
Italia fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva dopo la sconfitta ai rigori con la Bosnia. Oltre l’amarezza del risultato, emerge il fallimento di un modello calcistico che non valorizza giovani, tecnica e infrastrutture adeguate al livello europeo. (Sport Mediaset)
Italia fuori dal Mondiale, deve ripartire da giovani e strutture
Italia fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Una frase che, da sola, dovrebbe bastare a imporre una riflessione radicale, ben oltre l’episodio della notte di Zenica, del rosso a Bastoni, delle occasioni sprecate e dei rigori che hanno consegnato alla Bosnia il pass per il 2026.
Sarebbe troppo facile fermarsi all’arbitro, a qualche decisione contestata o alla lotteria finale dagli undici metri. Certo, la partita ha lasciato recriminazioni: l’Italia era passata in vantaggio con Kean, ha resistito in dieci uomini per gran parte della gara, ha avuto occasioni per chiuderla e poi ha ceduto nel momento più crudele. Ma il punto è un altro: questa ennesima eliminazione non nasce dalla aprtita con i bosniaci.
È il prodotto di un sistema che da anni mostra crepe profonde. Il calcio italiano vive ancora nel ricordo dei quattro Mondiali vinti, ma da troppo tempo non è più ai vertici del movimento internazionale. I club faticano a competere stabilmente con le grandi realtà europee, sia sul piano economico sia su quello tecnico, mentre la Nazionale riflette inevitabilmente questo declino.
Il problema parte dalla base. In Italia, fin dai primi anni dei giovani calciatori, si continua troppo spesso a privilegiare la tattica rispetto alla tecnica, il risultato immediato rispetto alla formazione del talento. Nei settori giovanili si lavora ancora con una visione che appare datata: si costruiscono giocatori “ordinati”, ma raramente si coltivano creatività, qualità individuale, coraggio nell’uno contro uno, capacità di inventare calcio.
A questo si aggiunge una politica dei club che continua a puntare in misura eccessiva su stranieri, spesso di esperienza ma non più al livello delle grandi squadre europee che li lasciano partire. Non è una questione di nazionalità, ma di modello: se i giovani italiani non giocano, non crescono. E se non crescono nei club, la Nazionale inevitabilmente si impoverisce.
Italia fuori dal Mondiale significa allora interrogarsi anche sulle strutture: impianti spesso vecchi, centri sportivi non sempre all’altezza, organizzazioni dirigenziali che in molti casi non mostrano una visione moderna del calcio contemporaneo e proprietà, spesso di fondi o di investitori, sempre più orientati ai risultati finanziari di acquisti e cessini di club.
Serve una rifondazione vera. Settori giovanili di alto livello, formazione tecnica sin dall’infanzia, investimenti su allenatori preparati alla crescita individuale e non solo all’assetto tattico. Servono società con dirigenti capaci di programmare sul lungo periodo e non di vivere stagione per stagione.
I miracoli nel calcio non esistono. E l’Italia non può continuare a sperare che un singolo campione o un commissario tecnico carismatico risolvano problemi strutturali.
Dopo tre Mondiali consecutivi mancati, non è più il tempo dell’amarezza soltanto: è il tempo della rifondazione.

































