
(Adnkronos) – “ReArm Europe” è durato poco. Quando Ursula von der Leyen presentò nel marzo 2025 il nuovo grande piano europeo per la difesa scelse una formula tanto immediata quanto politicamente esplosiva: riarmare l’Europa. Poche settimane dopo la Commissione aveva già spostato il baricentro su “Readiness 2030”, prontezza 2030. La portavoce della Commissione, Paula Pinho, riconobbe che la parola “rearm” poteva suscitare “sensitivities” in alcuni Paesi e rendere più difficile spiegare ai cittadini perché quelle misure fossero necessarie.
Per Luigi Di Gregorio, che ne ha parlato con l’Adnkronos, è un piccolo esempio di un problema molto più grande: le parole sbagliate della politica.
Professore di Comunicazione pubblica all’Università della Tuscia, dove è anche direttore scientifico del master in Comunicazione strategica, Di Gregorio tiene insieme da anni ricerca accademica e lavoro sul campo, come consulente e spin doctor. Nei prossimi giorni uscirà La battaglia cognitiva, il suo nuovo libro per Rubbettino.
“ReArm Eu era sbagliato”, osserva Di Gregorio. Il passaggio successivo a Readiness 2030 è stato corretto, “però era tardi: ormai ReArm era entrato nel dibattito, mentre Readiness non lo conosce nessuno”.
Il punto non è negare la necessità di investire nella difesa, ma decidere che cosa si sta realmente raccontando al cittadino. Di Gregorio partirebbe da due aspetti molto più vicini alla vita quotidiana. Il primo è la sicurezza delle infrastrutture: “Dobbiamo evitare che con un click possa deragliare un treno in Italia, possa non funzionare il 118”. La sicurezza, in questa chiave, non significa soltanto carri armati: significa impedire che un attacco informatico blocchi un servizio essenziale, una rete, un conto corrente. “Dire che questo piano serve prima di tutto a mettere in sicurezza i servizi, la tua sicurezza a 360 gradi, è molto più forte (oltre che vero, ma sappiamo che non basta) che dire ‘stiamo comprando carri armati’”.
Il secondo terreno è l’innovazione. Gli investimenti militari, sostiene, possono avere ricadute tecnologiche e industriali molto più ampie: dalla robotica ai sistemi digitali. La comunicazione dovrebbe quindi spiegare non soltanto quanto viene destinato alla difesa, ma quali capacità tecnologiche e produttive il Paese vuole costruire.
Il problema riemerge in economia. “Cuneo fiscale”, “cuneo contributivo”, “fringe benefit”: termini perfettamente normali nei ministeri, negli uffici studi o a un convegno di commercialisti, molto meno davanti a milioni di persone in televisione. Di Gregorio lo riconduce alla “maledizione della conoscenza”, la curse of knowledge studiata dalla psicologia cognitiva: quando si acquisisce familiarità con un argomento diventa difficile ricordare che gli altri non possiedono le stesse informazioni.
“Da ministro, da presidente del Consiglio, sei abituato a frequentare figure tecniche, acquisisci le loro competenze e il loro linguaggio. E dai per scontato che ce li abbiano tutti”. Il risultato è una barriera. La soluzione, dice, è radicalmente semplice: “Il cuneo fiscale quando vai in tv deve diventare: ti ho messo 100 euro in più in busta paga. Fine. Molti non lo ricordano ma i famigerati 80 euro di Renzi apparivano nel cedolino con il numero del decreto legge e poi, tra parentesi, la parola RENZI. Perché se me lo dici è bene, se me lo fai vedere è ancora meglio”.
C’è poi un problema ancora più sottile: parole e indicatori corretti dal punto di vista tecnico che vengono interpretati dal pubblico in modo diverso.
È il caso della “pressione fiscale”. Se a Pil invariato cresce il gettito perché lo Stato recupera maggiore evasione, il rapporto tra entrate fiscali e Pil aumenta. Questo non equivale però automaticamente ad avere aumentato un’aliquota a chi già pagava le tasse.
