Cara auto, quanto mi costi? Spese familiari e alternative alla proprietà privata

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costi dell’auto privata

I costi dell’auto privata possono superare diecimila euro l’anno per una famiglia con due vetture: al confronto proprietà, car sharing e trasporto pubblico.

Gli utenti sono pienamente coscienti dei costi dell’auto privata da affrontare nel momento in cui si decide di entrare in possesso di una automobile? Subito, oltre al prezzo di acquisto, abbiamo le spese di immatricolazione e la cosiddetta “messa su strada” (qualche centinaio di euro per le auto nuove, ma ci sono casi in cui si arriva a migliaia); ogni anno, la tassa di circolazione e l’assicurazione; poi, con l’utilizzo, abbiamo bisogno del carburante; periodicamente, inoltre, avremo bisogno di nuovi pneumatici, lubrificanti, ricambi e tagliandi di manutenzione per la sostituzione delle parti usurate. Dopo i primi 4 anni (e poi ogni due anni) avremo una revisione periodica.

Abbiamo provato a dare un valore a queste voci di costo, utilizzando come esempio le auto utilizzate dal nucleo familiare di chi scrive (una station wagon Euro6b a benzina, comprata usata, che percorre circa 20.000 km all’anno e una utilitaria Euro5 a benzina, comprata nuova, che ne percorre annualmente circa 12.000), sulla base di costi che possiamo facilmente documentare in base all’esperienza personale.

Per farla breve, includendo in questa cifra una quota annua di ammortamento del costo di acquisto e anche il costo sostenuto per il telepedaggio, la prima auto costa oltre 6000€/anno, la seconda poco meno di 4500. Il costo del carburante è stato calcolato a un valore medio della benzina per il 2026 (1,75 €/l): è chiaro che la spesa annua cala all’abbassarsi del prezzo del carburante, ma in questo momento quella voce di costo resta l’incubo che tutti quotidianamente affrontiamo e conosciamo, anche considerando i recenti aumenti dei prezzi di benzina e diesel.

Verrebbe già così da mettersi le mani nei capelli: due auto (tra l’altro di fascia medio-bassa) possono costare oltre diecimila euro all’anno. Viene da chiedersi come il normale nucleo familiare di un lavoratore dipendente possa riuscire ad affrontare un ordine di spese del genere, anche al netto di una eventuale sparizione definitiva della tassa di circolazione sulle auto di potenza sotto gli 81kW, annunciata in questi giorni.

Se la guardiamo da un’altra angolazione, sul nostro uso dell’auto ci guadagnano in molti: case produttrici, concessionari, assicurazioni, officine, venditori di ricambi, e anche lo Stato nelle sue varie articolazioni, tramite l’IVA e le varie tasse sull’acquisto (nazionali), la tassa di circolazione (regionale), i parcheggi e i permessi per ZTL (comunali). Eppure la “disponibilità a pagare” per l’auto è sempre molto forte, e diminuisce solo blandamente all’aumentare dei costi, come succede in questi ultimi tempi.

Sia detto per inciso, che i costi evidenziati poco fa sono spalmati su un periodo di 13-15 anni, quindi pensando di tenere le auto per molto tempo, fino a fine vita utile. Nel caso di chi apprezza auto sempre nuove, il costo va spalmato su meno anni (e risulta quindi più alto), ma poi, in caso l’auto venga venduta come usata, una parte del costo iniziale rientrerà coi proventi della vendita.

In caso invece l’auto venga ceduta al concessionario, utilizzando formule tipo “valore futuro garantito” o simili, si ottiene un credito (deciso unilateralmente dal marchio) che la casa automobilistica concede all’acquirente solo in caso egli ricompri un’altra auto nuova dello stesso marchio, sostanzialmente alimentando un circolo vizioso. Con una auto elettrica questo paradigma cambia di poco, perché si sposta la maggior parte dei costi sulla fase di acquisto, a fronte di spese di gestione minimizzate nell’arco di vita del mezzo.

