Noi vogliamo vivere: sempre più spesso si va al lavoro e non si ritorna

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Sono passate tre settimane dalla domenica di Pasqua. In questi 21 giorni si sono contati 54 morti nei luoghi di lavoro. Da inizio anno ad oggi, le lavoratrici e i lavoratori uccisi mentre lavoravano sono 205. Un numero impressionante. Un bollettino di guerra. Sono morte duecentocinque persone in nome del profitto. Perché si lavora troppo, in troppo pochi e male. Perché per sopravvivere con salari insufficienti non si bada alla stanchezza e si accettano ritmi di lavoro insostenibili. Perché la sicurezza è un costo che “lorpadroni” ritengono troppo alto per essere “competitivi”. Sempre più spesso si va al lavoro e non si ritorna.

 


Perché, per essere competitivi, si “deve correre” e si presta meno attenzione alla fatica e ai pericoli. Viviamo in un sistema brutale e indifferente che considera chi lavora nulla più di un ingranaggio di un meccanismo infernale che serve solo a produrre profitto individuale e non garantisce alcuna sicurezza.

Sempre più spesso si va al lavoro e non si ritorna. Ma tutto resta come sempre. Ci si rammarica della “tragica fatalità” e subito dopo si continua a sfruttare chi lavora, a imporre ritmi bestiali, a considerare le norme e i dispositivi di sicurezza orpelli che costano e basta. Inutili perché non servono a produrre profitto.
Noi restiamo attoniti e ci commuoviamo di fronte a ognuna di queste morti sul lavoro. Siamo coscienti della debolezza e della frammentazione di chi vive del proprio lavoro di fronte al potere e alla protervia padronale. Ma proprio per questo dovremmo asciugarci le lacrime e uscire nelle piazze a lottare. Non solo protestare ma pretendere di essere considerati persone e non cose. Pretendere che la Costituzione venga attuata nella sua interezza e che i diritti di chi lavora siano al primo posto di ogni programma e azione politica.

L’austerità la subiscano i padroni.

Noi vogliamo vivere e, per questo, dobbiamo unirci e lottare.

L’autore Giorgio Langella è il segretario del PCI – federazione regionale del Veneto

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Giorgio Langella
Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.