Fine vita, Zaia scrive lettera aperta al Patriarca Moraglia: “Il diritto esiste già, ora serve una legge chiara”

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Zaia lega fine vita

Il Presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ha inviato oggi una lettera aperta al Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, intervenendo nel confronto sul fine vita.

Nella lettera, Zaia ribadisce la necessità di un dialogo rispettoso e senza contrapposizioni ideologiche, sottolineando che il suicidio medicalmente assistito è già previsto, entro condizioni tassative, dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale.

Il Presidente richiama quindi la responsabilità del Parlamento nell’approvare una disciplina nazionale chiara, capace di garantire tempi certi, verifiche rigorose, tutela delle persone fragili e risposte uniformi su tutto il territorio.

Fine Vita, cosa aveva detto Moraglia

“Ragionare, confrontarsi, legiferare sul fine vita non può essere la scappatoia per aprire a forme di suicidio medicalmente assistito. Se così fosse, sarebbe qualcosa di inaccettabile e disattenderebbe aspetti complessi e controversi sul piano scientifico, medico, sanitario, soprattutto antropologico ed etico”.

Questo il pensiero del patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, contenuto in un editoriale che verrà pubblicato sul prossimo numero del settimanale diocesano Gente Veneta.

Richiamando la presenza in Consigio regionale veneto del testo di legge popolare sul suicidio assistito, che sarà discusso dopo l’estate, Moraglia ha aggiunto che una legge “sarebbe la negazione dell’intangibilità del valore della vita umana e, di conseguenza, l’impegno sociale di una comunità a favore di una cultura della prossimità, dell’accoglienza, della vita. Se viene meno tale principio dell’intangibilità, allora sarà solo questione di tempo e i casi-limite oggi ammessi un domani saranno, fisiologicamente e di volta in volta, ampliati. Una legge, infatti, ha sempre una ricaduta educativa”.

Zaia a Patriarca Venezia: “Il diritto esiste già, ora serve una legge chiara”

Di seguito il testo integrale della lettere di Zaia a Moraglia.

Gentile Patriarca Moraglia,
ho letto con estrema attenzione – e non le nego, anche un paio di volte – il suo intervento sul fine vita. Apprezzo il dialogo e il confronto pacato che può nascere su un tema che coinvolge profondamente la nostra società e sul quale sempre più cittadini chiedono risposte chiare, per cui intervengo con spirito costruttivo.

Penso, caro Patriarca, che su molti punti possiamo essere d’accordo, pur avendo noi rappresentanti delle istituzioni pubbliche un ruolo diverso da quello di chi guida la comunità cattolica. Chi ha la responsabilità di amministrare la cosa pubblica in questo Paese non è chiamato alla cura delle anime ma all’applicazione delle leggi e alla tutela dei diritti. Deve farlo con senso etico, nel rispetto della morale, con l’approccio del buon padre di famiglia e, aggiungo, anche con la consapevolezza della nostra identità e delle nostre radici cristiane. Ma dobbiamo applicare le norme e dare risposte. Non possiamo esimerci.

Come si fa, gentile Patriarca, a non condividere quello che lei dice nella sua lettera aperta pubblicata oggi dai giornali, ovvero il principio che “nessuno debba essere lasciato solo”? Come si fa a non riconoscere che siamo davanti a una questione “sensibile e delicata”? E che ogni decisione legislativa ha anche una sicura “ricaduta educativa”? Come si fa a non condividere il richiamo del Santo Padre, secondo cui “compito della società civile e degli Stati è rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana”? O, ancora, le sue parole, caro Patriarca, quando afferma che “la difesa e la promozione della vita, specialmente se fragile, non è prerogativa del credente, ma patrimonio comune dell’umanità”? E che “nessuno va lasciato solo e, in particolare, nessuno va lasciato morire senza conforto”. Sono principi universali, nei quali mi riconosco pienamente.

Ma forse, caro Patriarca, dobbiamo riavvolgere il nastro e provare a comprenderci, anche perché ho già cercato in altre occasioni di spiegare pacatamente alcuni concetti chiave. Chiariamo subito un aspetto: non stiamo decidendo se autorizzare o meno il fine vita, come leggo spesso. Diciamolo, una volta per tutte: la possibilità di accedere al suicidio medicalmente assistito è garantita a tutti i malati, in presenza di condizioni tassative: esiste nel nostro ordinamento dal 2019, in virtù della sentenza n. 242 della Corte costituzionale, seguita da almeno due solleciti successivi che auspicano l’approvazione da parte del Parlamento di una legge finalmente chiara.

Per la Consulta il malato terminale può chiedere, all’Ulss dove risiede, la gestione del proprio fine vita solo in presenza di quattro precise ed esclusive condizioni: avere una diagnosi infausta, provare insopportabili e gravi sofferenze; essere mantenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; essere pienamente capace di assumere decisioni libere e consapevoli.

