
(Adnkronos) – “Con la nostra compagnia vogliamo raccontare la verità, attraverso storie che parlano degli effetti della colonizzazione. I ballerini che salgono sul palco portano con sé un peso: quello delle storie che ci sono state affidate dai nostri anziani”. Con queste parole Stephen Page ha sintetizzato il significato più profondo del Leone d’Oro alla carriera assegnato dalla Biennale Danza 2026 al Bangarra Dance Theatre, la compagnia australiana simbolo delle culture aborigene. Le sue dichiarazioni, pronunciate nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian a Venezia, sono state accolte da un lungo applauso. A ritirare il riconoscimento sono stati lo stesso Page, direttore artistico della compagnia dal 1991 al 2022, e l’attuale direttrice artistica Frances Rings. A consegnare il Leone d’Oro è stato il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, alla presenza del direttore artistico del settore Danza, Wayne McGregor.
“Più di 230 anni fa l’arrivo dei britannici ha lasciato ferite profonde”, ha ricordato Page. “Noi siamo la coscienza di questa storia. Attraverso la danza custodiamo una memoria che rischierebbe di andare perduta e la condividiamo con il mondo”. Un’eredità che, ha sottolineato, non appartiene soltanto agli artisti della compagnia, ma alle comunità aborigene che continuano ad affidare a Bangarra il compito di trasformare le loro storie in linguaggio scenico. Frances Rings ha ribadito la missione di Bangarra: “Siamo l’unica compagnia al mondo che costruisce ogni spettacolo confrontandosi con le comunità indigene e con gli anziani, ascoltando le loro testimonianze e chiedendo il loro consenso per raccontare quelle storie. Il nostro obiettivo è creare consapevolezza, mantenere viva la memoria e celebrare la nostra identità culturale e storica”. Parole che spiegano il valore del riconoscimento attribuito dalla Biennale a una realtà che, da oltre tre decenni, ha saputo trasformare oltre 65.000 anni di cultura aborigena “in un linguaggio contemporaneo fatto di danza, musica, arti visive e poesia”.
Nel leggere la motivazione del Leone d’Oro, Wayne McGregor ha definito Bangarra “una delle maggiori formazioni artistiche australiane”, capace di trasformare un patrimonio culturale millenario in una ricerca artistica riconosciuta a livello internazionale. La compagnia, composta da diciotto danzatori aborigeni , è stata premiata “per aver costruito un repertorio unico, in cui tradizione e contemporaneità convivono senza compromessi”.
Un tributo particolare è stato riservato proprio a Stephen Page, appartenente ai popoli Quandamooka Nunukul/Ngugi e alla nazione Yugambeh Munaldjali, che in oltre trent’anni di direzione artistica ha firmato più di ventisette produzioni portando Bangarra nei principali teatri del mondo. Dal 2023 il testimone è passato a Frances Rings, coreografa pluripremiata della comunità Mirning dell’Australia Meridionale, che prosegue il lavoro di valorizzazione e tutela delle culture delle Prime Nazioni.
La cerimonia si è conclusa con un momento di grande intensità emotiva. Dopo il ritiro del Leone d’Oro, i diciotto danzatori della compagnia sono saliti sul palco ricevendo una lunga standing ovation dal pubblico presente. Un applauso che ha celebrato non solo l’eccellenza artistica di Bangarra, ma anche il suo ruolo civile: quello di una compagnia che usa la danza come strumento di memoria, verità e riconciliazione.
Fondata nel 1989 da Uncle Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson a partire dall’esperienza della National Aboriginal Islander Skills Development Association, Bangarra Dance Theatre ha costruito negli anni un linguaggio capace di intrecciare memoria ancestrale e ricerca contemporanea. Le sue creazioni raccontano il rapporto tra persone, territorio e identità, trasformando le conoscenze tramandate dagli anziani in opere di respiro universale.
Il Leone d’Oro è stato assegnato nell’ambito del 20esimo Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, dove la compagnia presenta “Terrain”, coreografia firmata da Frances Rings e ispirata al Kati Thanda-Lake Eyre, il più grande lago salato dell’Australia. Un’opera che esplora il legame spirituale tra le Prime Nazioni e la terra, intesa come luogo sacro, memoria vivente e custode delle storie di un popolo.
Con questo premio, la Biennale di Venezia rende omaggio a “una compagnia che ha fatto della danza molto più di un’espressione artistica: uno strumento per custodire la memoria collettiva, restituire dignità alle culture indigene australiane e aprire un dialogo tra popoli, identità e generazioni”. (di Paolo Martini)
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