
(Adnkronos) – “La musica e i concerti devono offrire soprattutto l’opportunità di allontanarsi da quello che accade nel mondo, godersi la vita insieme a persone che condividono gli stessi interessi e non cercare di dividere ma unire”. Per Mike Kroeger, bassista dei Nickelback, il rock conserva ancora questa funzione, in un mondo attraversato da guerre e divisioni. Quattro anni dopo ‘Get Rollin’, la band canadese torna con ‘Everything Under The Sun’, il nuovo album in uscita il 30 ottobre prossimo, che raccoglie le sue diverse anime, dal rock più aggressivo di ‘Rattle the Cage’ con John 5, ai brani più melodici. L’AdnKronos parla con Kroeger della libertà creativa conquistata in oltre vent’anni di carriera, di una canzone come ‘How You Remind Me’ che continua a raggiungere nuove generazioni, del futuro del rock e delle opportunità e dei rischi dell’intelligenza artificiale. Di una cosa Kroeger è assolutamente convinto: “La musica deve partire dalle idee e dall’esperienza umana”.
Sono passati quattro anni da ‘Get Rollin’. Che cosa è cambiato per i Nickelback in questo periodo?
“Credo che siamo cresciuti molto come band e che mio fratello abbia affinato ulteriormente la sua capacità di scrivere canzoni. Questo album, e più in generale questa fase della nostra carriera, rappresentano un importante passo avanti. Stiamo vivendo un momento particolarmente positivo e abbiamo realizzato un disco di cui sono davvero orgoglioso. A mio avviso è un album maturo, compatto e molto convincente”.
Il titolo ‘Everything Under The Sun’, sembra riflettere tutto il vostro universo musicale. Che significato ha per te?
“Il titolo racchiude l’ampiezza dei temi affrontati e la varietà di suoni e stili che caratterizzano le canzoni dell’album. È un disco estremamente eterogeneo, con brani molto diversi tra loro. ‘Everything Under The Sun’ sintetizza perfettamente questa ricchezza e diversità. Credo sia il modo migliore per rappresentare un album che cerca di abbracciare ogni cosa”.
È anche un modo per rivendicare la libertà di fare quello che vi pare, senza dover dimostrare niente a nessuno?
“Sì, da tempo godiamo di una grande libertà creativa. Il successo ottenuto negli anni ci permette di finanziare i nostri dischi, senza pressioni esterne. Possiamo scrivere, registrare e pubblicare la musica che vogliamo, seguendo esclusivamente i nostri tempi e le nostre scelte artistiche”.
Come hai detto, e come ha raccontato anche Chad, questo album raccoglie le diverse anime della band, dai brani più aggressivi ai momenti più introspettivi. C’è stato qualche aspetto inaspettato durante la realizzazione del disco?
“Non credo ci sia stato qualcosa di davvero inaspettato. Ci sono state però piacevoli sorprese, legate all’ispirazione che siamo riusciti a trovare in modi diversi dal solito, esplorando idee e atmosfere che non avevamo mai affrontato prima. È stato entusiasmante vederle prendere forma poco alla volta. In questo senso, direi che il percorso è stato ricco di novità interessanti e stimolanti”.
Il primo singolo estratto, ‘Rattle the Cage’, con John 5, ha un sound particolarmente potente. Com’è nata la collaborazione con lui e che cosa avevate in mente quando avete lavorato al brano?
“Come sanno bene i nostri fan, i Nickelback hanno spesso coinvolto chitarristi ospiti nei loro album. Quasi in ogni disco abbiamo invitato qualcuno a suonare un assolo o a contribuire in qualche altro modo. È una tradizione che portiamo avanti da molto tempo: già ai tempi di ‘Silver Side Up’, nel 2001, Ian Thornley suonò in ‘Good Times Gone’. Quando abbiamo completato ‘Rattle the Cage’, è arrivato il momento di registrare l’assolo di chitarra. Chad ha pensato che sarebbe stato interessante affidarlo a un musicista esterno invece di suonarlo lui stesso. Eravamo tutti d’accordo e il suo primo nome è stato John 5. È una persona e un chitarrista davvero unico, quindi ci è sembrata subito la scelta giusta. A quel punto il brano era già finito: glielo abbiamo fatto ascoltare e gli abbiamo chiesto di intervenire con il suo stile. Si è divertito moltissimo a lavorarci e il risultato finale è straordinario. È davvero un musicista eccezionale”.
Siete partiti da una piccola città canadese e avete finito per suonare davanti a migliaia di persone in tutto il mondo. Dopo tutti questi anni, che rapporto avete con il vostro pubblico?