Vorrei sottolineare una parola: può. Chi possiede tutti questi requisiti può presentare una richiesta. Non deve farlo, non è costretto a farlo. La risposta potrà essere positiva oppure negativa, a seconda dell’esito delle verifiche di un comitato etico multidisciplinare. Ma una risposta dovrà esserci.

Le dico anche che, quando si parla di cure palliative, dobbiamo uscire da un altro equivoco. Le cure palliative e l’accompagnamento sono fondamentali e devono essere assicurate a tutti. Su questo non può esserci alcun dubbio. Ma non sempre chi chiede di accedere al suicidio medicalmente assistito lo fa perché non dispone di cure o di assistenza. La invito, caro Patriarca, a vedere il videomessaggio di Elena Altamira, di Spinea, nel Veneziano, che nell’estate del 2022 si recò a Basilea, in Svizzera, per porre fine alla propria vita. In maniera puntuale la signora spiegò lucidamente la sua scelta.

Caro Patriarca, vorrei invitarla a riflettere su un passaggio che considero fondamentale: serve una legge, e serve a tutte le posizioni.

Chi è contrario al suicidio medicalmente assistito ha pieno diritto di condurre una battaglia civile per affermare le proprie idee e per chiederne il divieto al Parlamento, modificando il quadro giuridico determinato dalla sentenza della Corte costituzionale. È una posizione legittima, anche se personalmente non la condivido, perché ritengo che una proibizione assoluta finirebbe per negare la libertà del singolo.
Chi invece è favorevole, dovrebbe chiedere, sempre al Parlamento, che metta finalmente nero su bianco come applicare la sentenza costituzionale, garantendo procedure uniformi, controlli rigorosi e regole uguali in tutto il Paese. La sentenza, infatti, presenta almeno due lacune, che rendono difficile l’azione del sistema sanitario. Non stabilisce entro quali tempi debba essere data una risposta alla persona che presenta la richiesta e non disciplina con precisione chi, una volta accertata la sussistenza di tutti i requisiti, debba fornire l’assistenza medica necessaria.

Chiariamo anche i numeri del Veneto a titolo di esempio. Dal 2019 a oggi, una ventina di persone ha chiesto di poter accedere al suicidio medicalmente assistito. Tre richieste sono state autorizzate e, in due casi, le persone interessate hanno poi portato a compimento il proprio percorso.

Esiste poi, caro Patriarca, un’ultima posizione che merita il massimo rispetto: quella dei dubbiosi. Di chi non esclude in assoluto questa possibilità, ma teme che le persone più fragili possano essere condizionate, direttamente o indirettamente, e spinte verso una scelta che non avrebbero compiuto in condizioni diverse. Chi nutre tali dubbi dovrebbe chiedere con ancora maggiore forza una legge dalle maglie strettissime: una disciplina che preveda verifiche rigorose, valutazioni multidisciplinari, controlli puntuali e tempi certi sanciti per legge che di certo una sentenza non potrà mai garantire.

Patriarca, lasciare un vuoto normativo non protegge i fragili. Al contrario, aumenta l’incertezza, produce differenze tra un territorio e l’altro e rischia di lasciare sole proprio le persone che avrebbero maggiormente bisogno di essere ascoltate, accompagnate e tutelate perché, le ripeto, la sentenza della Corte non vieta il fine vita, come già detto.

Non stiamo combattendo una battaglia tra cattolici buoni e cattolici cattivi. Stiamo affrontando una discussione che deve uscire dalle partigianerie, dalle appartenenze politiche e dalle contrapposizioni. Abbiamo l’obbligo di spiegare ai cittadini, con onestà, che le proposte di legge sul fine vita, oggi in discussione nelle regioni, non hanno in nessun modo potere di autorizzare o negare il fine vita. Cercano di disciplinare ciò che la sentenza ha lasciato irrisolto, colmando un vuoto di un Parlamento che non trova il coraggio di legiferare.

Appare quindi chiaro che un ipotetico coinvolgimento dei Vescovi veneti rispetto a un’ipotetica proposta di legge regionale, da quel che si legge nei giornali, non potrebbe comunque produrre alcun provvedimento legislativo atto a negare il fine vita, nel nostro territorio e tanto meno in Italia.

Credo allora che, come Paese, dovremmo affrontare un percorso civile, leale e pubblico, senza alzare barricate e senza trasformare il dolore delle persone in un terreno di scontro. Per quanto mi riguarda, continuerò a difendere il rispetto della libertà e della coscienza del singolo, insieme al dovere delle istituzioni di assicurare regole chiare, controlli rigorosi e risposte uguali per tutti.

Nessuno deve essere lasciato solo. Né chi sceglie di continuare a vivere fino all’ultimo istante, con tutto il sostegno, le cure e l’accompagnamento possibili, né chi, nelle condizioni eccezionali e tassative stabilite oggi dalla Corte costituzionale, chiede che venga rispettata una scelta diversa, personale e consapevole.

La saluto con cordialità“.