
(Adnkronos) – “Se i prezzi dell’energia dovessero restare strutturalmente più elevati rispetto ai concorrenti europei, a causa delle crisi continue e concatenate si corre il rischio concreto di distruzione del tessuto industriale”. Lo afferma il vicepresidente di Confindustria per l’energia, Aurelio Regina, intervistato dall’Adnkronos. “Con questi livelli di costi energetici le imprese stanno già riducendo la produzione e c’è il rischio che si vada verso delle chiusure parziali”, avverte. “I valori futures dell’energia restano alti, bisogna fare di tutto per evitare il peggio e farlo in fretta”, secondo il vicepresidente. “Il disallineamento dei prezzi di mercato fra Stati Ue è legato alla composizione dei mix energetici ed ha motivazioni storiche che potranno essere superate solo con scelte strutturali come il ritorno al nucleare, su cui finalmente l’Italia si sta muovendo”.
La crisi energetica sta mettendo a dura prova l’intero Vecchio continente, ma l’Italia soffre più degli altri Paesi.
“Oggi tutta l’Europa è a rischio rincari e non solo l’Italia: si guardi al livello di riempimento degli stoccaggi di gas naturale, che da noi è superiore alla media Ue, e potrebbe portare costi elevati per tutti nel prossimo inverno. Con questi prezzi non si può andare avanti: le cartiere vivono rallentamenti della produzione e le imprese della ceramica stanno pensando di fermare alcune linee produttive. Ciò che è certo è che tutti hanno bloccato gli investimenti. Le nostre imprese soffrono più di altre questi shock” rispetto agli altri Paesi europei come Francia e Spagna. Se i prezzi dell’energia dovessero restare strutturalmente più elevati la distanza per la manifattura si allargherebbe soprattutto nel confronto con la Francia, ma la perdita di competitività non sarebbe marginale neanche rispetto alla Germania”.
Dopo l’ennesima proroga del taglio delle accise, l’ultima ieri, il governo ha annunciato interventi strutturali.
“Stiamo vivendo una condizione eccezionale e non è possibile fronteggiarla con strumenti tradizionali. Il taglio delle accise è stato necessario in una fase particolarmente difficile ma è arrivato ora il momento di lavorare in maniera più selettiva. E’ necessario supportare i comparti che stanno subendo le più gravi conseguenze dei rincari di petrolio, gas ed elettricità, a partire dalle aziende della logistica e delle imprese a forte consumo di energia. Per fronteggiare l’emergenza energia si deve lavorare su più fronti contemporaneamente con misure che abbiano effetti immediati ma anche pensando al futuro in modo strutturale. Purtroppo, non esiste un ‘silver bullet’ in situazioni come queste. Dobbiamo guardare alla contingenza senza perdere la visione prospettica”.
Quali misure sarebbero necessarie?
“Nell’immediato servono risposte che possano essere rapidamente attuate, come l’incremento dei fondi per la compensazione dei costi indiretti Ets, la riduzione degli oneri generali di sistema della bolletta elettrica per piccole, medie e grandi imprese e l’impiego del miliardo di euro ottenuto della vendita del gas di sicurezza per ridurre le bollette delle imprese a forte consumo di gas. Allo stesso tempo per Regina occorre velocizzare le autorizzazioni e procedere nello sviluppo delle risorse nazionali per generare sul territorio italiano energia elettrica rinnovabile, gas naturale e gas verdi, petrolio e biocarburanti ed essere meno esposti a queste dinamiche geopolitiche. Noi proponiamo un commissario sul modello Zes unica per portare a conclusione i procedimenti autorizzativi velocemente. Dobbiamo inoltre creare partnership stabili con i produttori internazionali di elettricità, combustibili e carburanti, le imprese sono disposte a impegnarsi in contratti di lungo periodo che possano ridurre la volatilità dei prezzi”.
La premier ha annunciato il rafforzamento dell’estrazione nazionale di idrocarburi. Cosa ne pensa?
