Due giorni fa il governo britannico ha ordinato l’estradizione di Julian Assange in USA dove lo processeranno e, molto probabilmente, lo condanneranno a una pena fino a 175 anni di carcere. Poco da dire. Che il governo del Regno Unito sia suddito di quello statunitense è cosa nota. Così come è risaputa la servitù che dimostrano altri governi europei, quelli che si fregiano di essere “democratici” e garanti delle libertà, nei confronti delle decisioni della “grande democrazia” di oltreoceano.

Ce lo confermano i silenzi che coprono la persecuzione nei confronti di Assange così come il rifiuto, di pochi giorni fa, del consiglio comunale di Milano di concedere ad Assange la cittadinanza onoraria accompagnato dalle penose giustificazioni del PD.

Cose indegne, certo, ma “comprensibili” se rapportate alla assoluta mancanza di una prassi politica ridotta a puro mercimonio e sudditanza.

Solo Melenchon in Francia ha osato pronunciarsi chiaramente su Assange promettendo, qualora diventasse primo ministro francese, di dare immediatamente la cittadinanza ad Assange con relativa protezione. L’unico, nel desolante panorama politico istituzionale di democrazie occidentali in paurosa disgregazione, ad avere il coraggio di riconoscere di fatto lo stato di prigioniero politico al quale è costretto Julian Assange prigioniero da oltre tre anni nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.

No, non c’è nulla che ci deve stupire. Molto che ci deve indignare. Ma bisogna riservate questa indignazione non solo verso i governi dei paesi che si considerano “culla della democrazia”, ma anche e soprattutto nei confronti di una “grande informazione” ormai poco abituata al diritto/dovere di farci conoscere qualcosa che sia diverso dalle veline distribuite dal padrone d’oltreoceano. Perché nel nostro paese (e non solo) è abitudine tacere e coprire con una coltre soffocante di silenzio le notizie scomode al potere.

Poche notizie venerdì scorso con quasi nessun commento autonomo. In generale articoli ambigui che narrano come i reati dei quali sarebbe colpevole Assange sarebbero “… la pubblicazione sul suo sito delle soffiate di documenti riservati sulle guerre in Afghanistan e in Iraq, incluse rivelazioni su abusi dei diritti umani commessi dalle truppe Usa …” (cfr repubblica.it). Si noti il termine “soffiate”, magari formalmente corretto e inattaccabile, ma certamente distante dalla verità inoppugnabile che quelli pubblicati da Assange siano documenti reali che dimostrano crimini di guerra, torture, abusi e quant’altro.

Documenti secretati ma veri con tanto di certificazione, che vengono svelati all’opinione pubblica perché possa prendere coscienza della brutalità della guerra e del fatto, come recentemente ha dichiarato il Papa, di come sia difficile se non impossibile decidere chi sia il bene e chi il male.

Dunque, se è comprensibile (ma non giustificabile), che i governi implicati in tali crimini cerchino di non far conoscer le prove di tali verità scomode e lo facciano perseguitando chi le diffonde, è un atteggiamento odioso e ignobile (assolutamente ingiustificabile) che affermati giornalisti, opinionisti di spicco, grandi organi di informazione oscurino le notizie su Assange e che, di fatto, contribuiscano alla sua cancellazione dalla faccia del pianeta.

È qualcosa che fa ribrezzo, non perché ci si schiera contro Assange (posizione legittima, ci mancherebbe altro) ma perché lo si vuole ignorare e annullare condannandolo, senza assumersene la responsabilità, alla non-esistenza.

Ma, di fonte ad atteggiamenti così omertosi, come possiamo credere a quello che ci raccontano su altri temi, alle loro verità che ci urlano dagli schermi televisivi o che scrivono in editoriali apparentemente di buon senso. Sono soltanto personaggi integrati in quel sistema a-democratico che viene definito “realismo capitalista” che ormai ci vuole ridurre a diventare sudditi poco pensanti.

Per questo è necessario non solo protestare contro i governi protagonisti della persecuzione nei confronti di una persona comunque libera qual è Julian Assange ma anche esprimere il “J’ACCUSE” più severo contro questo tipo di informazione non libera che ne è complice.

Giorgio Langella

L’estradizione di Assange, che ha la colpa di aver rivelato la verità, era più che prevedibile, il silenzio della stampa è da tempo noto ma noi siamo d’accordo con Langella e solidali, da sempre, con Assange: ha fatto a suo totale rischio il suo dovere.

Noi facciamo, nel nostro piccolo, il nostro: continuare a informare e a lottare per la libertà di informare.

Il direttore

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.