
Il caso Dal Molin torna a dividere Vicenza dopo l’incontro all’Hangar 2, costruito da Gian Marco Mancassola attraverso dialoghi, interviste e immagini per annunciare una serie di racconti sul sito “La Domenica di Vicenza” mente l’evento di ieri sera sarà trasmesso sulla consorella TVA. Giovanni Rolando ricorda il referendum impedito, voci note del movimento No Dal Molin, ma che ci hanno chiesto l’anonimato per la durezza delle frasi usate, contestano l’impostazione dell’iniziativa e l’ex parlamentare Mauro Fabris rivendica il proprio ruolo nel tentativo di ridurre l’impatto della nuova base.

Caso Dal Molin, le reazioni dopo l’incontro all’Hangar 2
L’incontro dedicato allo scoppio del caso Dal Molin ha raggiunto almeno un risultato: riaprire la discussione su una pagina decisiva della storia recente di Vicenza.
Le reazioni che ci sono arrivate dopo l’appuntamento confermano quanto la vicenda sia ancora controversa e attraversata da memorie differenti. Il confronto non riguarda soltanto la costruzione della caserma statunitense poi intitolata al generale Renato Del Din. Riguarda anche il ruolo delle amministrazioni locali e dei governi nazionali, il referendum impedito, la mobilitazione popolare, l’atteggiamento dei media e il modo in cui oggi quella stagione viene presentata alle generazioni che non l’hanno vissuta.

Giovanni Rolando: «Una scelta sottratta al voto dei cittadini»
Giovanni Rolando, già consigliere comunale di Vicenza e consigliere regionale, ricorda in particolare il momento in cui il presidente del Consiglio Romano Prodi definì il caso Dal Molin «una semplice questione urbanistica».
«Ricordo bene, purtroppo, quel giorno», osserva Rolando. A suo giudizio, quella definizione escluse di fatto la possibilità di indire un referendum con il quale chiedere ai vicentini di pronunciarsi direttamente sulla nuova base militare.
«La cittadinanza invocava con forza una consultazione sul quesito “base militare sì o no”», prosegue. La posizione assunta dal Governo dette, invece e di fatto, il via libera alla realizzazione della seconda base statunitense nel territorio comunale di Vicenza.
Rolando ricorda poi che una consultazione popolare autogestita si svolse comunque, facendo emergere una larghissima maggioranza contraria alla base, ma senza produrre conseguenze istituzionali o amministrative.
La memoria dell’ex consigliere si inserisce nel lungo conflitto istituzionale dell’epoca: nel 2008 il Comune tentò di promuovere una consultazione sulla destinazione dell’area aeroportuale, poi bloccata perché le decisioni relative alla difesa nazionale e agli accordi internazionali vennero riconosciute come competenza esclusiva del Governo centrale.
Il referendum si svolse ugualmente in forma autogestita, portando alle urne quasi 25 mila persone, in larghissima parte contrarie alla base, come ricordato anche nella ricostruzione storica di Emilio Franzina.

Dal mondo No Dal Molin: «Impostazione mediocre ed edulcorata»
Molto più duro il giudizio di una persona proveniente dal mondo No Dal Molin, intervenuta chiedendoci di non essere identificata. Le espressioni originarie sono particolarmente aspre e, ripulite dalla “rabbia”, restituiscono comunque una bocciatura senza appello.
Secondo questa fonte, l’impostazione dell’incontro e dei materiali presentati sarebbe stata «nazionalpopolare, mediocre ed edulcorata», costruita in modo da non scontentare quasi nessuno. Vengono giudicati criticabili diversi passaggi e considerate tendenziose, in particolare, le interviste agli ex sindaci Enrico Hüllweck e Achille Variati.
La contestazione riguarda anche il mancato approfondimento del ruolo svolto all’epoca dai mezzi d’informazione locali. Come esempio viene citato il passaggio sulla grande manifestazione del febbraio 2007: durante l’incontro sarebbero stati ricordati i timori per possibili scontri senza mostrare le prime pagine con cui Il Giornale di Vicenza contribuì a rappresentare quel clima di tensione.
La fonte non esclude la buona fede di Mancassola, descritto anzi come «uno dei meno peggio», ma critica duramente la narrazione, i testi e la scelta dei materiali. Bocciato anche il ritmo del racconto, ritenuto poco adatto proprio a coinvolgere quei giovani ai quali la futura serie vorrebbe far conoscere la storia del Dal Molin.
Il giudizio conclusivo resta severissimo: chi ha vissuto quella stagione non si riconoscerebbe in una ricostruzione considerata troppo addomesticata e poco capace di restituire il conflitto politico, sociale e mediatico che attraversò Vicenza.
È un giudizio netto, che restituisce il sentimento ancora presente in una parte di chi partecipò alla mobilitazione: la convinzione che la città sia stata privata della possibilità di decidere su una trasformazione destinata ad avere effetti duraturi sul territorio, sulla viabilità e sull’identità stessa di Vicenza.
La base, la cui costruzione iniziò nel 2009, fu inaugurata nel luglio 2013. Sul lato orientale dell’ex aeroporto sorse invece il Parco della Pace, area ceduta al Comune come cosiddeta compensazione per il nuovo insediamento militare.