“Avere una maggiore produzione nazionale di materia prima può favorire una inversione di rotta e ridurre i prezzi. Si devono superare le contrarietà ideologiche e ampliare le aree in cui poter operare per intercettare tutte le riserve nazionali che sono stimate in oltre 80 miliardi smc di gas e circa 160 milioni di tonnellate di petrolio (certe, probabili e possibili). Gli industriali chiedono al Governo di portare avanti la gas release, aumentando l’estrazione di gas naturale e destinandola alle imprese gasivore. Negli ultimi 15-20 anni l’Europa ha chiuso oltre 20 raffinerie e questo ha contribuito all’aumento dei prezzi. Oggi in Europa sono attive 94 raffinerie contro le 117 del 2009 facendo scendere la capacità di raffinazione di circa il 20%. Questa contrazione non è però legata a una riduzione dei consumi di carburanti a livello globale: mentre l’Europa chiudeva le proprie raffinerie, la capacità nei Paesi asiatici e mediorientali è cresciuta del 50% passando dalla produzione di 25,8 a 38,5 milioni di barili al giorno. Bisogna guardare alle cause di queste scelte e, chiaramente, anche l’iper-regolamentazione ambientalista Ue ha avuto un suo peso”.
Ci spieghi meglio.
“A remare contro la nostra competitività non sono solo i prezzi delle commodity energetiche per via della crisi geopolitica ma anche la nostra politica europea. In questa bufera non capiamo con quale coraggio la Commissione Europea tenga bloccato il decreto legge bollette italiano, una legge nazionale che allevierebbe i costi energetici a carico di famiglie e imprese. Allo stesso tempo la Commissione propone una riforma dell’Ets totalmente inadeguata al momento storico che stiamo vivendo: per colpa dell’Ets paghiamo di più l’energia e l’Europa non se rende conto in nome dell’ideologia ambientalista. L’Unione Europea è cieca o fa finta di non vedere, a partire dalla Commissione Europea ma anche gli eurodeputati sembrano aver perso contatti con la realtà”.
Che intende?
“Questa settimana c’è stato l’ennesimo segnale negativo perché la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha espresso un voto incomprensibile sulla revisione della riserva di stabilità del mercato Ets. I parlamentari rischiano paradossalmente di peggiorare ulteriormente le già deludenti proposte della Commissione Ue ristabilendo la cancellazione automatica delle quote inserite nella Market stability reserve. Speriamo che il buon senso prevalga e queste posizioni aberranti siano bloccate nella sessione plenaria del Parlamento della prossima settimana”.
Il ministro Giorgetti ha ipotizzato la possibilità di centrare l’obiettivo di un Pil a +1% nel 2026. Lo vede possibile dato il contesto?
“La stima di una crescita del Pil dell’1% per il 2026, ipotizzata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti non è lontana dalla crescita già acquisita al secondo trimestre, che era di un +0,8% ma nella seconda metà del 2026 si sentirà di più l’impatto dello shock energetico sul Pil. Se l’energia resta cara si compromettono anche gli obiettivi di crescita. Infatti, con questi livelli di prezzo le imprese stanno riducendo la produzione e si rischia di andare verso le chiusure”.
Quali sono gli interventi più urgenti anche sul fronte europeo?
“Le misure da mettere a terra il prima possibile sono quelle previste dal decreto legge bollette, bloccato dalla Commissione europea, che ha già ampliato il novero degli interventi per affrontare il costo dell’energia. Uno dei punti più rilevanti è il servizio di liquidità: si tratta di una misura importante perché affronta uno dei nodi più gravi per le imprese italiane: il differenziale strutturale tra il mercato italiano del gas (psv) e quello del centro Europa (ttf). Inoltre, è urgente attuare il meccanismo di rimborso ai produttori termoelettrici di parte dei costi connessi ai prelievi di gas per la produzione elettrica: questa misura porterà a un abbassamento dei costi di generazione dell’energia elettrica da gas, favorendo il trasferimento dei benefici economici direttamente sulle bollette di tutti i consumatori, cittadini e imprese”.
Quali misure il governo dovrebbe inserire nella prossima manovra?
“Nella prossima legge di bilancio, sul fronte dell’energia, si deve partire dall’utilizzo efficace della flessibilità di bilancio. Confindustria ha elaborato un set di proposte per l’utilizzo dei circa 14 miliardi di euro per la flessibilità di bilancio, riconosciuta dall’Ue per investimenti in materia di energia. L’auspicio è che la flessibilità possa avere un orizzonte temporale di spesa non limitato al 2028 ma al 2030, come previsto per la clausola di flessibilità per la difesa di seguito i punti principali. Nello specifico riteniamo importante prorogare l’energy release, investire su infrastrutture, impianti rinnovabili e batterie ma anche sulla ricerca, con particolare attenzione al nucleare. Sarà inoltre importante la valorizzazione della filiera del gas e delle molecole verdi, fondamentali per i settori industriali hard to abate, e promuovere l’efficienza energetica e la decarbonizzazione nell’industria, nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici essenziali come, ad esempio, scuole e ospedali”.
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