
(Vicenza secondo Coviello… la biografia, il primo spoiler: articolo di Alberto Gottardo da VicenzaPiù Viva n. 308, sul web per gli abbonati tutti i numeri, ndr)

Giovanni Coviello è un super pazzo nicciano: come l’Übermensch ha in sé una morale primitiva che lo pone al di là del bene e del male, fatta di bianco o nero, senza nessuna sottocategoria in mezzo, e una forza prometeica che lo mette costantemente nei guai a fin di bene.
Giovanni Coviello è sempre in fuorigioco: viene dal futuro e per quello anche adesso all’età in cui uno normale sarebbe in pensione da un pezzo, ha l’entusiasmo di un neolaureato. Vive oltre la linea della contemporaneità di almeno una decina di metri, tre spanne abbondanti sopra quella del conformismo e dell’ipocrisia. I posteri gli daranno ragione, noi che abbiamo la (s)fortuna di conoscerlo ed essergli contemporanei non possiamo che o amarlo o detestarlo, a volte e, fortissimamente: impossibile essere indifferenti di fronte ad un vulcano in continua eruzione.
Coviello, cenni biografici
Coviello era arrivato a Roma nel mitico 1968, a 18 anni e appena “maturato” in anticipo al Liceo Classico, da Castelforte, un paesello della bassa pianura pontina, ben nota ai veneti, ma anche dell’Alta Borbonia, come rispondeva a chi, poi e proprio in Veneto dopo Milano, gli avrebbe rimproverato (lui dice invidiato) il suo “sudismo”. Si laurea in ingegneria elettronica (cosa non consueta a quei tempi e ancora di più per chi aveva studiato greco e latino a Formia, nella Repubblica marinara di Gaeta, altro suo vezzo dialettico), col massimo dei voti ma senza lode e con calma, nel 1976.

Perché lui solo chino sui libri non c’era mai stato mentre, forse anche per sconfiggere la solitudine di chi arrivava nella mega Capitale da un borgo di poco più di 4.000 anime ma senza la libertà dei giovani universitari in trasferta, perché la madre aveva sentito l’obbligo di far trasferire tutta la famiglia vicino al Vaticano, perché il giovincello da solo “come poteva fare?”.
E Gianni, allora lo chiamavano così, organizzava con ambasciate come quella USA e del Giappone convegni sui loro ordinamenti scolastici per professori delle “superiori” iscritti al sindacato autonomo in cui era attivo il padre, anche lui prof, di matematica e fisica, scampato per miracolo a un campo di concentramento per non aver aderito alla Repubblica di Salò.
Mi pare di vederlo ora il giovane laureato, che, per fare il ricercatore alla Sapienza, come volevano lui e i suoi professori, aveva chiesto al padre di “brigare” con l’amico onorevole del Partito Liberale Italiano per fargli fare il servizio militare da soldato semplice a Roma evitandogli il corso ufficiali in Marina a Livorno a cui era destinato per leva ma che lo avrebbe allontanato dal suo obiettivo per cui aveva lavorato per oltre un anno a una tesi sperimentale. Sarebbe stata una “raccomandazione” a scendere, cioè a favore di chi volesse il “privilegio” delle stellette, ma il padre promise e non mantenne, perché il Coviello “maturo” spiegò che la cartolina poi arrivata all’aspirante ricercatore per convocarlo all’Accademia navale di Livorno e il futuro che annunciava erano il suo sogno al figlio che si lamentava di averla ricevuta: “era il tuo sogno non il mio”…, gli disse lui, affranto.
Dopo il trasferimento “armi e bagagli” di tutta la famiglia a Roma, per volere della madre matrona troppo affezionata (a lui o a se stessa?), ecco ora stringersi i vincoli del corso ufficiali a Livorno, per chi come lui sognava di essere “arruolato”, sì, ma nei laboratori di Ingegneria di Colle Oppio, a pochi minuti a piedi dal Colosseo e adiacenti alla Chiesa di San Pietro in Vincoli, quelli che lui sognava quando spesso vi si fermava per ammirare il Mosè di Michelangelo custodito vicino alla preziosa reliquia del primo Papa: la catena con cui era stato legato, prigioniero a Gerusalemme.

