Fine Vita, Diego Silvestri (Ass. Coscioni, cellula Vicenza Padova): “Bisogna informarsi quando si è sani e coscienti”

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Diego Silvestri fine vita
Diego Silvestri (Associazione Luca Coscioni)

Il fine vita è un diritto, ma spesso nei pazienti manca la conoscenza dei diritti. L’Associazione Coscioni crede che più le persone sanno e meglio accedono alla sanità, che un paziente esigente può motivare il medico a migliorare la sanità ed io, personalmente, credo che noi medici spesso sappiamo essere troppo paternalistici, indirizziamo troppo i pazienti, invece di informarli sui loro diritti. Il tema del fine vita, non sfugge a questa regola. Ai cittadini dico: su un tema come questo bisogna informarsi quando si è sani, quando si è coscienti”.

A dirlo è Diego Silvestri, medico psichiatra, membro del consiglio generale dell’Associazione Luca Coscioni, per la quale è coordinatore della cellula Vicenza e Padova, presentatore della proposta di legge regionale di iniziativa popolare “Liberi subito”, pronta a tornare nel Consiglio regionale del Veneto.

Fine vita a Trieste, il caso di Lucia

Silvestri ha parlato con noi di ViPiù, oggi, a margine dell’atto di autodenuncia compiuto in questura a Trieste da Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac, attivisti dell’associazione Soccorso Civile che hanno accompagnato in Svizzera Lucia, 80enne triestina, per ricorrere al suicidio medicalmente assistito (qui la vicenda).

Quello dell’autodenuncia – ci ha spiegato – per noi è un metodo attraverso il quale abbiamo ottenuto progressi nel dimostrare che esistono cose che si crede che non si possano fare, ma in realtà è il contrario, basta guardare alle sentenze. Abbiamo delle leggi dalla nostra parte, su tutte l’articolo 32 della Costituzione (approfondisci) che stabilisce che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge, ma anche la legge 219 sul Fine vita dove è scritto chiaramente che si possono interrompere i trattamenti”.

Abbiamo quindi chiesto cosa comporta l’autodenuncia? “Un procedimento giudiziario – ha risposto Silvestri –. Noi dell’associazione ne abbiamo sostenuti molti negli anni, basti pensare a Mario Riccio o allo stesso Cappato, con sentenze favorevoli e in alcuni casi anche con archiviazioni. In questi processi ci si difende dall’accusa per il reato di aiuto o istigazione al suicidio, ma crediamo che, in determinate condizioni di salute, aiutare una persona a suicidarsi non sia reato. E molte sentenze ci hanno dato ragione”.

Quel che non tutti sanno del Fine vita: come si fa? Quanto costa?

Secondo l’associazione Coscioni il tema del Fine vita, in Italia, non è ancora ben conosciuto e spesso le opinioni si formano su basi poco documentate o su condizionamenti dettati dalle posizioni politiche o religiose.

Per questo motivo abbiamo approfondito con Diego Silvestri alcuni aspetti. Ad esempio: in cosa consiste tecnicamente la procedura che pone fine alla vita?

Ci ha spiegato che per i soggetti che si trovano in ben definite condizioni di salute, esistono sostanzialmente tre modi, di cui soltanto due sono attualmente leciti in Italia: la sedazione palliativa profonda e il suicidio medicalmente assistito immediato.

Nel primo caso, a domicilio o presso una struttura attrezzata, il paziente viene addormentato profondamente attraverso un farmaco non letale e rimane in questo stato fino a che non muore per “spegnimento”. Il tempo necessario affinché questo accada varia a seconda delle condizioni del soggetto, ma in media sono necessari 2-3 giorni.

Nel secondo caso, il suicidio medicalmente assistito immediato viene praticato somministrando un farmaco letale. Il paziente deve essere ben lucido, perché oltre a manifestare per l’ultima volta la chiara volontà di accedere al trattamento deve concretamente assumere il farmaco. Ad esempio bevendolo oppure, nel caso delle iniezioni, aprendo un valvola che lo lascia scorrere nell’ago predisposto dal medico o schiacciando un pulsante che attiva un macchinario per avviare l’infusione. Per i casi in cui le condizioni fisiche siano tali da non renderlo possibile, esistono dispositivi che attivano la somministrazione con comando oculare. Questa seconda modalità lecita in Italia richiede circa 2-3 minuti prima che sopraggiunga la morte per arresto respiratorio e cardiaco.