Mauro Fabris: «Hüllweck sapeva dell’assenso dato dal Comune»
Di segno diverso, ma altrettanto critico verso alcune ricostruzioni emerse, è l’intervento dell’ex parlamentare vicentino Mauro Fabris, che dopo svariati incarichi di vertice in aziende pubbliche e private oltre che nella Lega Volley Femminile di Serie A ora è anche nel CDA di SAE Piemonte, nuova proprietaria del quotidiano La Stampa di Torino.
All’epoca Fabris era l’unico rappresentante parlamentare di Vicenza appartenente alla maggioranza che sosteneva il Governo Prodi ad essersi dichiarato favorevole alla base.
«I giovani, ma da quanto leggo anche i meno giovani, non hanno memoria di come andò la storia del Dal Molin», esordisce Fabris, che rivendica di avere vissuto la vicenda in prima persona tanto da essere definito all’epoca “tessitore”, appellativo che poi dimostrerà di meritare in tutta la sua carriera post politica.
Secondo l’ex parlamentare, Enrico Hüllweck continuerebbe ancora oggi a non raccontare correttamente un passaggio decisivo: «Sapeva dell’assenso al progetto dato a Venezia, nella commissione italo-statunitense, da Claudio Cicero proprio a nome dell’Amministrazione comunale».
Per Fabris, dopo quel voto non sarebbe più stato possibile tornare indietro, alla luce degli accordi sottoscritti con gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale in materia di basi americane in Italia. Da qui la sua scelta di non sostenere «un no senza speranza», pur considerando assurda la localizzazione individuata, e di lavorare invece per ridurre l’impatto dell’insediamento sulla città.
Fabris ricorda quello che definisce il “lodo Fabris”, espressione utilizzata anche in un opuscolo pubblicato successivamente dal Giornale di Vicenza. a firma Marino Smiderle e proprio Gian Marco Mancassola. La soluzione consisteva nel mantenere l’ingresso della base nella sua collocazione storica, evitando di trasferirlo all’entrata del vecchio aeroclub Ugo Capitanio, scelta che, a suo giudizio, avrebbe provocato pesanti conseguenze sulla viabilità del quartiere.
«Dopo la conferma del vecchio ingresso anche per la nuova base», sostiene Fabris, «gran parte dei residenti nelle vicinanze, inizialmente contrari, tolse il proprio sostegno ai No Dal Molin. Rimasero gli antagonisti e la componente tradizionalmente pacifista e contraria alla base».
L’ex parlamentare racconta inoltre di essere stato contattato all’epoca dall’ambasciatore statunitense Ronald Spogli, che voleva comprendere le ragioni dell’opposizione vicentina. Nel corso di quel colloquio, sostiene Fabris, il diplomatico avrebbe appreso per la prima volta che la base sarebbe sorta all’interno della città: una circostanza che generali e ingegneri americani non gli avrebbero rappresentato con chiarezza.
C’è da dire, però, che altre fonti non smentite dell’epoca scrissero di un incontro dell’ambasciatore presso la sede dell’allora Banca Popolare di Vicenza con i rappresentanti delle associazioni datoriali della città che non solo si espressero per la base ma inviarono un telegramma alla Presidenza del Consiglio per affermarne l’indispensabilità per l’economia del territorio.
Tornando a Mauro Fabris l’allora deputato afferma di avere proposto anche una soluzione alternativa: ampliare la caserma Ederle nei campi oltre il carcere di S. Pio X e realizzare un sottopasso sotto via Aldo Moro per collegare la parte esistente con quella nuova. Il progetto sarebbe stato discusso anche con Manuela Dal Lago, allora presidente della Provincia, poiché i terreni interessati ricadevano fuori dal Comune di Vicenza. «Ma non c’era più tempo», conclude.
Per l’ex deputato, anche questo capitolo dovrebbe entrare nei racconti annunciati all’Hangar 2: non per cancellare le altre memorie, ma per offrire al pubblico tutti gli elementi di una vicenda nella quale decisioni locali, obblighi internazionali, proteste popolari e ragion di Stato finirono per sovrapporsi.
Le reazioni mostrano quindi che il caso Dal Molin non appartiene ancora a una memoria condivisa. Vent’anni dopo, restano differenti non soltanto le valutazioni politiche, ma anche le ricostruzioni dei passaggi che condussero alla caserma Del Din. Ed è forse proprio questo conflitto di memorie che dovrebbe essere consegnato ai giovani, senza semplificazioni né omissioni.
E il volume in fase di ultimazione, curato da chi scrive con la collaborazione di Serena Balbo per l’editore L’Altra Stampa racconterà la storia e i retroscena della costruzione della base americana nell’area dell’ex aeroporto Dal Molin non tanto per dar conto dei favorevoli, dei contrari e degli indifferenti ma per cercare di dare delle risposte a chi ancora oggi vorrebbe capire.



