Di Gregorio cita la risposta che alcuni esponenti del governo hanno cominciato a utilizzare nel dibattito: a chi dice che in questi quattro anni “sono aumentate le tasse”, chiedere “ditemi almeno una tassa che abbiamo alzato”. Finora, dice il professore, gli interlocutori non hanno saputo rispondere.
È anche un esempio di quanto sia difficile trasformare una grandezza macroeconomica in un messaggio comprensibile senza deformarla: pressione fiscale, aliquote e ammontare effettivamente pagato dal singolo contribuente non sono la stessa cosa.
A volte il guaio è nel nome stesso di una politica pubblica.
Di Gregorio porta l’esempio delle “case della comunità”, uno dei nuovi presidi territoriali della sanità. “Perché non c’è salute o sanità in quel nome?”, si domanda. Secondo sondaggi che dice di aver realizzato nel suo lavoro di consulenza, “quasi sette cittadini su dieci” assocerebbero spontaneamente l’espressione a qualcosa del Comune, a un centro sociale o ad altri servizi, pochi pensano alle cure. “Prima si chiamavano case della salute ed era meglio, oggettivamente”.
Poi ci sono gli acronimi. L’impronunciabile Pnrr è entrato nel linguaggio comune in tempo per essere pensionato, ma Pac (Politica agricola comune) e Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) molto meno. Per Di Gregorio sono ancora una volta figli della stessa “maledizione della conoscenza”: chi vive quotidianamente dentro istituzioni, finanziamenti europei e amministrazioni dimentica quanto quel vocabolario sia estraneo a chi sta fuori.
Lo stesso vale perfino per “filiera”, parola diffusissima nella politica economica: “Noi diamo per scontato che tutti sappiano cosa significa. Se non la spieghi, è meglio che dici: aziende”.
Il cuore del ragionamento sta nella differenza fra rendicontazione e comunicazione.
“Normalmente la politica è abituata a dirti quello che ha fatto: abbiamo stanziato, abbiamo investito, abbiamo approvato”. È il linguaggio naturale di un’amministrazione che deve dimostrare di avere lavorato. Ma al cittadino, sostiene, interessa un’altra domanda: che cosa è cambiato per me? “Il messaggio non arriva se non lo trasformi in ‘come ti ho cambiato la vita’”. E infatti un caso che può funzionare, nel messaggio e nella percezione, è l’abolizione del bollo auto: “Mezza Italia è corsa a vedere quanti Kilowatt aveva l’auto di famiglia. E’ una misura in cui non devi fare calcoli complicati o ragionamenti astratti”.
Il paradosso, secondo Di Gregorio, è che un governo può accumulare provvedimenti per anni senza riuscire a trasformarli in percezione pubblica. A suo giudizio, è anche una delle ragioni per cui può affermarsi la narrazione che un esecutivo “non abbia fatto niente”, mentre ministeri e stakeholder conoscono un numero molto elevato di interventi. “Gli stakeholder le sanno, ma gli altri no. Alla fine il voto non lo decidono gli stakeholder”.
Non sempre, naturalmente, la politica è ingenua. Nei conflitti più identitari accade spesso l’esatto contrario: la scelta della parola è già una presa di posizione. Di Gregorio cita “utero in affitto” contro “gestazione per altri”, oppure “termovalorizzatore” contro “inceneritore”. L’oggetto materiale può essere lo stesso, ma ogni formula apre un frame diverso e suggerisce implicitamente al pubblico come guardarlo.
“ReArm genera un frame”, spiega. In quel caso, però, “è un frame opposto a quello che avrebbero voluto generare”: la politica europea ha dunque commesso l’errore che normalmente cerca accuratamente di evitare.
Ed è qui che La battaglia cognitiva incontra la politica quotidiana. Prima di decidere che numeri snocciolare, che leggi raccontare e che risultati sfoderare, la battaglia è stabilire quali parole useremo per pensarli.
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