Una terza strada, lecita in molti Paesi ma non in Italia, è l’Eutanasia. Consiste nella somministrazione da parte di un medico di un farmaco letale che come primo effetto anestetizza il paziente, eliminando le sofferenze prima che giunga la morte. Richiede tempi più lunghi rispetto al suicidio medicalmente assistito. Anche in questo caso è necessario che il paziente sia consapevole e lucido.

Sono convinto – ha detto Silvestri – che se un paziente terminale fosse a conoscenza di questi metodi sceglierebbe l’Eutanasia, quella che non comporta rischi di sofferenza o di risveglio.

Ovviamente – ha aggiunto – esiste anche il suicidio volontario, senza accesso a prestazioni mediche. È giusto che si parli anche di questo. Mi risultano molti casi di malati che hanno deciso di farla finita per esasperazione. Secondo alcuni dati in Italia sono 1000 ogni anno le persone che scelgono questa strada. Circa quanto le morti sul lavoro, solo che di queste altre non si parla”.

Le procedure prima descritte, l’ultima esclusa, soprattutto quando praticate all’estero, hanno anche dei costi economici, che non tutte le persone che si trovano in questa condizione possono sostenere: “I costi – prosegue Diego Silvestri –? Variano dai 5 ai 20 mila euro, ma dipende da molti fattori. Inoltre ci sono spese legate al ritorno della salma in Italia, all’iscrizione alle associazioni che accompagnano alla pratica. È costoso, non tutti possono farlo. Per noi – ha chiarito – deve essere considerata una prestazione sanitaria, che se praticata nell’ambito del Servizio sanitario nazionale o regionale, chiaramente, non avrebbe costi, facendo parte dei Lea”.

Il ruolo del medico

per Silvestri il medico, come già chiarito nell’incipit di questo articolo, ha un ruolo molto importante. Spesso, a quanto pare, non esercitato.

Si prenda il caso del paziente che si trova in quel che definiamo Stato vegetativo: è in una condizione nella quale non può dare alcun consenso, e resta così anche per molti anni”.

Cosa dovrebbero fare allora i medici? “Innanzitutto – risponde Silvestri –, informare per tempo sul testamento biologico, atto nel quale il cittadino può decidere per sé prima che si ammali o all’inizio della malattia. Questo si può fare per legge.

In caso contrario si può tentare di ricostruire la volontà pregressa, ma non in Italia a differenza di altri Paesi dove è possibile. Da noi, i giudici non sono propensi alla ricostruzione della volontà. Inoltre, i parenti del malato in stato vegetativo possono chiedere a un giudice tutelare di nominare un amministratore di sostegno con facoltà di scelte sanitarie che, a sua volta, può chiedere al giudice di ingiungere ai medici di interrompere i trattamenti che lo tengono in vita. In Italia esistono dei casi in questo senso, ma è una procedura molto lunga”.

Altrimenti, resta solo il mantenimento in vita del paziente. “Bisogna chiedersi – aggiunge Diego Silvestri – cosa succederebbe se un medico dicesse chiaramente che il mantenimento, oltre una determinata soglia di tempo, è un trattamento non opportuno? Che se si svegliasse sarebbe comunque un vegetale? Medicina, politica, tutti noi dovremmo chiederci se è sensato mantenere in vita qualcuno che si trova in questa condizione.

In merito alle persone mantenute in vita nei polmoni d’acciaio che si usavano un tempo, parlo degli Anni’50, un medico chiese all’allora Papa se fosse peccato staccare la spina. La risposta del pontefice, che parlò per la prima volta dell’accanimento terapeutico, fu che in presenza di determinate condizioni di sofferenza, è lecito staccare la spina. È un atteggiamento che reputo molto caritatevole e questo particolare spesso è dimenticato”.