“Il nostro pubblico ci conosce molto bene e noi conosciamo altrettanto bene i nostri fan. Sappiamo che cosa cercano e continuare. È un aspetto che dobbiamo tenere presente quando realizziamo un album: continiuare a fare quella che, secondo noi, è la musica che i nostri fan si aspettano. Si tratta di rock and roll autentico, diretto e senza fronzoli. Che sia un brano hard rock come ‘Rattle the Cage’ o qualcosa di più melodico e delicato, come una canzone d’amore quale ‘Make Me Love You’, sanno cosa aspettarsi. Questo disco non si discosta molto da quella direzione. Ci sono anche altri elementi ma ritrovano comunque ciò che conoscono”.
Avete scritto una delle canzoni simbolo dei primi anni Duemila: ‘How You Remind Me’. Oggi appartiene anche a una nuova generazione di ascoltatori, molti dei quali non erano ancora nati quando uscì. Come cambia il vostro rapporto con una canzone nel corso degli anni?
“Nel caso di ‘How You Remind Me’, credo che il cambiamento dipenda soprattutto da come si evolve il pubblico. I nostri ascoltatori non stanno semplicemente invecchiando: in realtà, il pubblico si sta ringiovanendo. Ci sono i fan della prima ora, che sono cresciuti e hanno avuto dei figli, e oggi c’è anche una generazione ancora più giovane che si avvicina alla nostra musica. Quando guardiamo il pubblico durante i concerti, vedo tante persone più giovani dei miei stessi figli”.
Ti fa sentire un po’ vecchio?
“No, per niente. Non è una sensazione del genere. Ne sono profondamente colpito e sono davvero grato a chiunque abbia voglia di ascoltare la nostra musica. Quando arrivano nuovi fan, è come ricevere una nuova benedizione”.
Avete attraversato l’epoca dei cd, l’avvento dei download e, oggi, quella dello streaming. Quale di questi cambiamenti ha avuto l’impatto maggiore sul vostro modo di concepire la musica?
“Nessuno di questi cambiamenti ha modificato davvero il nostro approccio al lavoro. È ovvio che hanno cambiato il modo in cui le persone consumano la musica e la scoprono ma per quanto riguarda il nostro modo di lavorare, le cose non sono cambiate molto. Da decenni parliamo della possibilità di abbandonare il modello dell’album e pubblicare una o due o tre canzoni per poi andare in tour. Ne abbiamo discusso tante volte ma non lo abbiamo mai fatto. Continuiamo a realizzare dischi”.
Il rock è nato anche come linguaggio di ribellione. Oggi il panorama musicale è dominato da generi e stili diversi. Che cosa significa essere una rock band oggi?
“Significa ciò che ha sempre significato: essere autentici. Essere onesti con noi stessi e con chi ci ascolta, senza fingere di essere qualcun altro. È un principio che non è mai cambiato da quando abbiamo iniziato. Le persone percepiscono la sincerità e riconoscono quando qualcuno sta cercando di apparire diverso da ciò che è realmente”.
Quindi il vostro segreto è rimanere fedeli a voi stessi?
“Sì, rimanere fedeli alle nostre origini, a quello che siamo come persone e come band”.
Pensi che il rock sia ancora in grado di raccontare le frustrazioni e le preoccupazioni delle nuove generazioni? Oppure sono altri generi musicali a ricoprire oggi il ruolo che un tempo era del rock?
“Non saprei. Le cose cambiano ed evolvono continuamente ma non credo che il rock sia cambiato poi così tanto. Da persona che lo vive ogni giorno, penso che conservi ancora la stessa energia e vitalità di sempre. Non vedo trasformazioni sostanziali nella sua essenza. Se oggi altri generi stanno acquisendo maggiore rilevanza nell’immaginario collettivo e riescono a intercettare meglio determinate sensibilità, credo che sia un fatto positivo. Ma il rock, per come lo vedo io, continua a svolgere la stessa funzione di sempre: raccontare l’esperienza umana”.
Viviamo in un periodo molto difficile, tra guerre, conflitti e incertezze economiche. Che cosa pensi possa fare la musica in un contesto del genere?
“Penso che la musica debba rappresentare una distrazione, un contrappeso rispetto a tutte queste questioni. Credo che, piuttosto che lasciarsi coinvolgere e finire invischiati nella politica o in altre questioni sociali, la musica e i concerti debbano offrire soprattutto l’opportunità di allontanarsi da tutto questo, godersi la vita insieme a persone che condividono gli stessi interessi e non cercare di dividere ma unire. La musica può ancora offrire uno spazio in cui le persone si ritrovano, si divertono e, per qualche ora, non pensano a tutto il resto. Non si va in Parlamento o davanti a un palazzo del governo per assistere a un concerto rock. Non credo, quindi, che le persone vadano ai concerti rock per fare politica”.
