L’uomo è Dio? Riflessioni di uno studente sul delirio di onnipotenza della scienza

1796
L'uomo, Dio e la scienza
L'uomo, Dio e la scienza

Con l’evoluzione delle scienze e delle tecnologie, l’uomo tenta sempre più di infrangere i propri limiti per soddisfare la sete di sapere. Anche solo la possibilità che lo scienziato possa competere col potere che anticamente era attribuito a Dio lo mette in diretta competizione con la divinità e da tale affronto non può che scaturire un delirio di onnipotenza. L’antico uomo prometeico, che oggi è rappresentato dallo scienziato, cerca non solo di rompere i limiti della fisica e della biologia, ma tenta di demolire anche i confini etici posti dalla comunità, al fine di raggiungere una sorta di super-umanità priva di ogni limite, come a dire che è l’uomo stesso a dettar legge e non più la natura né, tantomeno, quella entità, collocata al di là della natura, chiamata Dio.

La “morte della trascendenza”, che provoca la dissoluzione di ogni legge etica è rappresentata magistralmente da queste parole: «Dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige: per che ‘l mio viso in lei tutto era messo…Volevo vedere come poteva adattarsi l’immagine umana a quella del cerchio e come potesse trovarvi luogo ma non fui in grado di capirlo».

Con questi versi Dante Alighieri concludeva la Divina Commedia, tentando di descrivere Dio come un riflesso umanoide in uno specchio concentrico che simboleggia l’unità trascendente di tutto l’universo in un unico ente. Tale descrizione evidenzia il sillogismo aristotelico secondo il quale se Dio è tutto, e l’uomo è parte dell’universo, allora Dio è in parte uomo e, in quanto parte dell’infinito, egli può decidere le leggi a cui deve sottostare.

La scienza libera, però, sarebbe possibile solo se Dio, ossia la rappresentazione della legge morale più antica, morisse, come enunciato dal filosofo Friedrich Nietzsche nel saggio Così parlò Zaratustra. Qui Zaratustra parla a degli uomini, avvertendoli che la legge morale incarnata da Dio stava scomparendo a favore dell’anarchia etica e che, quindi, non è l’uomo ad essersi smarrito sulla retta via, ma che la strada del Signore stava scomparendo lentamente.

Come profetizzato dallo stesso Nietzsche, il secolo successivo (Nietzsche muore nel 1900) fu uno dei più disumani e sanguinosi, con l’avvento delle due guerre mondiali e l’introduzione di nuove tecniche di ricerca che infrangevano restrizioni legislative e morali. In questo secolo tra l’invenzione della bomba atomica e l’utilizzo di ordigni al napalm ci fu anche il delirio di onnipotenza più celebre della scienza, quello di Josef Mengele, medico tedesco delle SS che nel campo di concentramento di Auschwitz compì aberrazioni disumane su innumerevoli prigionieri al fine di scovare la logica dietro i parti gemellari.

Per evitare ulteriori “angeli della morte”, la scienza moderna si affida a quella branca della filosofia denominata bioetica con il compito di analizzare razionalmente i problemi morali nell’ambito delle scienze biomediche e di delineare criteri e limiti della pratica medica nel rispetto della dignità dell’uomo.

Un esempio di pratica biomedica nei limiti dell’etica è quello della pecora Dolly, primo mammifero ad essere stato clonato ossia il primo animale ad essere nato con la creazione asessuata, mantenendo però tutte le caratteristiche genetiche identiche a quelle di sua madre. Era il 5 luglio 1996 e in un laboratorio scozzese da una cellula somatica, poi trasferita in cellule embrionali indotte allo sviluppo del feto impiantato in una madre surrogata, nacque segretamente la pecora Dolly. La notizia fu resa pubblica solo nel 1997, provocando visioni di scenari apocalittici e ripugnanti come espresso da Demetrio Neri nell’opera La bioetica in laboratorio[1]. Per tranquillizzare l’opinione pubblica, l’Unione Europea nell’art. 3 della Carta dei diritti fondamentali delinea il diritto all’integrità della persona, enunciando che le pratiche eugenetiche, in particolare quelle aventi come scopo la selezione delle persone e il lucro sull’essere umano, sono vietate.