Che si scelga una motorizzazione tradizionale o elettrica, si ottiene comunque in cambio il vantaggio di avere una auto propria e disponibile 24 ore su 24 nel proprio garage (ah, a proposito, mi sono dimenticato il costo del garage…). Ma se si decide di lasciare l’auto e di utilizzare altre soluzioni di mobilità, come variano i costi diretti per l’utente?

Costi dell’auto privata e alternative tra sharing e trasporto pubblico

Durante un recente viaggio a Bruxelles ho potuto apprezzare il servizio di “car-sharing-on-demand” dell’operatore Poppy: automobili nuove di colore rosso fiammante (ben identificabili dall’utente), sia elettriche che termiche, che possono essere sbloccate o prenotate tramite app, usate per un giorno intero o anche solo per 15 minuti, e parcheggiate senza costi aggiuntivi negli spots dedicati, che possono essere sempre individuati con la stessa app.

Costo? Per una utilitaria a benzina, 5 km o 30 minuti di utilizzo (ovvero uno “short trip”) costano meno di 8€. Posso anche decidere di riservare l’auto per più ore, o per un giorno intero, e/o scegliere più chilometri, o prendere una auto più grande, e il prezzo varia di conseguenza. Non dimentichiamo che per gli utenti che si fidelizzano ci sono disponibili pacchetti di sconti che permettono di adattare la spesa alle proprie esigenze.

Servizi di questo tipo iniziano a vedersi anche in Italia (a Milano ad esempio ci sono “Free2Move” e “E-VAI”): per chi non ha bisogno stabilmente di una auto, questi costi cominciano a essere molto interessanti. Ricordiamo poi che se si riesce a rinunciare al mezzo privato per quello pubblico, i costi si riducono drasticamente: un abbonamento extraurbano può costare qualche centinaio di euro all’anno e permette di muoversi su porzioni di territorio molto ampie.

È dunque evidente che una combinazione delle due modalità (mezzo pubblico con abbonamento per gli spostamenti abituali, sharing di vario tipo per gli spostamenti occasionali o “leisure” e/o per i brevi tratti) consentirebbe di poter rinunciare quasi completamente all’auto privata, e i conti di quanto si risparmierebbe annualmente sono presto fatti, tenendo conto dei numeri esposti poco sopra: migliaia di euro. Per il weekend fuori porta, o attività simili, poi c’è sempre il noleggio (un centinaio di euro/giorno per una auto medio-piccola).

Ovviamente si devono verificare le condizioni perché questo accada: anzitutto che i servizi alternativi ci siano; secondariamente, che la convenienza economica di questi servizi vinca sulla pigrizia atavica dell’essere umano, la cui propensione a pagare per la comodità dell’auto privata vince su ogni alternativa (e parlo per esperienza, dato che ho appena confessato che in casa di auto ne abbiamo due).

Fare in modo che i servizi ci siano è compito della politica. È chiaro che se quella stessa politica, per proprie convenienze elettorali, impedisce a servizi come questi di diffondersi capillarmente in Italia (per garantire rendite di posizione ad altri bacini elettorali), sarà difficile anche solo iniziarla una rivoluzione del genere.

Ma supponendo che un giorno la politica faccia la sua parte (investendo nei servizi di trasporto pubblico locale, incentivando la diffusione dei servizi di mobilità alternativa e recuperando il gap con i paesi europei più avanzati) poi il bandolo della matassa passerà in mano all’utente, che dovrà vincere la propria resistenza, accettando di non trovare sempre l’auto pronta nel garage sotto casa, a fronte di risparmi economici che come abbiamo visto possono essere anche molto significativi (e di questi tempi non guasterebbe).

È una bella sfida, quella della mobilità del futuro, e – va detto – purtroppo la benzina a 2€ al litro è uno degli stimoli più efficienti per dare a quest’ultima qualche chance di vincere sulla mobilità privata, quella del passato.