Morto Massimiliano Cencelli, prese le distanze dal suo “manuale” che gli sopravvive: dalle spartizioni politiche al potere senza merito?

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Manuale Cencelli
Manuale Cencelli

È morto Massimiliano Cencelli, l’ex funzionario Dc che legò per sempre il proprio nome al Manuale Cencelli, il metodo utilizzato per distribuire incarichi in proporzione al peso di partiti e correnti. Un sistema discusso che sopravvive anche oggi, ma spesso in una versione persino peggiore: alla spartizione politica si aggiunge il rischio della scomparsa del merito.

Massimiliano Cencelli
Massimiliano Cencelli

Manuale Cencelli, dalla Prima Repubblica alle spartizioni del potere di oggi

È morto Massimiliano Cencelli, l’uomo che senza essere mai diventato uno dei grandi protagonisti della politica italiana ha lasciato alla politica stessa una delle sue espressioni più longeve: il Manuale Cencelli.

Funzionario della Democrazia Cristiana, collaboratore di Adolfo Sarti e successivamente di Nicola Mancino, Cencelli aveva trasformato in metodo matematico qualcosa che la politica aveva sempre praticato: la distribuzione degli incarichi in funzione dei rapporti di forza.

La sua intuizione risale al 1967. Al congresso della Dc di Milano, Sarti aveva fondato insieme a Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga la corrente dei “pontieri”, che conquistò circa il 12% dei consensi congressuali. Cencelli propose un ragionamento semplice: se in una società per azioni i posti vengono distribuiti in relazione alle quote possedute, perché non applicare lo stesso criterio alle correnti politiche?

Gli dissero di lavorarci. E lui lo fece.

Gli incarichi vennero classificati in base alla loro importanza, attribuendo loro un peso, e successivamente distribuiti tenendo conto della forza delle diverse correnti.

Da quella soluzione nacque una delle formule più celebri e vituperate della Prima Repubblica.

Un sistema criticabile, ma almeno regolato

Il Manuale Cencelli è diventato sinonimo di lottizzazione e spartizione delle poltrone. E certamente aveva tutti i limiti di una politica nella quale l’appartenenza partitica e correntizia poteva prevalere sulle qualità individuali.

Ma, osservandolo a oltre mezzo secolo di distanza, emerge anche un paradosso.

Quella spartizione aveva almeno una regola riconoscibile: rappresentare nei luoghi di governo il peso politico espresso da elettori e iscritti ai partiti.

Non era meritocrazia. Ma non era neppure necessariamente arbitrio personale.

Lo stesso Cencelli, negli ultimi anni, aveva preso le distanze dall’uso che veniva fatto del nome del suo manuale, sostenendo che la politica fosse profondamente cambiata e che le nomine fossero diventate sempre più una questione nelle mani dei leader.

Ed è probabilmente qui che il confronto con il presente diventa più interessante.

Dal Cencelli al familismo politico

La Seconda Repubblica avrebbe dovuto cancellare la partitocrazia. In realtà la spartizione degli incarichi non è scomparsa.

È cambiata.

I partiti sono diventati più deboli, le correnti meno strutturate, la partecipazione degli iscritti spesso marginale. Ma le nomine negli enti, nelle società partecipate, nelle fondazioni e negli organismi pubblici continuano inevitabilmente a essere uno degli strumenti attraverso i quali si esercita il potere politico.

Con una differenza potenzialmente ancora più pericolosa.

Al vecchio criterio della rappresentanza partitica si è spesso sostituito quello della fedeltà personale, dell’appartenenza al gruppo dirigente, della vicinanza al leader o alla cerchia che controlla temporaneamente il potere.

Il rischio è quello di un Cencelli senza Cencelli: rimane la spartizione, ma scompare persino la regola che cercava di renderla proporzionale.

E, soprattutto, troppo spesso scompare un’altra parola: merito.

Vicenza e Veneto non sono estranei al problema

Il tema non riguarda soltanto Roma.

Quando nel 2023 Giacomo Possamai, in polemica col precedente sindaco Francesco Rucco, ricandidatosi e sconfitto anche per questa  promessa elettorale, stava formando la sua prima Giunta da sindaco di Vicenza, dichiarò pubblicamente «No al manuale Cencelli», rivendicando la volontà di scegliere nell’interesse della città anziché sulla base di una ripartizione tra forze politiche.

Tre anni dopo, però, basta osservare il funzionamento ordinario delle nomine pubbliche per capire quanto il problema sia ancora attuale e trasversale a tutte le formazioni politiche ognuna delle quali, ovviamente anche quelle che fanno capo all’attuale maggioranza a Vicenza, rivendicherà ogni volta di aver scelto per il bene comune e talvolta addirittura vanno in tribunale per attaccare chi scrive per aver sostenuto l’esistenza di un mercato della politica.

Nel giugno scorso, ad esempio e però, il Consiglio regionale del Veneto ha proceduto a una serie di nomine negli enti regionali indicando esplicitamente, per numerosi componenti, il capogruppo politico che ne aveva proposto il nome: Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Pd e opposizioni. Un meccanismo perfettamente legittimo e trasparente, ma che dimostra quanto il principio della rappresentanza politica nelle nomine sia tutt’altro che scomparso.

La questione, allora, non è fingere che la politica possa essere completamente espulsa dalle nomine politiche.

È chiedersi che cosa venga dopo l’appartenenza.

Il criterio dimenticato: competenza e merito

Se un consiglio di amministrazione deve rappresentare sensibilità politiche diverse, la scelta può avere una sua logica democratica. Ma all’interno di ciascuna area politica dovrebbero essere selezionate le persone più competenti per quella funzione.

È questo il passaggio che rischia sempre più spesso di saltare.

Il problema non è soltanto quanti posti spettino alla maggioranza, quanti all’opposizione o quanti a ciascun partito. È capire perché una determinata persona debba occupare proprio quella poltrona: quale esperienza possiede, quali risultati ha ottenuto, quali competenze può mettere al servizio dell’ente.

Cencelli inventò una formula per distribuire il potere.

Sessant’anni dopo sarebbe forse necessario inventarne un’altra, molto più semplice: una volta stabilito a chi spetta indicare un nome, scegliere il migliore disponibile, non il più fedele.

Perché il vecchio Manuale Cencelli poteva certamente produrre lottizzazione. Ma una politica nella quale alla lottizzazione si aggiungono familismo, fedeltà personale e indifferenza per il merito rischia di essere persino peggiore del sistema che dice di avere superato.