
La carenza di operatori sanitari potrebbe raggiungere 11,1 milioni di professionisti entro il 2030. AMSI e le organizzazioni collegate chiedono programmazione, formazione e cooperazione internazionale.
La carenza di operatori sanitari torna al centro dell’allarme internazionale. Il rapporto 2026 sui livelli e le tendenze della forza lavoro sanitaria, pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità, analizza disponibilità, distribuzione e invecchiamento del personale sulla base dei dati comunicati dai Paesi.
Nel mondo operano oltre 70 milioni di lavoratori della salute e dell’assistenza, ma la loro distribuzione resta fortemente diseguale. La densità dei medici nella regione europea dell’OMS è indicata come tredici volte superiore a quella africana. Intanto circa un medico su quattro ha almeno 55 anni; nei Paesi ad alto reddito la quota si avvicina a uno su tre.
La questione riguarda anche l’Italia e il Veneto, dove il dibattito sulla tenuta dei servizi si intreccia con problemi concreti come la recente carenza di operatori sociosanitari negli ospedali e nelle RSA.
Carenza di operatori sanitari, AMSI chiede una mobilità organizzata
AMSI, Unione Medica Euromediterranea e le altre realtà della rete guidata da Foad Aodi leggono i numeri come un invito a coordinare formazione, specializzazione, occupazione e mobilità professionale. Foad Aodi e Nadir Aodi sostengono che questi aspetti non possano più essere affrontati separatamente.
Nel documento viene richiamato il caso della Giordania, dove circa ottomila giovani medici sarebbero senza lavoro o incontrerebbero difficoltà nell’accesso a percorsi adeguati di formazione e specializzazione. Per Mohammad Hassan Al-Tarawneh, componente del Consiglio dell’Ordine dei medici giordano e portavoce UMEM, questo capitale professionale richiede una programmazione tra ministero, università, ospedali e istituzioni sanitarie.
Un quadro diverso viene delineato per i medici arabi cittadini di Israele. AMSI sottolinea che non si tratta di una disoccupazione generalizzata, ma di giovani spesso costretti a studiare all’estero e, al rientro, ad affrontare tempi di attesa per esami, tirocini e specializzazioni. Il comunicato attribuisce ai medici arabi circa il 27% dei professionisti in Israele e il 45% delle nuove licenze conseguite nel 2023.
Foad e Nadir Aodi chiedono una “diplomazia sanitaria” capace di costruire accordi tra Europa, Mediterraneo e mondo arabo. L’obiettivo dichiarato è trasformare la mobilità in cooperazione regolata, evitando che i Paesi con sistemi più fragili perdano personale formato senza poterlo sostituire.
La rete associativa segnala inoltre aggressioni ai sanitari, crescita della medicina difensiva e spostamento dei professionisti dai Paesi più poveri verso quelli più ricchi. Si tratta di stime e valutazioni formulate dalle associazioni firmatarie, che sollecitano condizioni di lavoro più sicure, migliore organizzazione e riconoscimento professionale. La difesa di chi lavora nei servizi, concludono, coincide con la tutela del diritto alla salute.

































