Basi Usa, su Rep il ruolo di Vicenza e le altre installazioni italiane nell’era del ridimensionamento. E, finalmente, scompaiono “i decolli dalla Del Din”

86
vuoti militari Base Usa Del Din Basi
Del Din, l’interno con elicotteri in volo (credits nomilitarybasesvicenza.org)

Il ridimensionamento della Basi Usa in Europa, dunque anche in Italia e nella nostra Vicenza, è un fenomeno in atto, anche se ancora non del tutto, per decisione dell’attuale presidente Donald Trump.

Un fenomeno che è partito già diversi anni fa (amministrazione Obama) e dettato dai mutamenti dello scenario globale e degli interessi geopolitici preminenti per i governi statunitensi.

Su tutti questi aspetti, e su altri, La Repubblica ha confezionato un approfondito speciale, arricchito da contenuti didascalici quali carte geografiche delle Basi Usa in Europa, quelle italiane, tutte linkate ad approfondimenti storici e tecnici sulle installazioni. Ma anche un “Dizionario delle basi” per approfondire, appunto, il ruolo svolto da ogni singola installazione.

Lo speciale è sul sito de La Repubblica (clicca qui) e ne richiamiamo qui la pubblicazione ritenendolo uno strumento utile per avere una maggiore conoscenza su quanto sta succedendo.

Soprattutto, però, per approfondire ancora una volata da queste pagine il ruolo di Vicenza in questo scacchiere internazionale fatto di installazioni per l’aviazione, quelle che ci difenderebbero dai missili, centri logistici, depositi, bunker e altro. Per questo e anche per – con un po’ di vanità – rivendicare una “rettifica” adottata finalmente dal quotidiano circa un errore più volte segnalato da queste pagine e, privatamente, a Gianluca Di Feo, penna di punta di Rep e co-autore dello speciale sulle Basi Usa.

Il mutamento degli scenari internazionali alla base del ridimensionamento

Ma prima, per l’orientamento del lettore, vale la pena approfondire cosa ci sia alla base del ridimensionamento della Basi Usa in Europa.

Citiamo da Rep: “da un massimo di 475 mila militari alla fine degli anni Cinquanta” le forze andranno a “stabilizzarsi intorno ai 350 mila uomini, con circa 6000 tank e 800 aerei da combattimento”, quando il processo sarà concluso.

L’approfondimento offre un percorso storico-bellico dell’area Europea rivolto alla Russia, che parte dalla Caduta del Muro di Berlino a seguito del quale “Dozzine di infrastrutture americane o Nato sotto guida Usa sono state chiuse: ad esempio quartieri generali e caserme di Verona; i due comandi scavati nel ventre delle montagne venete; la base dei sottomarini nucleari sull’isola sarda della Maddalena; l’aeroporto di Comiso con hangar corazzati e alloggi per migliaia di persone”.

Poi, gli Anni ’90, con la Guerra dei Balcani e quella in Iraq, “hanno spostato il baricentro delle operazioni americane verso il Medio Oriente”, fino ad arrivare all’11 Settembre 2001che si è tradotto nel massiccio investimento per migliorare alcune guarnigioni in Italia, spesso ricostruendole da zero: Vicenza, Napoli, Sigonella, Camp Darby, Aviano sono state tutte oggetto di grandi lavori. In questo periodo sono sorte nuove basi – prima temporanee, poi stabili – nell’Europa orientale“, ricorda Di Feo.

E ancora, andando avanti negli anni: “La ritirata Usa da Iraq e Afghanistan ha reso inutile parte di questo dispositivo rivolto al Medio Oriente, riconvertito anche all’attenzione per l’Africa, aprendo il via sotto la presidenza Obama alle discussioni sul disimpegno dall’Europa. Nel 2022 l’invasione dell’Ucraina ha sospeso tutto, riportando di corsa ad aumentare personale e mezzi nel Vecchio Continente: una presenza con vocazione di combattimento. Che l’amministrazione Trump intende amputare”.

