Vorremmo provare a mettere in fila alcuni episodi, che noi riteniamo gravissimi, occorsi nell’arco dell’ultimo anno solare per poi trarre alcune considerazioni sull’attuale assetto dello Stato, al di là dello specifico governo in carica, dei partiti e dei soggetti che lo reggono. Si tratta di mettere in evidenza un sistema molto più profondo, una deep governance, che vede, a nostro avviso, il perfezionamento progressivo di Apparati repressivi di Stato, i quali agiscono costantemente nel mortificare e scoraggiare la partecipazione democratica al potere, dietro il ricorso a sistematici allarmi sociali generati da crisi endemiche, economiche e sociali gestite attraverso una decretazione d’emergenza che supera di gran lunga anche quella d’urgenza.

Partiamo, per ragioni di cronaca, dal gravissimo episodio che ha portato il 19 luglio agli arresti alcuni sindacalisti dei SI COBAS e USB nel comparto della logistica a Piacenza. Occorre innanzitutto prendere atto che, ad oggi, il settore della logistica appare quello più strategico dal punto di vista economico, giacché su di esso si regge, fisicamente e materialmente, tutto l’indotto dell’e-commerce. Se è vero, infatti, che oggi la retorica consumistica ci propina l’idea irresistibilmente attraente di poter comodamente comprare qualsiasi cosa comodamente sul divano con un click, è anche vero che poi quella caterva di oggetti deve giungere a destinazione e qualcunə si deve anche prendere la briga di raggiungere fisicamente il destinatario per poterlo soddisfare e gratificare in quanto homo consumens[1]. Quello della logistica, dunque, è un settore particolarmente importante per il funzionamento della macchina commerciale, il quale necessita di una manodopera non necessariamente specializzata, ma estremamente disponibile anche alla consegna nei giorni festivi, come per i dipendenti Amazon. Proprio per la bassa specializzazione necessaria e la disponibilità a lavorare in giorni festivi ad orari improponibili, il settore è occupato attualmente da un grosso contingente di manodopera immigrata, soggetti docili a rischio di radicalizzazione, che andrebbero adeguatamente educati e addestrati…ma questa è già parte della tesi alla quale arriveremo nella conclusione.

Non meno grave è l’episodio, che ha avuto scarso rilievo cronachistico, purtroppo, andato in scena in provincia di Verona il 9 luglio 2022. Numerosi manifestanti riconducibili ai centri sociali del nord-est, al collettivo Rise Up 4 Climate Justice e al sindacato Adl Cobas hanno protestato davanti alla sede della Coca Cola di Nogara (VR) per contestare la decisione di consentire allo stabilimento di aumentare il consumo d’acqua, quasi gratuito, per produrre la famigerata bevanda, in un periodo in cui si paventa il razionamento della risorsa idrica a causa della grave siccità. Anche in questo caso i manifestanti sono stati caricarti dalla polizia (come si evince dal video di VeronaSera, unica testata veneta a pubblicare la notizia) e così una protesta sacrosanta, tanto quanto il diritto all’acqua, sul quale era incentrata, giacché della Coca Cola possiamo anche fare a meno, è stata bloccata nella sua radicalità giovanile da un apparato repressivo con conseguente scarso peso mediatico.

Decisamente grave, invece, è la sorte toccata a diversi studenti torinesi, i quali si erano trovati in piazza per protestare il 18 febbraio 2022 all’indomani della morte del loro compagno Lorenzo Parrelli, deceduto durante lo svolgimento del PCTO in provincia di Udine. La richiesta degli studenti e delle studentesse di tutta Italia, alla quale ci associamo incondizionatamente, era quelle di abolire qualsiasi forma di lavoro correlato alla scuola, qualsiasi idea di alternanza/alternativa tra scuola e lavoro, del resto in condizioni di sicurezza evidentemente carenti, non solo per gli studenti, ma anche per gli stessi lavoratori.

Contravvenendo ad una Direttiva del 10 novembre 2021 della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che consentiva «manifestazioni solo in maniera statica» (sic!), a Milano e Napoli, evidentemente, gli studenti e le studentesse si sono mossi un po’ troppo e così la polizia ha deciso di caricarli, costringendo la ministra poi a riferire in Parlamento per i gravi fatti. A Torino, però, il 18 febbraio la manifestazione ha preso un brutta piega, come non si vedeva da diversi anni, e così alcuni studenti, tutti incensurati, sono stati addirittura arrestati, tre condotti direttamente in carcere, quattro sottoposti agli arresti domiciliari e altri quattro costretti all’obbligo di firma giornaliera.

Come nel caso degli arresti dei sindacalisti di Piacenza, anche in questo caso i capi di imputazione, orditi dagli Apparati repressivi, riguardavano ricostruzioni di fatti enfatizzati, ma, nello specifico, ciò che viene evidentemente perseguito, è il reato di manifestare, di non allinearsi ad una narrazione che deve essere a tutti i costi accettata e far apparire la realtà sociale come predeterminata dall’alto.

E, allora, ciò che ci sembra assolutamente bandita da questa società civile, alla quale si appella anche Mario Draghi nel suo discorso al Senato qualche giorno fa, è una forma di radicalità che pone a tema questioni urgenti, escluse, guarda caso, dall’agenda della deep governance. Si tratta di un fraintendimento madornale, aggravato dall’uso ideologico dei mezzi di comunicazione e da enormi apparati di distrazione di massa, tra società civile e società incivile. Si opera, in sostanza, una pregiudizievole confusione tra la radicalità conflittuale, assolutamente necessaria nella dialettica politica, che è tipica dei giovani, degli immigrati, delle donne e di tutte le categorie che, nel gioco delle parti, risultano subalterne ed escluse dalla narrazione dominante, ed una radicalità distruttiva. La costruzione di una narrazione dominante, condotta passo dopo passo negli ultimi decenni nel continuo alternarsi di Stati di eccezione, amplificata dalla maggior parte dei media (anch’essi strumenti degli Apparati repressivi) e, alla fine, accettata incondizionatamente dalla popolazione in virtù dei sistematici appelli alla responsabilità, alla docilità, alla concertazione, alla resilienza, ha generato un popolo incline alla passività.

È così che il ricorso agli Apparati ideologici di Stato, che mediante la scuola procedono all’addestramento e al riaddestramento (Patrizio Bianchi l’ha detto davvero!) di docenti e studenti, e agli Apparati repressivi di Stato[2], che mediante la polizia procedono all’ammaestramento dei corpi, si cerca di rendere sempre più docili e irregimentate le categorie antropologicamente più esposte alla radicalità, vale a dire giovani, immigrati, donne, omosessuali, tutti e tutte pronə ad un regime sempre più inafferrabile, sfuggente, ma onnipervasivo.

[1] Z. Bauman, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Erickson, Trento 2007.

[2] L. Althusser, Ideologia ed apparati ideologici di Stato, in M. Barbagli, Scuola, potere e ideologia, il Mulino, Bologna 1972, pp. 35.


Qui troverai tutti i contributi a Agorà, la Filosofia in Piazza

a cura di Michele Lucivero

Qui la pagina Facebook Agorà. Filosofia in piazza