
Pochi utenti, risorse limitate e città sempre più congestionate: il futuro del trasporto pubblico locale dipende dalle scelte della politica e dalle abitudini dei cittadini.
Numerose ricerche (la relazione del CNEL sui servizi della Pubblica Amministrazione in Italia, pubblicata nel novembre 2024, o il Rapporto Audimob pubblicato da Isfort a fine 2025, o ancora il rapporto Pendolaria di Legambiente) fotografano chiaramente da anni le difficoltà del trasporto pubblico locale. In Italia solo 74 persone su 1000 utilizzano un mezzo pubblico per gli spostamenti quotidiani, il 7,4%, una percentuale inferiore rispetto alla media europea.
Il divario sussiste anche tra aree urbane e piccoli centri: il peso del trasporto pubblico nelle grandi aree urbane (oltre 250mila abitanti) raggiunge il 14,7%, contro il 4-5% dei centri più piccoli (meno di 50mila) e il 6% dei centri di media e medio-grande dimensione (fino a 250mila). Considerando che nelle grandi aree urbane vive solo il 15% degli italiani, la mobilità collettiva è particolarmente sottoutilizzata in ampie fasce della popolazione.
Stesso discorso per il numero di addetti: nel trasporto pubblico locale vi sono in Italia 11,3 addetti ogni 10 mila abitanti, una percentuale molto lontana da quella della Germania (25,8%), del Regno Unito (21,7%) e della media EU27.
Le città venete, se si esclude Venezia e la sua area metropolitana, si trovano proprio in quel nutrito gruppo di città medie (alcune, come la nostra, decisamente medio-piccole) in cui il tentativo di strutturare un servizio pubblico efficiente, attrattivo ed economico, si scontra con la costante mancanza di risorse finanziarie, il sottodimensionamento del Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico Locale – che perdura da anni – e la ferale concorrenza del mezzo privato, che rimane la scelta principale per soddisfare la domanda di mobilità, per una serie di motivi che vanno da una obiettiva maggiore comodità dell’automobile (in termini di orari, disponibilità e versatilità) alla mancanza di una vera alternativa che sia
competitiva a livello di costi, frequenze, disponibilità e comfort.
Per questa situazione dobbiamo sicuramente ringraziare Tremonti, autore della prima falciata sui finanziamenti statali con l’ultimo governo Berlusconi; i suoi successori, però, non si sono particolarmente distinti, in quanto solo negli anni della pandemia c’è stato un sussulto dei finanziamenti al trasporto pubblico locale, che però non sono bastati né a recuperare quanto perso nel 2012, né ad adeguare i finanziamenti all’inflazione. Quest’ultimo Governo in carica poi, ha ulteriormente ridotto il Fondo TPL di 115 milioni per finanziare il taglio delle accise sui carburanti.
Siamo dunque a un bivio.
Le nostre città (e in particolare la piccola Vicenza) sono troppo piccole per poter pensare di fare investimenti strutturali sul trasporto pubblico in mancanza di una adeguata spina dorsale finanziaria nazionale; al contempo però sono troppo grandi per poter rinunciare a un TPL moderno ed efficiente, perché questo avrebbe un’unica conseguenza: moriremmo di automobile.

La perdita di quote di trasporto da parte del TPL si riverbera sulle realtà urbane con effetti che sono noti ormai da anni: congestione, code, aumento dei tempi di percorrenza, aumento di emissioni inquinanti, perdita di qualità dello spazio pubblico a causa dell’aumento della richiesta di spazi di parcheggio, conseguente aumento del degrado e della sensazione di insicurezza, peggioramento della qualità della vita.
Trasporto pubblico locale: il doppio senso di Corso SS. Felice e Fortunato
Lunedì 8 giugno si è tenuto, in un locale di Corso SS. Felice e Fortunato, un incontro pubblico organizzato da un comitato di cittadini ed esercenti contrari al doppio senso in corsia riservata agli autobus su quel tratto di strada: il comitato paventa la morte del commercio, lamenta la insostenibilità viabilistica e ambientale di un aumento del numero di mezzi, contesta le scelte fatte dalla giunta vicentina in sostegno di questo nuova opportunità di trasporto pubblico (che è veramente l’unica compensazione “sensata” per il progetto TAV in area berica).
Tralasciamo il fatto che i nuovi mezzi saranno elettrici (zero emissioni, ridottissima rumorosità) e che, in ottica di medio termine, tutto il parco mezzi dovrebbe essere elettrificato – fattore che di per sé dovrebbe azzerare le critiche a livello ambientale; ma siamo così sicuri che sia una corsia preferenziale ad aumentare il degrado? A uccidere il commercio? Siamo convinti del fatto che sia così squalificante il passaggio di un autobus ogni 5 minuti? O non è vero forse il contrario? Ovvero che è il recupero dello spazio pubblico alla pedonalità, alla ciclabilità e al trasporto pubblico che ne migliora la qualità, che ci riabitua a muoverci in maniera sostenibile e a vivere pienamente le nostre città, con tutto quel che consegue su ambiente, commercio e sicurezza?

Alla politica quindi si richiedono meno chiacchiere (ce ne sono veramente oltre il limite, in questi giorni, in particolare in merito a SVT), meno speculazioni (come quella di alcuni esponenti di centro-destra o di movimenti apertamente razzisti, che sobillano questo ed altri comitati di protesta su bus, auto, biciclette, monopattini); si richiede soprattutto l’aumento degli stanziamenti al Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico, magari evitando qualcuno di quegli esosi investimenti in grandi opere che creano molto debito,
poca crescita economica e irrilevanti modifiche sulla mobilità e sulla qualità urbana.

A noi cittadini, invece, è richiesta una cosa più banale, ma forse più difficile. Lavoriamo un po’ su noi stessi, vinciamo la nostra pigrizia, le nostre paure indotte, le nostre cattive abitudini; proviamo a lasciare a casa l’auto per muoverci a piedi, in bici o in autobus, anche se questo comporta un discomfort apparente: gli effetti sulla qualità urbana, sul commercio, sull’ambiente dipendono molto anche dai nostri comportamenti.







