Dopo Dolly, alla Chinese Academy of Sciences di Pechino, due macachi vennero clonati con successo mediante la stessa metodologia della pecora, accendendo un ampio dibattito tra i difensori della libertà e della virtù della conoscenza e chi, invece, cercava una regolamentazione razionale basata sull’etica.

Con gli anni la scienza ha chiarito la sua posizione pro-clonazione, difatti per la coltura di cellule staminali gli scienziati necessitano della clonazione terapeutica per via embrionale, che consiste nell’eliminazione del nucleo di uno zigote umano fecondato, sostituendolo con quello prelevato dalle cellule del paziente. La Chiesa, dal canto suo, con l’istruzione Donum Vitae ritiene che l’uomo sia da rispettare fin dal primo istante della sua esistenza.

Il dibattito si apre, dunque, tra il limite trascendente e l’utopia della conoscenza illimitata, che nasce con il concetto bioetico della clonazione, ma ha derive su ambiti ontologici e spirituali: dal momento che il clone non ha uno sviluppo “naturale”, poiché il suo agire è condizionato dalla sua copia originale, l’uomo duplicato non viene mai trattato come fine, ma come mezzo. Se, per assurdo, non ci ponessimo dubbi di natura etica sulla clonazione e avvalorassimo l’idea che «La scienza non pensa», otterremmo degli scienziati che, come Ulisse, sono spronati nella ricerca per un puro vanto narcisistico e per la bramosia di conoscenza, piuttosto che essere indotti dall’areté massima del bene incondizionato.

Del resto, se tali scienziati riuscissero a modificare il genoma umano per produrre esseri non pensanti, codesti cloni sarebbero un’ipocrisia dell’ideale ontologico cartesiano dell’uomo, basato sulla formula “cogito ergo sum”, perché difatti questi individui non sviluppano una coscienza propria. Alla luce di tali dubbi ontologici, cosa sarebbero, in conclusione, questi individui? Si potrebbe ancora parlare di essere umano?

Il delirio di onnipotenza iniziato nel Rinascimento e sviluppatosi ulteriormente nel Novecento potrebbe raggiungere vette ancora più aberranti proprio con l’utilizzo della biomedicina. La soluzione a questo futuro distopico non può che essere la rievocazione della trascendenza, perché quando abbiamo ucciso Dio, ci siamo illusi di aver sconfitto un nostro nemico, che come un dittatore limitasse il potere della scienza, senza renderci conto di aver soppresso una parte intrinseca del nostro essere che, cedendo a noi il libero arbitrio, ha rinunciato a parte della sua onnipotenza.

[1] D. Neri, La bioetica in laboratorio. Cellule staminali, clonazione e salute umana, Laterza, Roma-Bari 2005.

di Valerio Carrassa.

Valerio Carrassa
Valerio Carrassa

Valerio Carrassa, 17 anni, è alunno presso il liceo “Leonardo Da Vinci “ di Bisceglie , vive e risiede a Bisceglie. I suoi interessi sono vari e spaziano tra le discipline umanistiche, come filosofia e la psicologia, le arti e le scienze matematiche e fisiche. Si diletta leggendo libri di differente natura come gli horror, saggi di psicologia e di filosofia e infine è un grande appassionato di musica.


Questo articolo è il frutto della collaborazione tra il giornale Vipiù.it e il Liceo Scientifico, Scienze Applicate, Linguistico e Coreutico “Da Vinci” di Bisceglie (BT) per i Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO). Qui troverai tutti gli articoli del PCTO del Liceo “Da Vinci” di Bisceglie (BT).


Qui troverai tutti i contributi a Agorà, la Filosofia in Piazza

a cura di Michele Lucivero

Qui la pagina Facebook Agorà. Filosofia in piazza