Anestetizzazione della gioventù e senescenza al potere: la stanchezza di un pensiero stabilmente dominante

Il Sessantotto, dalla rivoluzione alla senescenza del potere consolidato
Il Sessantotto, dalla rivoluzione alla senescenza del potere consolidato

Il segno che oggigiorno la società sia dominata da una deleteria forma di senescenza del pensiero e dell’azione è abbastanza visibile se si prende in considerazione quel progressivo processo di anestetizzazione della gioventù, perseguita anche mediante il funzionamento di sistemi repressivi e ideologici che tendono a bloccare sul nascere qualsiasi tipo di radicalizzazione che possa tentare la scalata al potere da parte di una soggettività sempre nuova.

Abbiamo provato a riflettere sui motivi profondi che spingono il potere consolidato a colpire così duramente la radicalità delle giovani generazioni, le quali hanno la sola colpa di pensare il futuro e, di conseguenza, cercare di costruire un mondo migliore per loro stessi. Di fatto, la strada che impedisce alle nuove generazioni che scendono in piazza di sognare una società civile, equa, solidale, in cui esse possano trovare un lavoro che gli permetta di vivere dignitosamente in un Paese non devastato dal debito pubblico e dall’inquinamento, è irta di ostacoli.

Ma poiché è evidente che gli unici responsabili di questo stato di cose sono coloro i quali detengono stabilmente un potere consolidato nelle istituzioni, allora ci è venuto facile legare questa categoria di persone alla loro età anagrafica per comprendere che l’ardire rivoluzionario generalmente non si confà alle persone di una certa età, le quali tendono piuttosto a riportare narrazioni stanche, caratteristiche di una senescenza che domina il pensiero e l’azione e blocca l’avvento del nuovo.

La narrazione dominante appare, dunque, una narrazione fiacca, antropologicamente stanca e indolente, tipica di chi ha già vissuto l’apogeo della forza “a suo tempo”, di chi ha già sperimentato la potenza costruttiva e incisiva sulla realtà e adesso, avendo esaurito il potenziale trasformativo, si avvia fiaccamente verso la perdita di ogni speranza, disposto, anche con una certa protervia che esaurisce a suo modo la spinta della prassi nella storia, a lasciare il potere solo nelle mani di entità provvidenziali, di quel fato al quale è legato l’ultimo spiraglio di una esistenza quasi compiuta.

E così ci sovviene un passo degli anni ’20 del secolo scorso in cui il filosofo tedesco Helmuth Plessner metteva in luce la medesima stanchezza presente nella sua società, caratterizzata, appunto, dall’ancien régime, ma, al tempo stesso, metteva in guardia dalle conseguenze della repressione veemente della radicalità della Jugendbewegung (letteralmente sta per movimento giovanile, ma nei fatti Plessner si riferiva al fermento rivoluzionario che condusse poi alla Gioventù hitleriana).

Al di là delle contingenze storiche legate all’avvento del nazismo, che Plessner non poteva ancora immaginare nel 1924, nella sua analisi antropologica il filosofo scriveva: «Radicale per natura, la gioventù vede l’eterno dualismo tra padre e figlio alla luce del contrasto tra un ordinamento sociale vecchio ed uno nuovo. L’avanguardia dell’utopia interpreta il sempiterno in tyrannos come grido di battaglia contro gli ordinamenti della società»[1].

Plessner coglie in maniera magistrale la cifra dello scontro generazionale da sempre in atto tra la visione utopica della gioventù, che vorrebbe costruire, e la tendenza tirannica della senescenza, che detiene stabilmente il potere e tenderebbe a conservarlo. Se da un lato vi è l’istanza etica in struttura di movimento che si organizza intorno al potenziale trasformativo della gioventù, che sogna utopicamente una società migliore, anche a costo del sacrificio di sé, dall’altro vi è l’istanza politica in struttura di partito che conserva l’esistente mediante dispositivi ideologici di repressione e di rieducazione, attraverso sistemi onnipervasivi che tendono a far passare una narrazione unica e dominante, caratterizzata da «una certa freddezza nelle relazioni interumane, la calcolabilità, la misantropia, la scepsi»[2], in ultima analisi caratterizzata da una profonda solitudine prossemica, tipica della stagione della senescenza.

A tutto ciò la gioventù cercherebbe di reagire con «una incorrotta credulità», un «bisogno d’amore», un’«ingenua amicalità»[3], in grado di aggregarsi e costruire comunità utopiche, cioè comunità che riescano a pensare e realizzare la deviazione inedita del corso della storia in piena assunzione di responsabilità, invece che demolire il nuovo con la retorica dell’affaticato ritornello “ai miei tempi” e procedere con l’anestetizzazione della gioventù, mantenendo i propri privilegi.

E, del resto, non possiamo non prendere atto, tristemente, che la gestione politica della pandemia ha messo in evidenza ciò che era già in atto, in maniera surrettizia e malcelata, cioè il sopravvento della narrazione della senescenza, la più esposta al rischio, a colpi di decretazione d’urgenza e di emergenza a detrimento della libertà dei più giovani.

Se seguiamo il ragionamento di Plessner, è chiaro, dunque, che la radicalità risulta una dimensione specifica della gioventù, la radicalità si palesa nella società nel momento in cui i giovani si organizzano e si appropriano di spazi comunitari, imponendo alla società la loro visione rivoluzionaria. E ciò è accaduto sia con Jugendbewegung, che aveva affascinato anche filosofi di un certo calibro, come Martin Heidegger, sia con la generazione del ’68.

Ma, ci chiediamo, cosa accadrebbe se gli spazi che un tempo proprio la precedente generazione del ’68 aveva radicalizzato diventassero spazi caratterizzati da un potere consolidato che blocca e non agevola il passaggio generazionale verso la nuova radicalità, portatrice di inedite istanze semantiche, antropologiche, sociali e culturali?

Il risultato, in effetti, è proprio l’anestetizzazione della gioventù, perseguita attraverso sottili e continue operazioni ideologiche, che cominciano già nella scuola, tese a irregimentare gli studenti e le studentesse nel mondo del lavoro, togliendo loro gli spazi sociali per la discussione, per la condivisione, per la solidarietà, per la circolazione di idee, e finisce con vere e proprie operazioni repressive intimidatorie, tese ad evitare che la loro narrazione venga diffusa e condivisa…mala tempora currunt!

[1] H. Plessner, I limiti della comunità. Per una critica del radicalismo sociale, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 28.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021