
Le Basi USA a Vicenza e i 500 milioni investiti nel villaggio residenziale non bastano a escludere un ritiro. Cifre marginali rispetto ai costi delle guerre. Serve avviare subito una progettazione urbana per ridurre l’impatto economico e creare sviluppo sostenibile le cui basi non siano quelle… militari ma quelle del (ri)lancio di attività sociali e civili
Basi USA a Vicenza, tra costi globali e necessità di ripensare la città
Che i 500 milioni di dollari investiti per il nuovo villaggio residenziale possano rappresentare un argine decisivo a un eventuale disimpegno americano dalle Basi USA a Vicenza è una convinzione riportata su Il Giornale di Vicenza che, a nostro parere, non regge alla prova dei fatti e dei 27 miliardi di dollari spesi finora solo per la guerra in Iran.
Si tratta di un investimento importante, certo, ma circoscritto: riguarda la realizzazione di un quartiere abitativo per militari e famiglie, non una infrastruttura strategica militare in senso stretto. E soprattutto va letto nella giusta scala.
Nel contesto delle spese militari statunitensi, 500 milioni sono una cifra limitata, solo un cent direbbe il pur avido Zio Paperone. Rapportati ai costi quotidiani delle guerre in cui gli Stati Uniti sono direttamente o indirettamente coinvolti, rappresentano poco più di una frazione. In altre parole, non sono quei numeri a determinare le scelte geopolitiche.
E lo stesso vale per l’Europa, che continua a pagare ogni giorno, in termini economici, gli effetti indiretti dei conflitti: energia, inflazione, instabilità. Perdite diffuse che, su scala continentale, si avvicinano a cifre analoghe ma addirittura su base giornaliera.
Investimenti locali, strategie globali
Le Basi USA a Vicenza rispondono a logiche strategiche e militari, non immobiliari. Il villaggio residenziale è funzionale a una presenza, ma non la determina.
Se Washington decidesse davvero di ridurre il proprio impegno in Europa, non sarebbe certo questo investimento a fermarla in Italia e a Vicenza.
Anche il quadro politico internazionale resta fluido. Le stesse posizioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, oggi meno allineata, non si sa se convintamente o per opportunità elettorali, alle posizioni di Donald Trump e più prudente nel definire alcune guerre “non nostre”, segnalano che il contesto è tutt’altro che stabile.
Gli effetti: tra economia e possibilità
Un eventuale ridimensionamento delle Basi USA a Vicenza avrebbe inevitabilmente conseguenze economiche per il territorio: meno indotto, meno attività collegate, minore circolazione di risorse.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa lettura.
Perché quello scenario aprirebbe anche una possibilità: ripensare l’uso degli spazi, ridefinire le funzioni urbane, costruire un modello di sviluppo meno dipendente dalla presenza militare e più orientato alla sostenibilità e alla pace.
Il punto decisivo: la progettazione che manca
Il vero problema oggi non è stabilire se il ritiro avverrà o meno.
È che Vicenza non si sta preparando a nessuno scenario come umilmente proposto anche su queste pagine e su VicenzaPiù Viva di febbraio 2026.
Se davvero si vuole ridurre l’impatto economico di un eventuale disimpegno e trasformarlo in opportunità, serve avviare fin da subito una riflessione pre-progettuale: immaginare destinazioni d’uso, nuovi investimenti, modelli economici alternativi.
Senza questa fase, rispettosa peraltro della sensibilità espressa dalla maggioranza dei cittadini che si erano opposti al secondo insediamento USA, quello della Del Din, qualsiasi cambiamento rischia di essere subito e non governato.
Questo sarebbe il vero problema: le Basi USA a Vicenza possono restare, ridursi o trasformarsi, ma il futuro, invece, dipende da scelte che la città non deve più permettersi di rimandare.
Vicenza può e per molti deve anche essere amica degli USA ma per promuovere la pace e il rispetto reciproci e non subendo la sudditanza e le guerre.
Che non sono nostre ma neanche delle decine e centinaia di milioni di americani che le stanno pagando senza che il loro Congresso sia stato chiamato a pronunciarsi.






