Coviello, marinaio per forza e dismesse le stellette alla fine della leva, torna a Roma scelto nel 1978 dalla Oerlikon Buhrle, che lo aveva voluto… dal 1° aprile dice beffardo, anche per le competenze comunque maturate in Accademia e per il NOS, Nulla Osta Sicurezza, che si portava come riconoscimento del servizio svolto. Se chiunque altro avrebbe messo la firma con il sangue per rimanere fino alla pensione alla direzione studi della branca italiana della multinazionale svizzera del settore militare, Giovanni si sente troppo “costretto” (al suo capo attonito, dopo un anno e dopo la prima, subitanea promozione a capo ufficio, dice “ingegnere, io dopo due ore ho fatto quello che c’era da fare”) alla Contraves, un nome che era un presagio da contra aves, contro gli uccelli (predatori?). E sì che ce n’erano di motivi per starci: lo stipendio, che vabbè caro Giovanni che avevi una laurea in tasca in ingegneria elettronica, ma insomma, avevi anche 26 anni; poi la location (un modernissimo palazzone in cemento e cristalli) e, soprattutto le prospettive.

“Si occupava della progettazione di radar militari, io ero nella direzione studi – mi spiega Giovanni Coviello – in un’area della cosiddetta “Tiburtina Valley” dove all’epoca c’erano la Selenia, poi Alenia Spazio e ora Leonardo, e la Elettronica Spa. È vero si poteva stare bene lì, se solo non ci fosse la voglia di intraprendere e migliorarsi. Insomma, io credo che se uno si siede a 26 anni c’è da preoccuparsi. Io mi sedevo sì, ma in pausa pranzo, quando studiavo un linguaggio, di programmazione commerciale, il Cobol, e non il mio amato Fortran”.
E così mentre i colleghi si dividevano tra fan di Agostino Di Bartolomei e ultras di Bruno Giordano, l’ingegner Coviello, per giunta tifoso da sempre del Napoli, che allora non vinceva, di giorno ricercava sui radar e nella pausa pranzo studiava il Cobol, che poi insegnava quattro volte la settimana la sera alla Magnum, istituto privato per ragionieri a due passi da Termini.
C’ha bisogno di soldi l’ingegner Coviello che faceva anche lezioni private quando usciva dalla Contraves e prima di andare, dopo una cena lampo, alla Magnum: ha fatto una promessa, più che a se stesso e all’amata, a sua madre, la futura suocera che al riguardo era stata “candidamente” esplicita.
“Volevo sposarmi – taglia corto Giovanni che sulle vicissitudini familiari si apre a pochissime persone -, pensa che per pagarmi il viaggio di nozze, diseredato da padre e madre, insegnanti pubblici, perché avevo scelto di mettermi alla prova in un’azienda privata (da mia madre anche perché, dopo altri flirt di cui era gelosa, avevo scelto addirittura di sposarmi), vendetti la mia amatissima collezione di francobolli”. Quello di Coviello sarà un matrimonio che gli porta due figli gemelli e quattro nipoti. E il suo libro di memorie nonno Giovanni lo scriverà anche e soprattutto per raccontare ai propri nipoti chi è stato, chi avrebbe potuto essere e chi ha deciso di non essere il loro nonno.
Tutte le storie d’amore finiscono e nel 1981 Giovanni Coviello divorzia: dalla svizzera Oerlikon Buhrle, alias Contraves. Per due motivi principali. È arrivato il Basic, che pare una passeggiata a chi arriva, noioso Cobol a parte, dallo scientifico Fortran e dal tosto linguaggio macchina esadecimale imparato quando voleva inventare con dei colleghi un qualche computer accessibile ed è arrivata la Apple in Italia e una piccola parte della sua fortuna, Steve Jobs non lo sa, ma la deve proprio a Giovanni Coviello.

