
Una donna di Treviso ha diffidato l’Ulss 2 a svolgere le verifiche necessarie alla richiesta di suicidio assistito.
“Chiedo una morte dignitosa e che mi venga garantito il rispetto della legge al più presto”, fa sapere Maria Cristina, 77 anni, residente in provincia di Treviso. La donna, da settembre 2025 è affetta da un mesotelioma pleurico, una forma tumorale aggressiva del rivestimento polmonare a prognosi infausta per cui non esistono cure risolutive e di poco modificabile con i trattamenti chemioterapici a disposizione.
Il 30 aprile, assistita dal team legale coordinato da Filomena Gallo, avvocata e Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha inviato una diffida e messa in mora all’azienda sanitaria per sollecitare l’attivazione urgente della procedura, “prima che sia troppo tardi”.
L’associazione che la assiste fa sapere che “la risposta dell’azienda sanitaria, giunta il 5 maggio, si è limitata a informare che le verifiche sono tuttora in corso, senza fornire però tempistiche certe”.
Viene spiegato che Maria Cristina era intenzionata a praticare il suicidio assistito in Svizzera ma, lo scorso 25 marzo ha chiesto all’azienda sanitaria do Treviso la verifica delle condizioni per accedere al suicidio medicalmente assistito in Italia.
“Maria Cristina – spiegano ancora dalla Coscioni – è, infatti, in possesso dei requisiti individuati dalla Corte Costituzionale nella sentenza Cappato/Dj Fabo per l’accesso alla morte volontaria assistita: è affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che considera intollerabili, ed è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale”.
Ma, finora, il tempo è trascorso invano e non è ancora stata sottoposta nemmeno alle visite domiciliari da parte della commissione multidisciplinare.
Maria Cristina dice: “Che qualità di vita mi si prospetta se non c’è speranza di anche lieve miglioramento? C’è una legge? Pretendo che venga rispettata. È onorevole, dignitoso, caritatevole e umano costringere i miei cari a vedermi straziata dai dolori e ridotta ad una larva umana? C’è giustizia a ridurre una persona instupidita dalla morfina che blocca l’intestino, costringe a defecare con lassativi che danno dolori al ventre, fanno sbavare e rendono un essere umano privo di dignità?
È civile tutto questo – chiede ancora la donna –? Non mi si venga a raccontare che le persone in quegli stati non soffrono. Non è vero! Io sono stata ‘curata’ per 3 mesi con la morfina, quando mi torcevo nel letto con 7 vertebre rotte. So quel che dico. Si riesce a pensare. E anche a soffrire. È civile tutto questo? Chiedo una morte dignitosa e chiedo che mi venga garantito il rispetto della legge e al più presto. Perché, dopo, potrei non essere più in grado di sostenere battaglie burocratiche”.
Come è noto, l’associazione Luca Coscioni si batte da tempo per l’approvazione di una legge a livello regionale, denominata Liberi Subito, che punta in particolare a regolare organizzazione e funzionamento dei servizi sanitari, procedure, tempi e modalità di accesso a prestazioni già riconosciute dall’ordinamento e dalla Corte costituzionale.
Secondo i referenti dell’associazione, se fosse stata approvata, “non si perderebbe tempo per costituire di volta in volta la Commissione multidisciplinare, perché ne esisterebbe una già costituita in grado di prendere tempestivamente in carico la richiesta del paziente ed effettuare le relative verifiche, come è responsabilità del Servizio Sanitario della Regione Veneto.
L’esempio virtuoso è quello della Toscana dove grazie alla nostra legge di iniziativa popolare e alla circolare di Giunta è in vigore il termine di un mese per dare una risposta. Ecco perché auspichiamo che si dia a Maria Cristina una risposta in tempi celeri, come previsto dalla Corte costituzionale, e si approvi la legge Liberi Subito”, concludono Marco Cappato e Filomena Gallo, rispettivamente tesoriere e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni.






































