Dolomiti venete sempre più fragili, Legambiente: “Marmolada arretra, aumentano i crolli e l’acqua scarseggia”

75
Dolomiti bellunesi

Ghiacciai in sofferenza, permafrost in degrado e versanti più instabili. Legambiente Veneto, in occasione della nuova edizione della Carovana dei Ghiacciai, chiede monitoraggi più estesi sulle Dolomiti bellunesi e una strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici.

Le Dolomiti venete sono sempre più esposte agli effetti delle alte temperature, tra arretramento dei ghiacciai, degradazione del permafrost, instabilità dei versanti e crescente scarsità d’acqua. A lanciare l’allarme è Legambiente Veneto, mentre ha preso il via dalla Francia la settima edizione della campagna internazionale “Carovana dei Ghiacciai“, realizzata in collaborazione con Cipra Italia e Fondazione Glaciologica Italiana.

L’associazione punta in particolare l’attenzione sulle Dolomiti bellunesi e sulla Marmolada, considerata, insieme all’Adamello e al Monte Bianco, uno dei casi simbolo della fragilità dell’arco alpino.

Secondo i dati riportati da Legambiente, giugno 2026 in Veneto ha registrato temperature superiori di oltre 3 gradi rispetto alla media 1991-2020, mentre luglio è stato particolarmente caldo anche in quota. Temperature elevate e zero termico oltre i 4 mila metri contribuiscono ad accelerare la fusione dei ghiacciai e il degrado del permafrost, aumentando contemporaneamente l’instabilità dei versanti.

Marmolada, il ghiacciaio continua ad arretrare

Sulla Marmolada gli effetti sono particolarmente visibili. Legambiente segnala un ghiaccio sempre più grigio, attraversato da corsi d’acqua di fusione e con un perimetro in progressivo restringimento.

Il fenomeno, sottolinea l’associazione, riguarda però l’intero arco alpino. Il bilancio 2025 della precedente edizione della Carovana dei Ghiacciai aveva indicato una perdita di oltre 170 chilometri quadrati di superficie glaciale sulle Alpi italiane negli ultimi 60 anni. Sono ora attesi i dati raccolti durante l’edizione 2026 della campagna.

Permafrost e crolli sulle Dolomiti bellunesi, chiesto più monitoraggio

Un altro fronte riguarda il permafrost, il ghiaccio presente nelle fratture della roccia alle quote più elevate e che contribuisce alla stabilità dei versanti.

Legambiente cita il monitoraggio effettuato al Piz Boè dal Centro Valanghe di Arabba di Arpav. Secondo il rapporto aggiornato al 31 luglio, lo strato attivo avrebbe superato i 7,4 metri di profondità.

Pur non riferendosi direttamente alle Dolomiti bellunesi, per l’associazione il dato rende necessario ampliare la rete di controllo anche ai gruppi di Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane.

A preoccupare sono anche i recenti distacchi dalla parete nord-occidentale del Pelmo. Secondo i dati riportati nel comunicato, in provincia di Belluno si verificano ogni anno tra 150 e 200 crolli e smottamenti, mentre nel territorio montano si concentrerebbero circa 6 mila delle oltre 9 mila frane censite in Veneto.

Piogge in calo e acqua sempre più preziosa

Alla fragilità dei versanti si aggiunge il problema della disponibilità idrica. Ghiacciai e neve svolgono infatti un ruolo importante nella regolazione dei deflussi e nella disponibilità d’acqua durante l’estate.

Legambiente, richiamando il rapporto Arpav aggiornato al 31 luglio, segnala per il Veneto nel 2026 un deficit pluviometrico del 24%, con 696 millimetri di pioggia rispetto ai 919 millimetri storici.

Il problema interessa anche l’alta montagna e i rifugi, tanto che Provincia di Belluno e Cai Veneto hanno avviato un protocollo specifico per affrontare la crescente difficoltà nell’approvvigionamento idrico in quota.

Legambiente: “Serve una strategia regionale”

Secondo Legambiente, non basta intervenire quando frane, siccità o altri fenomeni si sono già verificati. L’associazione chiede di passare da una gestione prevalentemente emergenziale a una programmazione strutturale di prevenzione e adattamento.

Il Piano triennale dei lavori pubblici 2026-2028 della Regione Veneto, ricorda l’associazione, mette in campo 257 milioni di euro, dei quali quasi 216 milioni destinati alla difesa del suolo. Per Legambiente, però, queste risorse dovrebbero inserirsi in una politica organica che tenga conto degli effetti del cambiamento climatico.

“La Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici, avviata nel 2021 e già valutata positivamente dalle commissioni consiliari competenti nell’aprile 2025, attende ancora di completare il proprio iter di approvazione. Un ritardo che priva il Veneto di uno strumento fondamentale per affrontare in modo coordinato gli effetti sempre più evidenti della crisi climatica”, dichiara Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto.

“Senza una strategia approvata e pienamente operativa, mancano indicazioni chiare su come coinvolgere in maniera trasversale tutti gli assessorati e le direzioni regionali, su come destinare risorse economiche stabili e pluriennali all’adattamento e su come tradurre gli obiettivi in interventi concreti e misurabili per i territori, dalle città alle aree montane”, prosegue Lazzaro.

Da qui la richiesta alla Giunta regionale di riattivare il percorso e arrivare all’approvazione definitiva della Strategia da parte del Consiglio regionale.

Le proposte per le Dolomiti bellunesi

Tra gli interventi indicati da Legambiente ci sono l’estensione del monitoraggio del permafrost e dei versanti ai principali gruppi montuosi bellunesi, una mappatura aggiornata delle aree instabili, il potenziamento dei sistemi di allerta e una gestione integrata delle risorse idriche, dai rifugi agli acquedotti fino al riutilizzo delle acque reflue depurate.

“Le Dolomiti Venete non sono uno sfondo da cartolina, ma un sistema vivo che cambia più in fretta di quanto la programmazione pubblica riesca a inseguire”, afferma Fabio Tullio, portavoce di Carovana dei Ghiacciai per il Veneto e componente del direttivo di Legambiente Veneto.

“La Marmolada che arretra e si frammenta, i crolli sul Pelmo, il permafrost che si degrada a causa delle alte temperature, i sensori che scattano sull’Alemagna, il bacino del Piave e dei fiumi veneti sotto grave stress: sono facce della stessa crisi. Non è più un’eccezione da affrontare a danni fatti, ma la nuova normalità climatica, e richiede risorse stabili, monitoraggi continui e una programmazione capace di anticipare i rischi”, conclude Tullio.