Anche l’intelligenza artificiale si sta facendo strada nella produzione musicale. Pensi che possa essere uno strumento utile per i musicisti o rischia di compromettere ciò che rende il rock così particolare?
“Ho riflettuto a lungo su questo. Penso che possa essere un grande strumento per chi non suona, non sa suonare la chitarra o il pianoforte e forse non sa nemmeno cantare ma ha delle idee. Non vedo cosa ci possa essere di sbagliato nel fatto che qualcuno abbia un’idea e utilizzi l’intelligenza artificiale per darle forma e comunicarla. Non è molto diverso da quello che accadrebbe se una persona si trovasse in una stanza piena di musicisti esperti, esponesse le proprie idee e chiedesse a ciascuno di suonare una parte. In fondo, è proprio così che nasce la scrittura di una canzone: dalle idee. Credo che anche chi non sa suonare uno strumento debba avere la possibilità di concepire canzoni e idee musicali. Non vedo perché non dovrebbe essere così. Penso che l’intelligenza artificiale possa essere uno strumento molto utile. Credo che sarà come ogni altra grande svolta tecnologica: porterà con sé aspetti positivi e negativi. Ci saranno cambiamenti enormi ma anche cose buone e cose cattive”.
Pensi che utilizzare l’intelligenza artificiale per scrivere una canzone o comporre musica sia davvero utile oppure che possa compromettere il lavoro umano?
“Continuo a pensare che, se è l’intelligenza artificiale a elaborare le idee in partenza, la questione sia diversa. Per come la intendo io, però, sono ancora gli esseri umani a dover avere le idee. Siamo noi a dover formulare le richieste e a dare le indicazioni all’intelligenza artificiale. Forse, in un futuro non troppo lontano, i modelli di intelligenza artificiale saranno in grado di produrre musica all’infinito, senza bisogno di alcun intervento umano. Potrebbe essere interessante, ma non so come andrà a finire. Quello che mi piace, invece, è l’idea che possa abbassare una sorta di barriera d’ingresso: una persona che non sa suonare uno strumento può avere un’idea e riuscire comunque a realizzare della musica. Non ci vedo davvero nulla di sbagliato”.
Dopo tutto questo tempo trascorso insieme nella band, che cosa ti spinge ancora a entrare in studio e a scrivere nuove canzoni? E il motivo per cui fai musica è cambiato rispetto agli esordi?
“E’ cambiato nel senso che adesso è semplicemente molto divertente. Mi diverto davvero. Amo entrare in studio, suonare, avere nuove idee e lavorare insieme agli altri per svilupparle. Non è sempre stato così: a volte è stato davvero difficile”.
Quando scrivete le canzoni, pensate già a come suoneranno dal vivo oppure lasciate che le cose seguano il loro corso?
“Vorrei che mio fratello prestasse un po’ più di attenzione a come le canzoni funzioneranno dal vivo. Spesso le scrive e le arrangia in un modo che rende molto difficile per lui stesso cantarle. Quando arriva il momento di eseguirle sul palco, si ritrova sotto una pressione enorme. Amo quei brani, sono bellissimi, ma in alcuni casi si sarebbero potuti costruire diversamente per renderli più agevoli da interpretare durante i concerti. Detto questo, è una sua scelta. Ci è capitato più volte, dopo uno show, di ritrovarci nel backstage a scherzare dicendo: “Se mai scopriremo chi ha scritto quella canzone, gliela faremo pagare”. Perché il colpevole è sempre Chad. È lui che scrive cercando di realizzare la canzone migliore possibile, senza preoccuparsi troppo di quanto sarà impegnativo riproporla dal vivo”.
Guardando a ‘Everything Under The Sun’, pensi che sia un album che racconta chi siete stati, chi volete diventare o semplicemente chi siete oggi?
“Penso che ogni nostro album racconti chi siamo nel momento in cui lo realizziamo. In un certo senso, ogni disco è una capsula del tempo, un’istantanea di ciò che siamo in una determinata fase della nostra vita. Lo stesso vale per chi lo ascolta: ci sono tantissimi album che, ogni volta che li riascolto, mi riportano immediatamente al periodo in cui li ho scoperti per la prima volta. Con il passare del tempo, credo che il legame con la musica del passato dipenda soprattutto da chi eravamo noi in quel momento. Riascoltare certe canzoni è come fare un viaggio nel tempo e ritrovare emozioni, ricordi e sensazioni legate a una particolare fase della nostra vita. Per questo preferisco lasciare che siano gli ascoltatori ad attribuire alla nostra musica un significato personale. Se le nostre canzoni riescono a diventare parte della colonna sonora delle loro vite, non posso che esserne felice”.
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