“Io non ho inventato nulla – mette le mani avanti – certo quelli sono stati anni in cui anche in Italia pareva che fosse tutto possibile. Anche lasciare un posto fisso e molto ben retribuito come quello che avevo io per mettersi nel mondo dell’impresa”.
Quella dell’ingegnere dalla riga in parte e dalle idee ben chiare in testa è la bit generation: se la precedente Beat generation aveva prodotto i capelloni e la musica del Piper a Roma, quella della Bit, con la i, sui Piper diventati jet ci vola per andare in lungo e in largo per l’Italia e l’America a realizzare la prima grande digitalizzazione italiana: coinvolge, infatti, prima le piccole aziende e gli studi professionali con puntate sulle pubbliche amministrazioni, ma poi, questa l’intuizione del Coviello, le singole persone.
“Per la Bit computers, una neonata microsocietà romana che conosco tramite chi mi seguiva la tesi (Renato diventò poi il mio unico, vero, grande amico) e che inizia a vendere gli Apple II, provo a proporli, io sempre più frenetico dopo le ore del lavoro noioso, per me, in Contraves, completi di programmi a un assicuratore, che mi vende la mia prima polizza sulla vita, e a un negozio di ottica da cui esco senza un ordine ma con un paio di occhiali. Complice una malattia mi fermo e capisco dove sbaglio se vado a vendere ma esco comprando. E allora “decollo” e il socio operativo e uno dei fondatori si dice molto contento di me proponendomi di diventare socio: mi licenzio dalla Contraves e tramite lui compro da altri soci il 10 per cento della società in parte con quanto avrei dovuto ricevere per il lavoro fatto (questa storia si ripeterà nella pallavolo vicentina) e il resto firmando, per la prima volta nella mia vita, una pila di cambiali che me la ricordo ancora (anche questo si ripeterà nel volley rosa biancorosso ma non per acquistare quote ma per finanziare il club quando impossibile diversamente…). Così la Bit Computers, grazie al motore dell’ex aspirante ricercatore universitario, poi marinaio con una sola indesiderata stella e, quindi, promettente ingegnere annoiato in una multinazionale, arriva passo passo, ma rapidamente, come suo stile, al top nazionale, ogni anno, nel campionato dei dealer Apple.
Poteva bastare così: essere i numeri uno dei venditori dei personal computer con il simbolo della mela morsicata. Poteva bastare sì a quasi tutti, ma non a Giovanni Coviello, che certo era hungry e foolish (affamato e folle) come sarebbe piaciuto a Steve Jobs, che il “nostro” ha conosciuto e di cui conserva una foto insieme a lui come una reliquia modera: “è da lui e dalle sue intuizioni di marketing e innovazione che ho imparato tutto quello che oggi mi fa essere quello che sono a livello professionale e per tutte le mie diverse professioni, in cui la comunicazione ha sempre avuto un ruolo fondamentale, prima al servizio del marketing e della popolarità, poi dell’informazione”.

È così che nascono i Pc Bit, i compatibili IBM, che Coviello “immagina” nei suoi viaggi di esplorazione nelle fiere negli Usa e che realizza in quelli in cui sceglie le loro parti a Taipei, in Estremo Oriente e non solo.
Una bomba che mette le ali al nuovo mercato di Bit Computers, ma anche alle calcagna della stessa gli avvocati di International Business Machines, l’IBM, che evidentemente le macchine per ufficio, come venivano chiamati quei mezzi armadi con lo schermo, voleva farle solo lei e non le piaceva tanto l’intraprendenza di Coviello e Co.

Tra i Co. di Coviello c’è il socio che gli aveva venduto prima il 10% e poi gli aveva fatto acquistare un altro 20% della società. Ma il socio fa una gaffe tra fine ’87 e inizio ’88 e fa scoprire che del prezzo di vendita del primo 10%, quello delle cambiali, si era trattenuto il 90% per se stesso: “Mi fidavo di lui e te ne do una dimostrazione: è stato il padrino di battesimo di uno dei miei figli. Io sono fatto così, se perdo la fiducia in una persona è finita”. E infatti finisce quella parentesi, ma mica la passione di Giovanni Coviello per l’informatica. Anzi. Non lascia: raddoppia. E non solo nell’informatica con la Unibit, diventata il più grande assemblatore di pc compatibili in Italia tra il 1988 e il 1992, tanto da dare fastidio alla Olivetti, di cui subisce gli attacchi, diventati mortali grazie alle banche sue amiche, e causa dell’arrivo a Vicenza del nostro direttore nel 1992.
Ma l’ingegnere con la “i” minuscola, a differenza di quella maiuscola del… collega De Benedetti, anche lui produttore di computer ed editore di giornali, raddoppia anche nella pallavolo femminile. Se ne innamora a Roma e la porta in A1, la prima volta per la Capitale nel 1991, e poi a Vicenza, per la prima e per ora unica volta nel 1998 nel massimo campionato. Ma questa storia come tutti i passaggi di quella estremamente sintetizzata prima e di tutta quella da raccontare dal 1992 in poi, nel volley e nell’editoria di inchiesta e di (in)formazione, la leggerete a fine anno nella sua biografia che oggi vi annunciamo. Bella per molti, preoccupante, forse, per altri, vera per tutti. Siate affamati di conoscerla, Coviello sarà ancora una volta folle nel raccontarla. Tutta.







































