Siamo solo animali, riflessioni tra la fine delle scelte e della libertà: l’oppressione genera il male? (III)

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Essendo l’essere umano un animale, seppur con una socialità e una capacità simbolica molto elevata, l’analisi sociale e la riflessione filosofica non possono non prendere in considerazione la critica di natura scientifica al libero arbitrio e/o all’individuo.

La seconda premessa (qui la prima) per una possibile costruzione sociale dell’io è che non esista il libero arbitrio o, almeno, non nella sua forma completa. Se siamo pienamente liberi di compiere scelte, allora abbiamo una facoltà razionale autonoma dal contesto in cui cresciamo e la nostra identità è almeno in parte antecedente alla società e al contesto naturale. Esisterebbe, quindi, un’identità che trascende i gruppi sociali, negando la tesi di Amartya Sen.

Il libero arbitrio è stato oggetto di numerosi dibattiti soprattutto all’interno del pensiero religioso. Lutero scrisse, infatti, il De servo arbitrio, nel quale si oppose al libero arbitrio di matrice cattolica e sostenne che il nostro destino è predeterminato da Dio. Non possiamo fare nulla per cambiare il nostro futuro, solo affidarci alla grazia di Dio. Il problema è la natura del dibattito sulla libertà umana, condotto per molto tempo su un piano teologico e contrapponendo il libero arbitrio al determinismo religioso luterano. In questa fase anche pensatori che hanno portato il dibattito su un piano laico come Baruch Spinoza, sono rimasti vittime della contrapposizione libero arbitrio-determinismo.

Soltanto recentemente si è fatta strada un’interpretazione indeterministica, frutto dello sviluppo delle teorie quantistiche in fisica. Nella prospettiva indeterministica il libero arbitrio non esiste, pur non essendo l’uomo determinato in tutte le sue caratteristiche da Dio (Lutero) o dalla natura (positivismo). A sostegno di questa posizione lo psicologo Benjamin Libet condusse nel 1977 un esperimento, osservando che l’attività celebrale inizia qualche decimo di secondo prima della presa di consapevolezza dell’azione motoria. Prima delle nostre azioni, specialmente se di natura motoria, il cervello si attiva e solo dopo prendiamo coscienza dell’azione e la compiamo.

Questo esperimento venne portato come prova dell’inesistenza del libero arbitrio, pur con le sue limitazioni. Nel quadro della costruzione sociale dell’identità è rilevante anche prendere in considerazione il sostrato biologico e naturale in cui l’uomo è inserito. Essendo l’essere umano un animale, seppur con una socialità e una capacità simbolica molto elevata, l’analisi sociale e la riflessione filosofica non possono non prendere in considerazione la critica di natura scientifica al libero arbitrio e/o all’individuo, come nel caso dell’epifenomenalismo di Thomas Henry Huxley (che sosteneva una visione della coscienza umana come sottoprodotto dell’evoluzione naturale) e degli apporti della sociobiologia (che cerca una possibile origine biologica dell’organizzazione sociale umana, seppur con le sue regole separate e con uno sviluppo storico che l’ha allontanata dalla natura).

A questa visione socio-naturalistica della coscienza si contrappone chi evidenzia le criticità dell’esperimento di Libet e sostiene una libertà umana indipendente dalla sua genesi sociale. Daniel Dennett ha affermato, infatti, che questo esperimento riguarda solo le azioni motorie limitate a una piccola gamma di operazioni corporee e non la coscienza o la capacità razionale umana. Un esempio della difesa della libertà individuale supportata dalla credenza nelle facoltà razionali umane è rintracciabile nel pensiero di John Locke, che porta argomenti a favore dell’esistenza di un individuo pre-sociale collegata al sostegno alla trascendenza della razionalità umana.

Locke difende con queste premesse anche un liberalismo politico ed economico, basandosi su una visione astratta dell’identità umana che non tiene conto dei suoi condizionamenti sociali e della costruzione sociale del pensiero. Nel Saggio sull’intelletto umano il padre del liberalismo difende la natura divina delle capacità razionali umane, evidenziando così la correlazione tra credenza nell’individuo alienato dalla società e pensiero religioso. Anche Hobbes, nonostante arrivi a conclusioni politiche opposte a quelle di Locke, si basa sulla stessa concezione alienata della coscienza umana. Per Hobbes l’uomo ha alcune capacità e caratteristiche pre-sociali, intrinseche e naturali anche nella sfera etica e riguardo al pensiero.

L’esperimento mentale di Hobbes e di Locke dimostra il carattere non concreto delle loro riflessioni e il loro sostrato comune, immaginando e ipotizzando entrambi una condizione naturale dell’uomo (lo “stato di natura”) in modo astratto e senza prendere in considerazione la reale evoluzione socio-culturale delle società umane. Lo stesso Aristotele credeva in questo, postulando come caratteristica naturale, e non come fenomeno, la socialità umana. Il filosofo del Leviatano arriva poi ad appoggiare in pieno la necessità di un’autorità statale coercitiva sull’uomo che non è capace autonomamente di costruire rapporti sociali. Pur arrivando a una negazione della libertà umana, la posizione hobbesiana accetta i presupposti della libertà astratta e li rielabora in maniera negativa. Hobbes arriva a un liberalismo negativo, non a un’analisi concreta e sociale della presunta libertà individuale.

Quest’articolo è la terza parte di un testo scritto per la finale delle XXXI Olimpiadi di filosofia, intitolato: l’oppressione genera il male? (Qui la seconda parte)


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a cura di Michele Lucivero

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