Nella sua analisi, Di Feo aggiunge: “I rinforzi spediti da Biden si preparano a tornare a casa, ma ci saranno altri tagli soprattutto in Germania: dovrebbero esserci 5000 militari americani in meno rispetto al 2022, portando il totale nel Continente a 76 mila. Saranno pure drasticamente ridotte le forze destinate a intervenire in Europa in caso di conflitto – il numero è segreto, ma si ipotizza che siano previste oltre 200 mila persone – , svuotando il contenuto dell’Articolo 5 del Trattato Atlantico. Tre comandi Nato passeranno sotto la gestione di Italia, Francia e Germania. E i membri europei dovranno farsi carico di supplire alla scomparsa della deterrenza convenzionale americana”.

Basi Usa, su Rep il ruolo di Vicenza e delle basi italiane

La seconda parte dell’approfondimento, “Italia: il ponte mediterraneo verso il Medio Oriente“, è a firma di Chiara Nardinocchi e chiarisce il ruolo delle basi nostrane in questa delicata fase storica in cui le Basi Usa perdono il loro ruolo preminente di scudo contro l’avanzata sovietica e si fanno ponte verso il Medio Oriente e l’Africa.

Innanzitutto, ecco quali sono: “Gli aeroporti militari di Aviano e Sigonella sono quelle più note. Ma il sistema è ben più esteso: c’è Ghedi, in Lombardia, dove sono custodite testate nucleari nell’ambito del nuclear sharing Nato; Camp Darby, in Toscana, il più grande deposito americano di armi e munizioni Usa in Europa; Camp Ederle e la Caserma Del Din a Vicenza, sede degli “Sky soldiers” della 173esima Brigata Aviotrasportata protagonisti di alcune delle campagne più significative durante il conflitto iraqeno del 2003. A completare il quadro, i porti di Napoli e Gaeta, dove è di stanza la VI Flotta della Us Navy. In tutto sono 12.783 i militari americani che vivono sul territorio italiano“.

Viene ricordato che queste installazioni possono essere usate solo per operazioni logistiche o di rifornimento e come questo aspetto non trascurabile abbia generato attriti tra Italia e Usa, a marzo scorso, quando il Governo Meloni ha negato Sigonella come scalo per aerei da guerra diretti in Iran in quanto erano mancate un’autorizzazione o una consultazione preventiva.

Nardinocchi ricostruisce: “La tensione è riemersa di recente, dopo le dichiarazioni del segretario generale della Nato Mark Rutte che per validare l’impegno europeo al fianco dell’alleato americano ha affermato che 500 velivoli sono partiti dalle installazioni italiane a supporto dell’operazione “Epic Fury”. Il ministro Crosetto ha smentito l’uso improprio delle basi sottolineando la posizione presa a marzo e rimasta indigesta a Trump. Scosse d’assestamento in un momento in cui gli Stati Uniti stanno per mettere in atto il piano di ridimensionamento del loro presidio europeo. Manovre che però, secondo quanto emerso dall’incontro del 15 giugno tra il ministro Crosetto e il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth al Pentagono, non dovrebbero interessare l’Italia”.

Infine, torniamo alla “rettifica” di cui parlavamo nella prima parte di questo articolo. Nel settore dedicato alla base U.S. Army Garrison Vicenza viene chiarito, a differenza di quanto La Repubblica aveva scritto in precedenza, che la 173ma brigata aerotrasportata è di stanza in città, ma decolla da Aviano.

Tra i tanti contributi, lo avevamo fatto notare in “La Repubblica insiste sugli aerei che possono decollare dalla pista della base Del Din… che non esiste”, dello scorso 26 Marzo 2026.

L’errore – lo ricordiamo – consisteva nell’affermare che la brigata poteva decollare da Vicenza, nonostante sia stato dismesso definitivamente nel 2009 l’aeroporto Dal Molin sul quale la base Del Din di Vicenza è stata realizzata.

Ricordiamo inoltre che sul nostro “Vicenza Più Viva” è stata avviata una riflessione sul futuro delle basi Usa in città che puoi consultare nell’apposita sezione di questo sito.