
“L’emergenza delle aggressioni a danno degli operatori sanitari va affrontata in maniera corale”. A ribadirlo è Massimiliano Zaramella, presidente del Consiglio comunale di Vicenza, con delega a Salute e Benessere, oltre che chirurgo vascolare del San Bortolo.
L’argomento è recentemente tornato di attualità, a seguito dell’ennesimo caso registrato nel Vicentino. Nei giorni scorsi – come raccontato da queste pagine – uno psichiatra in servizio presso l’Ospedale San Bassiano di Bassano del Grappa è stato aggredito da un proprio paziente. Il giovane era stato portato in nosocomio dopo aver manifestato atteggiamenti aggressivi in centro storico e, al momento di un prelievo del sangue, si era scagliato contro il proprio medico, ferendolo.
Aggressione agli operatori sanitari: cosa dicono i numeri
Il fenomeno – ha spiegato Zaramella – è da considerarsi ormai “sistemico“, per come raccontato dai dati ufficiali.
Il medico del San Bortolo fa riferimento ai dati nazionali e regionalisulla violenza contro gli operatori sanitari e sociosanitari forniti dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie (ONSEPS) del Ministero della Salute.
Nel 2025 sono state registrate 17.956 aggressioni, che hanno coinvolto complessivamente 23.367 operatori sanitari e sociosanitari, con un calo rispetto al 2024 del 2,4%.
Prevalgono le aggressioni verbali (69% degli episodi), ma quelle fisiche costituiscono circa il 25%. Il restante 6% riguarda aggressioni contro la proprietà. Nel mirino soprattutto infermieri (55%) e medici (16%), nei Pronto Soccorso, soprattutto.
La situazione in Veneto
Secondo il Libro Bianco sul contrasto della violenza verso gli operatori del Servizio Socio-Sanitario Regionale, approvato dalla Regione Veneto nel 2026, nel 2025 sono state registrate 3.153 aggressioni, che hanno coinvolto complessivamente 4.304 operatori.
Il dato regionale evidenzia una crescita significativa nel corso degli ultimi anni.
Le aggressioni erano state 2.229 nel 2023, sono salite a 2.595 nel 2024 e hanno raggiunto 3.153 nel 2025. Tradotto: in soli due anni si è verificato un aumento di 924 episodi, pari a circa il 41,5%. Anche rispetto al 2024 l’incremento è rilevante: dalle 2.595 aggressioni del 2024 si è passati alle 3.153 del 2025, con 558 episodi in più, pari a circa il 21,5%.
Di queste, sempre in Veneto, le aggressioni agli operatori sanitari, 938 sono state fisiche e hanno riguardato complessivamente 4.304 operatori, in prevalenza donne (2.161 contro 992 uomini). Anche in Veneto a pagarne maggiormente le conseguenze sono infermieri, Oss e medici. Gli episodi si concentrano soprattutto in Pronto Soccorso, aree di degenza, ambulatori e Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura.
“Il dato conferma quindi quanto emerso a livello nazionale: sono soprattutto le professioni caratterizzate da un rapporto diretto e continuativo con pazienti e familiari a essere maggiormente esposte”, il commento di Zaramella.
Zaramella: “Un’emergenza da affrontare insieme”
Come già in altri suoi interventi, Massimiliano Zaramella insiste su un aspetto. Segnalare il problema e studiare il fenomeno è inutile se poi non si prendono provvedimenti e questi devono coinvolgere tutti gli attori in causa.
“Affrontare il fenomeno – spiega il medico del San Bortolo – richiede sensibilizzazione e strumenti legali e organizzativi come il decreto-legge del 2024 che ha introdotto misure specifiche in materia di violenza agli operatori sanitari.
Ma a queste misure vanno affiancate la formazione del personale sanitario a gestire situazioni pericolose e ridurre le principali cause di malcontento come i tempi di attesa e carenza del personale. Inoltre serve il ricorso alla tecnologia: ad esempio: sistemi di allarme, telecamere e fino a braccialetti e micro-camere indossabili per il personale.
A chiudere il quadro, i provvedimenti “interni”, ovvero protocolli o regolamenti adottati dalle singole aziende sanitarie, come avvenuto di recente nella Ulss 8 Berica, e l’opera di sensibilizzazione verso l’utenza delle strutture.
La “catena” del coinvolgimento per arginare il fenomeno è dunque chiara: dalle istituzioni, alle aziende sanitarie, dal persone ai pazienti e ai loro familiari.
Aggressioni operatori sanitari: i passi ulteriori
Il dottor Zaramella, infine, traccia un quadro delle azioni che devono innestarsi sul sistema fin qui concepito.
Fondamentale il ruolo della raccolta dei dati che ogni azienda sanitaria e struttura deve portare avanti con rilevazioni puntuali, classificazione delle aggressioni, contesto e ogni altro elemento utile per pervenire poi “ad un’analisi del rischio efficace”, afferma il medico. Raccolta dati che, oltre ad essere continua, deve anche essere condivisa periodicamente in maniera ufficiale, per analisi e correttivi, ed estesa a tutto il sistema sanitario, comprendendo anche strutture territoriali, ambulatori, emergenza-urgenza, cure domiciliari.
Inoltre la formazione specifica e sistematica non lasciata alla buona volontà aziendale, ma inserita nei Piani formativi regionali, con obbligo o incentivo.
“È poi indispensabile – ancora Zaramella – investire in sicurezza ambientale e tecnologica“, oltre che “in campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini”.
Il quadro delle azioni da mettere rapidamente in campo è chiuso da supporto agli operatori vittime di aggressione, con assistenza psicologica, recupero, gestione dell’assenza per infortunio e reinserimento, tutela giuridica e contrattuale, e valutazione degli effetti della normativa, seguendo l’andamento dopo l’introduzione del decreto, per verificare se le pene e l’arresto in flagranza differita producono un’effettiva funzione deterrente.
“La violenza contro gli operatori sanitari non è un mero problema del singolo reparto o della singola azienda, ma riguarda la dignità del lavoro sanitario, la sicurezza delle cure e la qualità del nostro sistema di salute – dichiara Massimiliano Zaramella -.
Ogni operatore che lavora con passione e competenza merita di svolgere il proprio lavoro in un ambiente sicuro, sereno e rispettoso – prosegue -. La violenza subita non riguarda soltanto la singola vittima: tiene lontano dalla scelta sanitaria personale, genera turnover, stress, assenteismo, peggiora il clima organizzativo e quindi la qualità dell’assistenza.
Il tema non è una questione secondaria. Deve diventare un obiettivo strategico per la sanità del Veneto: ridurre gli episodi di aggressione, garantire sicurezza agli operatori e costruire un clima di fiducia tra cittadini e professionisti della salute”, conclude Zaramella.




































