PFBA e Pedemontana Veneta, CoVePA chiede verità: “Etica e responsabilità prima di tutto”

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Non c'è pace per la galleria di Malo e dintorni della Pedemontana Veneta

Su PFBA e Pedemontana Veneta il CoVePA in una nota firmata dall’architetto Massimo M. Follesa, Portavoce Ovest Vicentino, alza il livello dello scontro istituzionale: al centro l’inchiesta della Procura di Vicenza, la procedura VIA al Ministero e il tema delle responsabilità politiche, ambientali e penali per la contaminazione delle falde.

PFBA e Pedemontana Veneta, il nodo tra inchiesta, VIA e responsabilità

Il caso PFBA e Pedemontana Veneta torna al centro del dibattito pubblico e istituzionale con una lunga e articolata nota del CoVePA – Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa, che chiede “chiarezza, etica, responsabilità e verità” sulla vicenda della contaminazione ambientale collegata ai lavori della Superstrada Pedemontana Veneta.

Massimo Follesa questione pfas
Massimo Follesa

La presa di posizione arriva in un momento particolarmente delicato, mentre resta aperta l’inchiesta della Procura di Vicenza e prosegue il riesame della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. La vicenda riguarda in particolare la presenza di PFBA, sostanza appartenente alla famiglia dei PFAS, rilevata nelle aree delle gallerie di Malo e Sant’Urbano, tra i territori di Castelgomberto, Malo e Montecchio Maggiore.

Secondo gli atti resi noti dai Carabinieri e confermati dalla chiusura delle indagini preliminari, sono dodici gli indagati per i reati di inquinamento ambientale e omessa bonifica, tra dirigenti, tecnici e responsabili di cantiere della società SPV e del consorzio SIS che respingono le accuse. Tra i nomi citati nelle ricostruzioni pubbliche compare anche quello del direttore di esercizio Roberto Russo. (Carabinieri)

Il CoVePA considera “politicamente grave e istituzionalmente inaccettabile” che, in un quadro così delicato, uno dei soggetti indicati come destinatario dell’avviso di chiusura indagini intervenga pubblicamente nell’ambito della procedura VIA con una memoria tecnica che, secondo il Coordinamento, avrebbe l’effetto di orientare la lettura dei fatti e alleggerire le responsabilità del concessionario.

Il nodo centrale resta la possibile origine della contaminazione. Secondo l’ipotesi accusatoria, il PFBA sarebbe riconducibile all’utilizzo, nelle opere in sotterraneo, dell’additivo Mapequick AF1000 all’interno del calcestruzzo proiettato, con concentrazioni superiori ai valori soglia indicati dall’Istituto Superiore di Sanità. (Carabinieri)

La stessa Regione Veneto, in una nota ufficiale, ha riconosciuto che il rinvenimento del PFBA “potrebbe essere riconducibile all’uso, durante le fasi di demolizione e costruzione, di un accelerante di presa per il calcestruzzo”, precisando di aver imposto già nel 2021 la sostituzione del prodotto e di aver avviato dal 2023, insieme al Ministero, una conferenza di servizi dedicata al monitoraggio ambientale. (Regione del Veneto)

Sul piano territoriale, la questione si è ulteriormente allargata con il coinvolgimento di numerosi Comuni vicentini e della Provincia di Vicenza, che ha istituito un tavolo di coordinamento con ARPAV, enti locali e gestori idrici. (ARPA Veneto)

Il CoVePA insiste soprattutto su un punto: l’individuazione certa della fonte dell’inquinamento e delle eventuali responsabilità lungo tutta la filiera decisionale, costruttiva e gestionale dell’opera.

Nella nota viene evocato anche il principio cardine del diritto ambientale: chi inquina paga.

È su questo terreno che si giocherà la partita più delicata, non solo sotto il profilo amministrativo e ambientale, ma anche su quello penale, con il richiamo esplicito alle ipotesi di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, già emerse in altre vicende simbolo del territorio veneto come il caso Miteni.

Il tema, al di là della polemica politica, resta uno: la tutela dell’acqua, della salute pubblica e della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.