematicamente i livelli più elevati, seguito dal Centro e dal Nord-Est, mentre Sud e Isole registrano valori significativamente più contenuti. Il divario risulta particolarmente evidente nel 2020: nel Nord-Ovest la quota di lavoratori in modalità da remoto raggiunge il livello più alto (circa 18-19%), seguita dal Centro (circa 16%) e dal Nord-Est (intorno al 13%). Nel Mezzogiorno, invece, l’utilizzo di questa modalità organizzativa è molto più contenuto, attestandosi intorno al 3-3,5%. Negli anni successivi, pur ridimensionandosi rispetto al picco pandemico, le differenze territoriali rimangono persistenti: le regioni del Nord e del Centro si stabilizzano su livelli strutturalmente più elevati, mentre il Sud e le Isole continuano a mostrare un’incidenza del lavoro agile nettamente inferiore. 

Le ore autorizzate di cassa integrazione guadagni nell’anno sono state pari a 414 milioni nel 2023, 509 milioni nel 2024, 548 milioni nel 2025. Tra il 2023 e il 2024 è aumentata la richiesta di cassa integrazione guadagni ordinaria (cigo), mentre tra il 2024 e il 2025 la crescita ha riguardato la cassa integrazione guadagni straordinaria (cigs). Modestissime le integrazioni salariali a carico dei fondi di solidarietà bilaterali.  

La variazione di +98 milioni di ore autorizzate di cigo tra il 2023 e il 2024 è dovuta per +75% al settore economico metalmeccanico, +29% al tac (tessile, abbigliamento, calzature) e -5% alla fabbricazione di carta. Residuali, in positivo o in negativo, le restanti variazioni dovute agli altri settori economici. La variazione di +80 milioni di ore autorizzate di cigs tra il 2024 e il 2025 mostra invece una scomposizione più articolata: il 58% si deve al metalmeccanico, il 19% alle telecomunicazioni, circa il 10% al tac, il restante 13% a una pluralità di altri settori (fabbricazione di altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi, fabbricazione di prodotti in gomma e in materie plastiche, commercio all’ingrosso, etc.). Solo una parte delle ore autorizzate è effettivamente utilizzata dalle imprese. Negli anni esaminati il ‘tiraggio’, ovvero il rapporto tra ore utilizzate e ore autorizzate, è stimato attorno al 30-40%, con oscillazioni a seconda dei mesi e del tipo di intervento.  

Il numero di beneficiari mensili negli ultimi tre anni ha oscillato tra un minimo di 208 mila (agosto 2023) e un massimo di 425 mila (ottobre 2024), mentre il numero medio di ore mensili per beneficiario ha oscillato tra 36 ore (dicembre 2023) e 48 ore (luglio 2024). Mediamente, quindi, l’integrazione ha riguardato tra il 20% e il 30% dell’orario di lavoro mensile. Nel 2025 ci sono stati mediamente 312.000 lavoratori cassintegrati al mese, per circa 40 ore. Nel 2025, su 1,66 milioni di imprese, quelle che hanno fatto effettivo utilizzo di cig (almeno 1 dipendente per almeno 1 mese dell’anno) sono state 49.000 (di cui poco più di 3.000 nei servizi e quasi 46.000 nell’industria), mentre 1,61 milioni non hanno utilizzato integrazioni salariali. A livello nazionale, le 49.000 imprese che hanno fatto utilizzo di cig (di cui 1.460 per tutti e dodici i mesi dell’anno) rappresentano il 2,9% delle imprese (margine estensivo) e occupano il 10,9% dei dipendenti. In totale, i dipendenti22 con almeno un episodio di cig sono stati 305 mila (il 17,5% del totale dei dipendenti delle imprese che hanno utilizzato cig, margine intensivo). In proporzione, il settore economico con il maggior numero di imprese con ricorso alla cig è stato quello delle costruzioni (16,0% delle imprese). 

A partire dal 2022 si assiste a una continua flessione del numero di occupati nel settore domestico e nel 2025 il numero dei lavoratori domestici è stato pari a circa 804 mila con una riduzione di circa 19 mila unità (-2%) rispetto all’anno precedente. Questo andamento ha riguardato sia la componente italiana sia quella straniera: in particolare si evidenzia una riduzione della quota di lavoratori stranieri che, dopo i massimi registrati (con punte all’80%) in concomitanza con le sanatorie di inizio secolo (L. n.189 del 2002, L. n.102 del 2009, D.Lgs. n.109 del 2012), si attesta nel 2025 al valore del 69%.  

L’incidenza dei lavoratori maschi si è modificata nel tempo: era del 15% dopo le regolarizzazioni del 2020 e 2021, nel 2023 si è ridotta al 12% e ancora all’11% nel 2024 e 2025 a conferma dell’effetto della regolarizzazione sulla componente di sesso maschile. Nel 2025 le donne occupate nel lavoro domestico sono 713-714 mila mentre gli uomini appena 91 mila. La flessione avvenuta nel 2025 è concentrata essenzialmente nella classe ‘da 30 a 54 anni’ che ha registrato, considerando congiuntamente gli uomini e le donne, una riduzione di -24.000 unità (-6%). E’ invece aumentato il numero di lavoratori (+6.000) con età a partire dai 55 anni con una crescita del +7%. Nel periodo osservato si registra un progressivo invecchiamento della forza lavoro domestica.  

La fascia d’età maggiormente penalizzata è quella compresa tra i 30 e i 54 anni, che perde 10 punti percentuali, passando dal 60% del 2019 al 50% del 2025. In diminuzione, seppur in misura più contenuta, anche la classe fino a 29 anni, che scende dal 5% al 4% nello stesso arco temporale. Di conseguenza, aumenta il peso delle fasce d’età più avanzate (oltre i 54 anni), che rappresentavano il 35% dei lavoratori domestici nel 2019 e raggiungono il 46% nel 2025.  

Questa dinamica si riflette nell’incremento dell’età media del settore, che cresce di tre anni, passando da 49 a 52 anni. L’aumento interessa sia le donne sia gli uomini, pur partendo da livelli differenti. Gli uomini presentano stabilmente un’età media inferiore rispetto alle donne: nel 2025 le lavoratrici domestiche hanno un’età media di 52 anni, contro i 48 anni dei colleghi uomini; nel 2019 tali valori erano rispettivamente pari a 49 e 45 anni.  

Nel 2021, anno della regolarizzazione, si è registrata una dinamica divergente tra i due generi: l’età media degli uomini è diminuita fino a 42 anni, mentre quella delle donne è aumentata raggiungendo i 50 anni. Questo andamento suggerisce che il processo di regolarizzazione abbia favorito l’emersione di lavoratori uomini relativamente più giovani, mentre tra le donne abbia interessato in misura maggiore lavoratrici appartenenti a fasce d’età più mature. 

La retribuzione settimanale da lavoro domestico nel 2025 è in media pari a 195 euro. Questo valore è differenziato per colf (160 euro) e badanti (234 euro) in relazione soprattutto all’intensità di impiego (orario settimanale). La differente distribuzione del numero di lavoratori per orario settimanale è legata alle caratteristiche del lavoro svolto, continuativo quello delle badanti, più frammentato, invece, quello delle colf. Per le colf la classe modale è ‘fino a 24 ore settimanali’ (pari a quasi il 60% del totale colf) mentre per le badanti è quella ‘oltre 45 ore settimanali’ (pari al 37% del totale badanti). 

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